14 gennaio 2015

LA TEORIA DEL TUTTO- La Recensione

Che The theory of everythingLa teoria del tutto in Italia, da ora TTOE – sia un buon film pare  ormai chiaro. Qualche giorno fa ha vinto il Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico – Eddie Redmayne – e la Hollywood Foreign Press Association non si è risparmiata dall’assegnargli un secondo premio, alle musiche (era candidato anche per il miglior film e la miglior attrice – Felicity Jones). Qualche giorno prima aveva fatto incetta di nomination (10) ai BAFTA, superando l’altro grande biopic britannico, The imitation game, che gli pareva favorito, grazie alla candidatura chiave alla regia (a James Marsch, già DGA e Oscar per il bellissimo Man on Wire). Quando domani saranno annunciate le nomination agli Oscar, è prevedibile che vedremo il film spuntare in molte categorie – paiono sicure film, attore, attrice, sceneggiatura, musiche e trucco; possibili regia e montaggio, che ci diranno quanto TTOE possa essere un vero contendente per l’assegnazione dei premi. Quindi, nessun dubbio che siamo di fronte a un buon film.
Il mio problema è: quanto è buono?
Eh sì, perché al secondo pacchetto di fazzoletti, con la vista tanto annebbiata dalle lacrime che scendevano copiose, temo di aver perso i già pochi barlumi di oggettività.
Se TTOE non fosse un biopic, direi che è un film insopportabilmente sentimentale. Ma È un biopic, e che le vicende della vita di Stephen Hawking siano tanto straordinarie da imporre le lacrime non può certo essere imputato al film come difetto. Anzi, il film ha il merito di aver saputo affrontare la scomoda materia della malattia senza sprofondare nel patetico, e quelle mie lacrime di prima non erano certo di pena o pietà per Hawking, ma di emozione e ammirazione per un personaggio che è diventato icona, oltre che di genialità, anche di forza e voglia di vivere.
Il riferimento più immediato per la pellicola è A Beautiful Mind di Ron Howard (quattro Oscar nel 2001). Là si trattava di matematica, qui di astrofisica; là era schizofrenia, qui è atrofia muscolare progressiva. John Nesh – diciamolo – era un po’ antipatico, mentre Stephen Hawking è a dir poco adorabile (almeno nel film). Se in A Beautiful Mind la sensazione dominante era quella del sollievo di fronte a un pericolo scampato, in TTOE è di gioia. Di mezzo, ci sono due storie d’amore, la prima che non finì (almeno nel film), la seconda che finisce con molto garbo (almeno nel film).
Buon film? Ottimo film? Film furbo?
Non lo so. Mi viene da dire – so di averlo già fatto – che è un biopic. Con tutta la retorica e le figure retoriche del biopic. Con tutti i pregi e i difetti (inclusa qualche licenza alla realtà dei fatti) del biopic. Senza guizzi come ci possono essere in Boyhood, Gran Budapest Hotel o Whiplash. Ma d’altra parte TTOE non se li potrebbe permettere, perché quella storia straordinaria che è la vita di Stephen Hawking, è anche un recinto dal quale un film di questo genere non può fuggire.
Quindi un ottimo film, nel suo genere. Con attori straordinari – devo ancora vedere Birdman, ma già tifo Redmayne per l’Oscar – e un interessante taglio sul rapporto tra scienza e genialità, che ci fornisce anche una rappresentazione interessante del sacro furore che guida la ricerca scientifica.


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