29 luglio 2017

Lost in Translation: Raw di Julia Ducournau

Di Pietro Lafiandra

Non è un caso. È il 2016 e le trame del cinema europeo e statunitense convergono sul corpo, o meglio, sui corpi. In Danimarca, negli USA, in Francia. I corpi glamour di The Neon Demon. I corpi ipertrofici di Animali Notturni. I corpi fanciulleschi di Raw. E il cannibalismo come leitmotiv. Un cannibalismo arrivista e frustrato e moralista di donne insicure che divorano gli oggetti del loro dolore erotico.
La bulimia, il rifiuto del proprio corpo. Il cannibalismo di uomini in cerca di vendetta e rivalsa sociale. Il corpo che decade, il corpo grottesco, indecoroso. E tutto è perlinato, luccicante, fatiscente, metonimico. Oppure può essere semplice cannibalismo. Il corpo e soltanto il corpo: grezzo, infiammato, puro, inesperto, scurrile, crudo. Tutte le possibile declinazioni italiane di Raw, il film-scandalo della regista francese Julia Ducournau che, curiosamente - ma non inusualmente - è stato tradotto col termine che meno gli si addice (greve).
Il corpo grezzo di Justine (Garance Marillier), adolescente di estrazione borghese che si appresta a vivere il suo primo anno di college in veterinaria e che si scopre animata da una pulsione cannibale, subisce continue deformazioni, esplicite o meno esplicite, che hanno a che fare col termine “raw”: la scoperta di desideri sessuali violenti contamina la purezza della sua verginità, la sua pelle si infiamma, si desquama e si sgretola, le sue labbra inesperte vivono una sorta di menarca carnivoro; mentre la pelle di Jesse (Elle Fanning) in The Neon Demon veniva cosparsa di oro, coperta di vestiti griffati o mostrata con la reticenza che si deve a un oggetto sacro, e mentre Susan (Amy Adams) immergeva il suo corpo quarantenne nell'acqua della vasca da bagno per leggere il libro che l'ex fidanzato le ha regalato, i capelli di Justine, le sue mani e i suoi seni, come in decine di atti di pudicizia negata, vengono coperti da una serie di liquidi nauseabondi e materici: la vernice, il sangue, il vomito. Poco c'è da dire riguardo alla trama, perché il corpo è la trama stessa. Il corpo e la perversione che ne consegue.

Julia Ducournau si permette, e può permettersi, non dovendo ancora rispondere a un pubblico di massa, di lavorare la sua materia prima senza alcun pudore, di mostrare quello che molti giudicherebbero indecente: il rapporto morboso tra due sorelle che scaturisce in un gioco violento di ribellione e sottomissione, la depravazione privata che il cinema come nessun altro mezzo è in grado di rivelare, la sessualità violenta, grottesca (e quindi reale), la carne che è umana e animale, ma soprattutto il ribaltamento di ogni tabù, del rapporto di empatia che si instaura tra lo spettatore e il protagonista in un’operazione simile a quella che Tomas Alfredson fece con l’adattamento di Lasciami Entrare (per restare nel campo del vampirismo/cannibalismo).
In Raw il protagonista è il cattivo, se mai si possa definire “cattivo” chi è costretto a convivere con una degenerazione atavica, e la Ducournau non prevede alcun patto aprioristico tra autore e pubblico, scegliendo di far sperimentare all’audience, passo dopo passo, come una lenta tortura, la progressiva deformazione, la maturazione e la scoperta delle voglie scandalose della protagonista, esasperando un topos narrativo, quello del disagio adolescenziale (l'incapacità di Justine a relazionarsi con gli altri, l'eccitazione bisessuale…), ben oltre la semplice opposizione outsider/comunità (in questo caso quella studentesca con i suoi riti d'iniziazione e le sue pratiche di gruppo), fino all'antagonismo con la società intera.

A spettatori e critica è sembrato inevitabile il tentativo di liricizzare il film alla ricerca di metafore: dalla scoperta del proprio corpo, alla depravazione sessuale e il rapporto incestuoso, per finire con la grottesca "critica al vegetarianismo". Tutte interpretazioni che la cineasta francese sembra voler allontanare durante le interviste, in relazione innanzitutto con il finale del film, che rovescia ogni possibile teoria sulla nascita della desiderio antropofago, e, successivamente, in relazione al titolo del film, un titolo che rifiuta le sovrastrutture, le costruzioni teoriche, le definizioni.
Raw è un’opera dove quello che appare è quello che è., è violenta ed embrionale, non elaborata e nient’affatto poetica, anzi. Antitesi al cinema lirico e risposta tanto esteticamente elaborata quanto concreta ed essenziale a un modo di concepire il cinema come atto masturbatorio, patinato e ipocrita, e che sembra in grado di rompere certi pregiudizi diffusi sul cinema "femminile".

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