26 agosto 2017

Top of the Lake: China Girl - La recensione della serie di Jane Campion con Elisabeth Moss e Nicole Kidman

Di Gabriele La Spina

Nell'anno più femminista di cinema e televisione, è Jane Campion a firmare uno dei racconti più significativi sulla rappresentazione delle donne nella società odierna. Se la prima stagione di Top of the Lake era un gioiellino estetico, dove l'atmosfera, rarefatta e quasi sempre elusiva, giocava un ruolo fondamentale nel suo aspetto wild, il suo seguito China Girl si tinge di colori urbani diventando la finestra su una realtà differente da quella precedentemente raccontata, ma dove ancora una volta sono i personaggi a conquistare per la loro unicità. Se Elisabeth Moss torna negli scomodi panni della detective Robin Griffin, la Campion sceglie la stessa figlia Alice Englert, Gwendoline Christie e Nicole Kidman per dei ruoli chiave, in una sceneggiatura maggiormente corale rispetto a quanto visto nella prima stagione.

Rimandando all'iconico episodio pilota della serie degli anni '90 Twin Peaks, in China Girl i giochi iniziano con il ritrovamento del cadavere di una donna in riva alla spiaggia di Bondi, ma a differenza di Laura Palmer, il suo corpo si trova all'interno di una valigia bianca dove solo una lunga ciocca di capelli neri ne fuoriesce da uno spiraglio. Ma se la sventurata protagonista di David Lynch era una semplice ragazza, quasi santificata dalla sua piccola comunità, che nascondeva incredibili segreti, quella di Jane Campion è soltanto una prostituta di nome Cinnamon, la cui vita ormai perduta lega i destini dei protagonisti. Reduce dall'indagine svolta in Nuova Zelanda, dove la ricerca di una bambina dispersa di 12 anni è divenuta per lei una vera ossessione, Robin torna in città ritrovandosi a lottare in un tira e molla tra passato e presente.
Tuttavia il vero obiettivo della sceneggiatura di Jane Campion e Gerald Lee non è riaprire un cerchio ormai chiuso, bensì raccontare la figura femminile, sia attraverso l'evoluzione di un personaggio già familiare, sia mediante nuovi personaggi. Esploriamo così la differente percezione della realtà, nonché il diverso modo di sopravvivere, di una ragazza di 17 anni, Mary, della sua madre biologica Robin, di 30 anni, e di quella adottiva Julia, di 50. Mary, soprannominata Baby, scopre la sua sessualità attraverso il poco raccomandabile Puss, gestore di un bordello e già dai primi istanti della stagione, legato alla misteriosa China Girl, trovandosi travolta dalla sua stessa inesperienza. Rifiuta la madre adottiva Julia, una donna radicalmente femminista che ha lasciato il marito scoprendosi omosessuale, e ritrova Robin, che attraverso lei riesce a colmare in modo quasi insano la vuotezza che ha caratterizzato finora il suo percorso. Ma oltre il ritratto evolutivo di questa triade femminile, ciò che più scuote della serie di Jane Campion è il disegno più generico della donna: mercificata, sminuita, derisa, sessualizzata. Resa feroce dai suoi stessi simili e perciò costretta a lottare e sgomitare, ma sempre più spesso sottomessa e timorosa, in cerca di una completezza che in alcuni casi solo la maternità può donarle. E allo stesso tempo la scoperta di realtà contemporanee nascoste nella civiltà australiana, dalla prostituzione alle madri surrogato illegali.


Personaggi estremamente weird per una sceneggiatura che nel corso dei suoi 6 episodi bilancia humor a intensità del racconto, con una sorprendente comunicazione visiva, tra scene puramente surreali e altre fortemente evocative: ne è un esempio il quinto episodio dal titolo "Who's Your Daddy?" (uno dei due episodi che ha diretto la stessa Campion), dove in particolar modo i sogni dei protagonisti prendono vita e vediamo in una scena Robin tendere le mani sorreggendo due minuscoli neonati nei suoi palmi, trovandosi quasi in un simbolico bivio, come dea della giustizia incapace a fronte del complicato processo della procreazione e del desiderio di essa; il tutto sulle vibranti note di "I Love My Baby" di Nina Simone. Ennesima prova della profonda esplorazione della maternità affrontata dalla serie.
China Girl si colloca tra le diverse serie che in questi ultimi anni hanno ridefinito il confine tra cinema e televisione, e in fin dei conti da una regista e sceneggiatrice come la Campion, che già aveva espresso molto nella prima stagione, non ci si poteva aspettare di meno. Ma a contribuire alla riuscita della serie sono anche le incredibili performance dei protagonisti: Elisabeth Moss continua a dimostrare il suo talento sviluppando il personaggio di Robin e mostrando un lato non ancora raccontato, più feroce e allo stesso tempo fragile, Gwendoline Christie conquista nei panni di un personaggio goffo e colmo di insicurezze, mentre Nicole Kidman si conferma straordinaria caratterista quando, oltre l'aspetto puramente trasformativo che ha richiesto il personaggio di Julia, ogni sfumatura del carattere scomodo e a volte irruento di questa donna e delle sue contraddizioni, viene espresso attraverso gli occhi, ormai marchio di fabbrica dell'attrice; una performance dosata nell'arco della stagione ma che riceve il giusto spazio soltanto nel suo finale.
Fin dai suoi titoli di apertura, con la fecondazione di un feto, China Girl anticipa che il suo tema centrale sarà la procreazione, e nel suo sviluppo si conferma come prodotto di valenza sociale nonché filosofica. La scrittura di Gerald Lee e Jane Campion, la regia perlopiù affidata ad Ariel Kleiman, rendono questa serie uno dei prodotti più eleganti e incisivi visti finora sul piccolo schermo.

VOTO: 9.5/10

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