27 gen 2017

BARRIERE - La Recensione

Di Simone Fabriziani

Affondando a piene mani nella verbosa e rivoluzionaria piéce teatrale omonima di August Wilson, Barriere segna il terzo capitolo dietro la macchina da presa del Premio Oscar Denzel Washington, richiamando a se tutto (o quasi) il cast originale dell'allestimento di Broadway e trasponendo in maniera quasi filologica il materiale originale.
A dare volto e parole al padre di famiglia Troy Maxson è proprio Washington, che riveste gli stessi panni che anni addietro gli diedero successo sul palcoscenico ed un Tony Award; imbrigliato in una società sempre in cambiamento, Troy cerca di difendere la sfera famigliare dai pericoli e dall'ipocrisia dell'America degli anni '50 favorendo la creazione di barriere visibili ed invisibili, forse per proteggersi dal suo stesso passato, che giunto alla mezza età sembra non scrollarsi mai di dosso.

Strabordante, zeppo di monologhi ed accesi dialoghi, Washington adatta la piéce di August Wilson operando un curioso lavoro di sottrazione: a sostituire la dinamicità del mezzo cinematografico c'è la filologica progressione narrativa del palcoscenico, sempre divisa tra mura di casa, cortile, vialetto adiacente e primi piani taglienti dei personaggi, qui portati in vita ancora una volta (ma stavolta su un grande schermo) da molto del cast originario, tra cui una incisiva Viola Davis nei panni della moglie Rose e i veterani del cinema e della tv statunitensi Stephen Henderson e Mykelti Williamson.

Ma il passo più lungo della gamba fa inciampare il Washington regista proprio nell'occasione del progetto più ambizioso e difficile della sua (per ora) breve carriera dietro la macchina da presa: complice anche una eccessiva seppur necessaria lunghezza, Barriere si presenta a conti fatti più come un artificioso e goffo tentativo di riproduzione fedele della piéce omonima solo apparentemente nel solco della tradizione e della traduzione filologica dei tanti monologhi e dialoghi di cui il materiale teatrale abbonda.

E se Denzel Washington e Viola Davis si scontrano  ancora una volta a suon di dialoghi potenti come coppia di afro-americana alle prese con le barriere mentali e della società, difficilmente lo spettatore si ritroverà investito emotivamente dai recinti del passato di Troy o dalla silenziosa sofferenza di una moglie solo apparentemente felice tra le quattro mura casalinghe.

Mai come nel caso di Barriere, la sottrazione del mezzo proprio della macchina da presa a favore di un maggior rispetto nei confronti delle parole dell'autore è stata cosi velenosa per il prodotto finale.
Mediocre, se non anche dimenticabile. Con buona pace del grande August Wilson.

VOTO: 6/10




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