9 settembre 2017

Venezia 74: Hannah - La recensione del film con Charlotte Rampling

Di Daniele Ambrosini

Hannah è l'ultimo film italiano presentato in concorso al Mostra del Cinema di Venezia, opera seconda di Andrea Pallaoro interpretata da una maestosa Charlotte Rampling. Il film è tutto incentrato sulla sua convincente protagonista, ma purtroppo non riesce ad impostare una narrazione abbastanza convincente da giustificare l'intera operazione, che alla lunga diventa tediosa e ripetitiva.

Hannah è una donna anziana che vede la sua vita stravolta dall'improvviso arresto del marito. Suo figlio non le parla più, la palestra non le rinnova l'abbonamento e persino il suo cagnolino non la considera più, l'unica cosa che le è rimasta è il suo lavoro da donna delle pulizie. Nel corso del film non viene mai spiegato quale sia effettivamente l'evento che ha messo in moto tutto questo cambiamento, eppure assistiamo alla sofferenza di una donna sempre più provata dalla vita intenta in un'elaborazione silenziosa della sofferenza e del dolore causato da questo evento tragico non meglio definito. Pallaoro ogni tanto accenna ma non spiega mai, perché forse non desidera davvero raccontare quanto accennare, lavorare per mere sensazioni.

Il volto, le spalle, il corpo cadente, gli occhi stanchi e tristi di Charlotte Rampling illuminano la scena in più di un'occasione, la sua performance è davvero buona nonostante il film sia poco convincente. Infatti la regia di Pallaoro è fin troppo formale e schematica, intrappolata in un manierismo spinto al limite, mentre la sceneggiatura è piena di momenti morti e ripetitivi che non aggiungono niente alla storia della sua protagonista ma che anzi, alla lunga stancano. La stessa decisione di non chiarire mai il punto di svolta della storia dimostra la volontà del regista di spingersi in un campo autoriale che non gli appartiene, dove la trama è secondaria alle immagini, ma qui questa scelta semplicemente non funziona perché il film è praticamente vuoto. Torna necessario chiarire una cosa che avevamo già detto per Foxtrot: mostrare la sofferenza in sé e per sé non aiuta lo spettatore ad entrare in empatia con il personaggio, occorre giustificare ed argomentare la sofferenza affinché essa diventi umana e credibile e non resti solo rappresentazione di sentimenti meccanici. 

VOTO: 5.5/10

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