12 aprile 2017

Planetarium - La recensione

 Di Daniele Ambrosini

Presentato con poco successo allo scorso Festival di Venezia, arriva anche nelle sale italiane Planetarium della coraggiosa regista francese Rebecca Zlotowski. Si tratta di un'opera camaleontica, che cavalca più registri con una facilità disarmante, sfavorendo la comprensione globale del film ed allontanandosi sempre più dal fulcro narrativo.
Laura e Kate sono due sorelle americane che praticano sedute spiritiche a teatro come in privato, siamo alla fine degli anni '30 quando giungono in Francia per il loro tour europeo ed incontrano per la prima volta Andrè Korben, produttore cinematografico che richiede una seduta privata. Inizialmente un po' scettico, Korben dopo quella seduta ha una rivelazione e vuole assolutamente tenere le due sorelle con sè e realizzare un ambizioso progetto che le veda protagoniste. Le due annullano così il loro tour per prendere parte al film che, secondo le intenzioni di Korben, potrebbe per la prima volta imprimere l'immagine di un fantasma su pellicola. 

Planetarium inizia con una scena dello spettacolo delle sorelle Barlow, tanto seriosa da sembrare quasi ridicola e continua con gli onirici e sognanti titoli di testa che impostano un mood che non verrà mai tradito nel corso della pellicola. Infatti tutto il film mantiene una certa atmosfera sognante, come se fosse sospeso nel tempo e tutto quello che scorre sotto i nostri occhi fosse sfuggente ed inafferrabile. Quello che risulta difficile comprendere è il bisogno di cavalcare così tanti registri stilistici e di cambiare così tante linee narrative, il film è così incredibilmente dispersivo che non si capisce dove la regista volesse realmente andare a parare. Inizialmente ci viene presentato un dramma soprannaturale, poi l'aspetto spiritico viene messo da parte per ritornare nella seconda metà del film e fare posto al dramma familiare e al racconto metacinematografico: è proprio nel momento in cui le sorelle Burlow vengono inserite nel frenetico mondo del cinema che anche il film diventa a sua volta frenetico, a tratti confuso e schizofrenico. Il film procede portando avanti numerose riflessioni sulla Seconda Guerra Mondiale, sulla malattia, sul cinema stesso e soprattutto sull'invisibile.

La Zlotowski ha dichiarato che per lei l'invisibile era un tema fondamentale e su questo ha giocato molto nel corso della pellicola, esagerando. Molti dei passaggi principali della trama non sono solo invisibili ma sono abilmente nascosti, tanto che tra una scena e l'altra sembrano essere passati anni e molte svolte narrative non sono neanche giustificate. L'invisibile non è perciò rappresentato solo dai fantasmi e dalle entità spiritiche, è lo stesso stile della regista a voler ricalcare questo aspetto avvalendosi di tagli poco netti che diano alla storia un'impressione di costante continuità e che favoriscano quell'operazione di "sospensione temporale" che regge tutto il film ma che in fin dei conti si rivela un'operazione truffaldina e francamente poco riuscita. 

A trainare il film una magnetica Natalie Portman, non adeguatamente accompagnata dalla figlia d'arte Lily-Rose Depp che nella prima parte del film ha una manciata di battute monosillabiche recitate quasi svogliatamente e nella seconda fa un po' meglio, grazie allo spazio maggiore donato al suo personaggio, ma se la cava molto meglio con le scene più fisiche piuttosto che con il recitato, sinceramente un po' carente. Emmanuel Salinger, interprete di Andrè Korben, sembra sempre un po' stralunato e fuori posto per via di una caratterizzazione non proprio eccellente ma l'attore non se la cava male nonostante un personaggio monocorde. Alla Zlotowski va comunque riconosciuto il merito di aver gestito una mole incredibile di materiale e di aver diretto il film con mano sicura creando una certa continuità, anche se solo illusoria.

VOTO: 5/10

 
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