9 settembre 2017

Venezia 74: Caniba - La recensione

Di Daniele Ambrosini

Presentato come uno dei film più sconvolgenti del Festival di Venezia, l'insolito documentario Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor sul cannibale Issei Sagawa è una delle più cocenti delusioni della manifestazione. Nonostante un taglio originale e delle premesse piuttosto intriganti il documentario non riesce a convincere per via di una regia ostentatamente autoriale ed una messa in scena ostica, praticamente priva di ritmo.

Nel 1981 Issei Sagawa si trovava a Parigi per studiare letteratura, lì conosce Reneè Hartevelt, anche lei studentessa. Lui si innamora di lei che però lo respinge numerose volte, non potendo vedere soddisfatto il proprio desiderio sessuale Sagawa ha ucciso la ragazza con un fucile e poi ha mangiato la sua carne, per un totale di sette chili a partire dai glutei, da lui stesso definiti la parte più tenera del corpo umano. Sagawa venne dichiarato inabile di intendere e di volere ed ottene l'estradizione per il Giappone, dove dopo un breve periodo passato in custodia fu rimesso in libertà ed ottenne grande notorietà grazie ad una serie di bestseller, sia romanzi che manga, dove raccontava ciò che era successo in Francia e le sue pulsioni. 

Caniba si compone interamente di inquadrature strettissime, primi e primissimi piani per farci sentire a disagio, per farci sentire la vicinanza con la carne, come se anche il cannibale venisse trattato come un "pezzo di carne". Ma allo stesso tempo per coglierne la fisionomia, gli sguardi, le reazioni. Peccato però che la regia di Paravel e Castaig-Taylor sia spinta all'eccesso e voglia rendere il documentario eccessivamente pesante, ci sono interi minuti di volti senza che venga detta una parola, senza che Sagawa venga messo a fuoco. La lentezza inutile e deleterea con cui è impostato il documentario impedisce di approfondire i temi più interessanti della pellicola, solo vagamente accennati per sconvolgere e colpire lo spettatore ma mai realmente approfonditi. Si pensi al rapporto con il fratello, autolesionista dalle pulsioni sessuali impagabili, che sarebbe la quadratura del cerchio perfetta ma invece viene presto accantonata per fare spazio ad altro. Qualche spunto interessante c'è insomma ma la forma eccessivamente manieristica del documentario è l'espressione dell'ego di due registi fin troppo convinti del loro prodotto per rendersi conto dei suoi evidentissimi difetti.

VOTO: 5/10


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