26 settembre 2017

Transparent - La recensione della quarta stagione della serie Amazon

Di Simone Fabriziani

Ci sono molti modi e molte sfumature per analizzare e recensire la quarta stagione di Transparent, punta di diamante della serialità targata Amazon Prime Video, e noi per la prima volta cercheremo di descrivervela utilizzando quattro parole chiave per assaporare al meglio l'imperdibile appuntamento televisivo con la famiglia Pfefferman.

Famiglia
Non è una novità tematica visto che tutta la serie creata da Jill Soloway fino ad ora ha sempre mirabilmente girato attorno al complesso concetto di famiglia ai tempi del gender e della crescente sensibilizzazione alle problematiche LGBT.

Genere
Anche se la lingua italiana non fa distinzione semantica nella regola grammaticale standard, la lingua inglese possiede il sostantivo "gender" per riferirsi al genere sessuale di appartenenza di un individuo; ancora più delle stagioni precedenti, il quarto appuntamento con i Pfefferman naviga attraverso la fluidità delle proprie inclinazioni. Nulla ha più a che fare con la biologia, con le tiranniche leggi dell'epigenetica già affrontate nella stagione 2, l'accettazione per Maura, Ali, Sarah, Josh e Shelly è quella di conoscere i primi limiti e di espanderli, di oltrepassarli al di là di ogni distinzione scientifica, al di là dei nostri corpi/involucri.


Corpo
La quarta stagione di "Transparent" è quella maggiormente dedicata ai corpi dei suoi protagonisti; corpi che cambiano, si trasformano, si rifiutano, si accettano, vengono violati; un involucro comune a tutti gli esseri umani accomunato altresì dall'intima conoscenza di esso, soggetta ad ogni individuo. Chi siamo noi? Uomo, donna, entrambi i sessi, entrambi i generi? Siamo corpo e anima o solo corporalità che imprigiona il nostro vero essere, il nostro più personale sentire/sentirci?

Origini
La quarta stagione è anche quella del ritorno (letterale) alle origini della famiglia Pfefferman; il viaggio accademico di Mort/Maura (il sempre straordinario Jeffrey Tambor) a Tel Aviv sarà l'occasione fortuita per la figlia Ali (Gaby Hoffmann) e poi per il nucleo famigliare intero di riscoprire le proprie radici e di scoperchiare alcuni segreti di famiglia tenuti nascosti da tanto, troppo tempo. Impossibile non (ri)analizzare la divisione (culturale e concreta) tra israeliani e palestinesi come ideale volontà da parte della Soloway di abbattere i muri della divisione attraverso la celebrazione dell'egalitarismo della fluidità del gender, anche in terra straniera. Mica poco per una serie Amazon che al quarto appuntamento si conferma sempre più urgente e onesto racconto per i piccolo schermo della realtà LGBT degli anni Duemila.

VOTO: 8.5/10

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