10 settembre 2017

Venezia 74: Sweet Country - La recensione

Di Daniele Ambrosini

Warwick Thornton realizza un western elegante ed insolito nei tempi e nella costruzione scenica. Quasi completamente privo di azione e di avventura, Sweet Country imposta una accurata riflessione sul senso di giustizia in parallelo partendo da una storia di schiavitù.

Il deserto australiano degli anni '20 è una terra arretrata e retrograda, sottoposta ad una legge arbitraria, che in fin dei conti non è poi molto dissimile dal Far West americano di qualche secolo prima. I proprietari terrieri bianchi possiedono schiavi aborigeni; ma di schiavi non ce ne sono poi molti in giro, così il nuovo arrivato Harry Marsh si reca nella tenuta di Fred Smith a chiedere aiuto per terminare di costruire la sua staccionata e chiedere dove abbia preso i suoi braccianti. Smith non può aiutarlo, ma data l'insistenza di Marsh si decide ad inviare il suo schiavo fidato, Sam Kelly, insieme alla sua famiglia ad aiutare il nuovo concittadino. Fred Smith è un uomo di chiesa, conosce il valore della misericordia e del rispetto reciproco, perciò Kelly e la sua famiglia sono sempre stati trattati benissimo; Harry Marsh invece è un uomo impulsivo, violento e testardo. Così durante la permanenza a casa Marsh succede qualcosa di molto spiacevole. Ma il vero motore della storia è un giovane schiavo di un'altra tenuta, che viene prestato a Marsh poco dopo il rientro di Kelly: il ragazzo cleptomane fugge dalle grinfie di Marsh che però si convince che Kelly lo stia aiutando a nascondersi da lui. Qui il punto di non ritorno per Kelly, sua moglie e sua nipote.

Il film di Thornton è una raffinata metafora della società moderna che si fa completa soltanto a conclusione di una complessa analisi sulla giustizia. Come abbiamo detto parlando di altri film, quest'anno nel concorso veneziano il tema della giustizia è andato per la maggiore; Sweet Country aggiunge un importante tassello a questa riflessione. La scelta del western è funzionale alla tematica affrontata, infatti la scelta del genere non è tanto legata al desiderio di realizzare un western vero e proprio, quanto invece a trasportare uomini per bene nella terra di nessuno dove sono costretti a sottostare ai pregiudizi e alla giustizia sommaria. Il senso di giustizia privata si contrappone alla legge e ai valori umani. Lo stesso Fred Smith nel finale esplicita questa volontà dell'autore chiedendo tra sé e sé: "Cosa ne sarà di questo paese?". Il messaggio è universale e l'interrogativo rivolto a tutti, l'Australia del 1920 si trasforma di colpo nel mondo globalizzato di oggi e noi non possiamo che interrogarci insieme a Fred Smith.

Sweet Country è un western più per ambientazione che per contenuti; la la regia elegante, il montaggio alternato a fugaci flashforward ed una scrittura intelligente che, oltre a portare avanti una riflessione stimolante, imposta una narrazione sempre interessante, contribuiscono a rendere Sweet Country un film riuscito, a prescindere dal genere a cui appartiene. Forse la gestione dei tempi scenici alla lunga rende il film meno incisivo di quanto sarebbe potuto essere, ma questo, per fortuna, non penalizza più di tanto il risultato finale.

VOTO: 7/10
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