9 maggio 2017

King Arthur: Il potere della spada - La recensione

Di Simone Fabriziani

Per fornire una lettura ragionata su King Arthur: Il potere della spada bisogna abbandonare i facili e fin troppo comodi pregiudizi sulla natura del film in questione e abbandonarsi alla peculiare filmografia del britannico Guy Ritchie in quello che, in fondo, è un atto di fede da parte dello spettatore.
Come per i suoi due precedenti successi al botteghino, Ritchie cavalca l'onda delle riletture della grande letteratura nord-europea del presente e del passato e fa seguire alle avventure rocambolesche del suo personale Sherlock Holmes quelle del sovrano più leggendario di tutta la cultura occidentale: Re Artù, monarca della favoleggiata Camelot e leader dei mitici cavalieri della tavola rotonda
A fornire anche in questo caso una buona dose di adrenalina in piena tradizione con la precedente filmografia di Ritchie non manca l'approccio post-moderno già ampiamente elaborato con enorme successo con il franchise interrotto del detective di Baker Street portato sullo schermo da Robert Downey Jr., creando dissonanze visuali e storiche particolarmente efficaci e vero e proprio punto di forza dell'ultima pellicola dell'autore di Snatch - Lo strappo.

In fondo King Arthur: Il potere della spada è un'ennesima storia d'origini raccontata con il gusto contemporaneo della fumettosità e della rilettura dalla chiara impronta post-moderna, quasi che lo spettatore più acuto possa immaginarsi lo sfogliare le pagine colorate, ironiche, frenetiche, violente e suggestive di una ottima graphic novel; difatti, la forza del film di Ritchie risiede proprio nel non volersi riprendere troppo sul serio, abbandonando ogni preconcetto e manicheismo ideale legato alle leggende del celeberrimo ciclo arturiano, imbevendolo invece di dinamiche e situazioni inedite per la figura di Re Artù, specialmente se analizzata a ritroso con le innumerevoli versioni cinematografiche e televisive passate.

Adrenalinico, violento, post-moderno, a tratto violento e e forse troppo poco fantasy di quanto ci si aspettasse, King Arthur: Il potere della spada non funziona però egregiamente come era successo per la rilettura di Sherlock Holmes, supportata da un irresistibile gusto steampunk e sorretto da una chimica perfetta tra gli effervescenti Robert Downey Jr. e Jude Law, qui totalmente assente se non addirittura priva di pathos nel rapporto tra il giovane ed irrequieto Artù di Charlie Hunnam  e il malvagio zio Vortigern di Law.

Sarà l'inizio di un franchise di successo o si estinguerà con un secondo capitolo orfano di una chiusura tripartita come per l'Holmes del 2009?


VOTO: 6/10



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