28 febbraio 2017

Da Natalie Portman a Emma Stone - Uno sguardo all'Oscar femminile del decennio in corso

Di Simone Fabriziani

Invecchiate, truccate, immedesimate in personaggi storici o contemporanei ma sempre ispirati a fatti reali presenti e passati, ma soprattutto intente nel portare con talento sul grande schermo disagi psicologici e soprattutto fisici. Agli Oscar, almeno nelle categorie attoriali, la rappresentazione della malattia vince sempre, in particolar modo nella sezione femminile.
Eppure, con la vittoria di Emma Stone per La La Land qualcosa è cambiato dopo alcuni anni.
Perché il ritratto della giovane attrice in erba in cerca di un sogno a Los Angeles interpretata dalla Stone "rompe" l'incantesimo che da almeno sei anni si era abbattuto sulla categoria della Best Lead Actress agli Academy Awards; dall'inizio del nuovo decennio, la Mia Dolan di Emma Stone è la prima a vincere per un ruolo non direttamente legato alla malattia fisica e psicologica.

Il nuovo millennio inizia per la categoria femminile con la vittoria di Natalie Portman ne Il Cigno Nero di Darren Aronofsky; prima statuetta e seconda candidatura per la Portman che con Nina entra nella psiche disturbata e schizofrenica di una aspirante ballerina ingoiata dalla competizione sul campo.



Nel 2011 l'Oscar viene assegnato ad una caricaturale seppur filologicamente precisa Meryl Streep alla sua diciassettesima candidatura per The Iron Lady, ritratto non del tutto efficace dei primi anni, della carriera e della vecchiaia segnata dalla demenza senile del Primo Ministro britannico Margaret Thatcher.




L'anno successivo è la volta della giovanissima Jennifer Lawrence sulla cresta dell'onda della popolarità ad Hollywood con Il Lato Positivo di David O.Russell. Il ritratto di Tiffany, giovane vedova dagli spiccati disturbi bipolari che si apre ad un nuovo riscatto privato grazie al rapporto che instaura con il Pat interpretato da Bradley Cooper, la fa guadagnare la prima statuetta alla seconda candidatura.




Il 2013 incorona con la seconda statuetta della sua carriera la straordinaria Cate Blanchett nell'applaudito Blue Jasmine di Woody Allen, impietoso ed ironico ritratto di Jasmine French, donna borghese di mezza età in preda ad una lenta ma distruttiva crisi da stress post-traumatico dopo aver perso marito e fortune nella New York dell'élite dei privilegi.



L'anno dopo la pluricandidata all'Oscar Julianne Moore vince la prima statuetta per il delicato ma poco memorabile Still Alice; una statuetta riparatoria per una carriera invidiabile e variegata manche permette alla Moore di confrontarsi con il ritratto di Alice Howland, professoressa universitaria la cui vita inizia a sgretolarsi lentamente a causa del morbo di Alzheimer.




L'antecedente diretto di Emma Stone si chiude con la statuetta femminile assegnata lo scorso anno alla coraggiosa Brie Larson in Room, indimenticabile madre coraggio alle prese con un figlio, una stanza, sette anni di segregazione e una successiva e profonda crisi depressiva legata ad insanabili sensi di colpa verso il piccolo Jack (Jacob Tremblay).



Con la vittoria di Emma Stone quest'anno si spezza dunque (momentaneamente?) la maledizione della malattia nella categoria femminile principale negli ultimi 6 anni; ma come disse Michael Keaton all'indomani della sconfitta nel 2015 a favore di Eddie Redamyne "Illness always wins" (eg. "La malattia vince sempre"). O quasi.

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