6 dicembre 2016

È solo la fine del mondo - La recensione

Di Simone Fabriziani

A meno di 30 anni e al suo sesto film, l'enfant prodige del cinema canadese Xavier Dolan si conferma grande voce del panorama cinematografico internazionale con Juste La Fin Du Monde, reduce dal successo planetario di due anni prima con Mommy.
Da sempre particolarmente affezionato al concetto di famiglia come elemento di forza unificatrice e distruttiva allo stesso tempo, in "Juste la fin du monde"Dolan circoscrive con grande efficacia narrativa il punto di arrivo ideale di tuta la sua precedente filmografia.
Tratto dall'opera teatrale omonima del 2001 di Jean-Luc Lagarce, il film di Xavier Dolan racconta il ritorno a casa di Louis dopo dodici anni di assenza dalla famiglia per annunciare la sua malattia terminale; sarà l'occasione per il cineasta canadese di narrare con rinnovata urgenza ed incisività la disgregazione dell'unità famigliare come punto di arrivo del suo discorso dietro la macchia  da presa.

A sottolineare il rapporto conflittuale tra Louis (un Gaspard Ulliel in stato di grazia) e i membri della famiglia un inedito utilizzo di primi e primissimi piani sui volti dei protagonisti: l'occhio della macchina da presa indugia sugli sguardi scavati e sulle labbra degli interpreti come ad enfatizzare il potere distruttivo delle parole anziché delle azioni; e, in disparte e spesso all'angolo della scena, ci sono i silenzi prolungati e trattenuti di Louis, carichi di tensione e malinconia.

A destrutturare l'adattamento dal palcoscenico al grande schermo messo in scena da Dolan, un quintetto di attori affiatati; oltre al citato Ulliel compongono l'affresco di una famiglia al capolinea altre glorie del cinema francese del presente e del passato: Nathalie Baye, Vincent Cassel, Lèa Seydoux e il Premio Oscar Marion Cotillard regalano all'ultimo Xavier Dolan una galleria di ritratti umani complessi e memorabili.

VOTO: 7,5/10



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