22 ottobre 2014

Boyhood - La recensione



Boyhood è un capolavoro. L’hanno già detto in tatti, anzi l’hanno già detto tutti, e io sono solo l’ultimo dell’elenco. Ma lo faccio con esultanza, e senza la sensazione di ripetere una cantilena che altri hanno inventato: “Boyhood è un capolavoro!”. Il film ha il punteggio senza precedenti di 100 su Metacritic, e le sue recensioni su Rottentomatoes sono “fresche” al 99% (si sono voluti distinguere solo Phateos e RedEye, probabilmente per il puro gusto di distinguersi... e che io e altri lo sottolineassimo). È anche un successo commerciale: costato appena 4 milioni di dollari, alla vigilia di una stagione dei premi che lo vedrà sicuro protagonista, ne ha già incassati nel mondo più di 40.

È un film come non ne erano mai stati fatti prima e come probabilmente non ne verranno fatti mai più, ragione per cui la stessa definizione di “film” gli sta un po’ stretta. Boyhood è... un’esperienza. Lo è stata per chi l’ha realizzato, e lo sarà sicuramente anche per gli spettatori che lo vedranno. È stato girato in 12 anni, 12 estati durante le quali il regista, sceneggiatore e produttore Richard Linklater si è incontrato con il cast per appena una settimana di riprese, con un copione che è andato modificandosi e completandosi al passare delle stagioni. Segue la storia di Mason – Ellar Coltrane – dall’età di 6 a quella di 18 anni. Oltre a lui ci sono la madre – che non ha un nome e si chiama, come tutte le nostre madri, semplicemente Mamma, interpretata da Patricia Acquette – il padre, anche lui solo Papà, Ethan Hawke – e la sorella Samantha – Lorelei Linklater, figlia del regista – che con Mason crescono, invecchiano e cambiano, in quel fluido continuo, terribile e magnifico che prende il nome di vita.

Boyhood parla di questo. Il tema e la storia sono questi. Nulla di sconvolgente, nessuno scienziato che scopre i buchi neri e nessun matematico che decifra i codici nazisti vincendo di fatto la II Guerra Mondiale. Parla della vita, di quanto sia bello e brutto crescere, di quanto sia bello e brutto veder crescere i propri figli e invecchiare, e di come le persone che incontriamo determinino il nostro percorso, nel bene e nel male. Proprio per questo motivo, proprio perché le vicende e i temi non sono nulla di nuovo o socialmente rilevante (fatto salvo il poco-più-che-accenno alle questioni dell’alcolismo e della violenza domestica), ha dell’incredibile che ne sia uscito un film tanto avvincete, scorrevole – le quasi tre ore passano in un batter di ciglia – verosimile, mai retorico e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto in questa accezione, poi, si giustifica l’utilizzo di quella parola, “capolavoro”, che tante volte è stata spesa a proposito del film. Boyhood è un capolavoro - con quesa sono tre volte che lo ripeto! - perché pur raccontando ciò che tutti conosciamo alla perfezione, non annoia né infastidisce mai, e ancor meno dà la sensazione che le sequenze di cui si compone siano "già viste" o "già sentite".

Il potenziale da premi c’è tutto, e la pellicola è al momento la grande favorita soprattutto per gli Oscar al Miglior Film, Regia, Sceneggiatura e Attrice non protagonista (Arquette). Probabili anche le nomination all’Attore non protagonista (Hawke) e al Montaggio, mentre c’è appena il barlume di una speranza per l’esordiente Ellar Coltrane nell’affollatissima categoria degli Attori protagonisti.

Interessante la colonna sonora, che percorre 12 anni di grandi successi (Yellow e Crazy su tutti) e di pezzi meno famosi ma molto azzeccati (Hero, dei Family of the Year). Non includendo un tema musicale originale, non può ambire a candidature per ciò che riguarda i premi cinematografici, ma avrà modo di rifarsi ai Grammy.

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