15 novembre 2017

American Horror Story: Cult 7x11 ''Great Again'' - La recensione del finale di stagione

Di Edoardo Intonti

Con il finale di stagione assistiamo al termine delle vicende dei pochi sopravvissuti della settima interpretazione dell’horror americana, Cult appunto, che mai come quest’anno ha diviso il pubblico (o guardando i numeri degli ascolti, i fan) tra che la considera un capolavoro e chi un disastro.

Alternando saggiamente flashforward e flashback, “Great Again”, citazione trumpiana neanche troppo simbolica, ci mostra infine il termine delle vicende dei due protagonisti indiscussi del format: Evan Peters e Sarah Paulson, chiamati questa stagione a sostenere un cast di new entry più o meno riuscite e una storia stagnante e avvincente solo a tratti.
La sottotrama, con annessa ambientazione, della prigione poteva essere sfruttata narrativamente già qualche episodio prima, esaurendosi invece in appena una manciata di minuti, perdendo la possibilità di mostrare la paura, l’angoscia dell’isolamento carcerario e della violenza delle gang.  Si continua invece a perpetuare il mito di Charles Manson (ormai indistinguibile da Kai anche nelle sue visioni) e dei suoi efferati crimini, in particolare con una scena a metà tra il macabro e il cattivo gusto, in cui il “supremo leader” insegna ai suoi adepti come uccidere con successo donne incinte. 

La collaborazione tra Ally e l’FBI chiarisce il motivo del rimandare la vendetta da  parte di  Ally nei confronti del leader (già salvato da Bebe Babbitt  e risparmiato in diverse altre occasioni), mettendo fine in una volta sola all’intero gruppo di assassini. 
Persa completamente la linea narrativa delle maschere inquietanti, delle fobie, delle api ecc, si è scelto di virare nuovamente verso un messaggio politico neanche troppo subliminale, in particolare in questo episodio, che vede Ally candidarsi al Senato, sconfiggere simbolicamente l’uomo dispotico ( rappresentati da Kai e l’avversario politico), e riaffermare infine il culto iniziato da Valerie Solanos.

La domanda più evidente di questo finale, e i generale della stagione, è: dove finisce l’autocitazione e dove inizia la pigrizia di scrittura? L’ennesimo finale che vede come “unica sopravvissuta” il personaggio della Paulson (in compagnia, grazie a dio, almeno della sempre più di spicco, Adina Porter), era prevedibile da metà stagione, così come il suo unirsi al culto per diventarne in qualche modo l’ape regina. Riuscirà mai American horror Story ad uscire da quei binari che iniziano a stargli tanto stretti, a imparare dagli errori del passato e a sperimentare? Con Roanoke era sembrato di sì, adesso però Cult sembra quasi un passo indietro rispetto alla seconda metà del progetto di Ryan Murphy, che dalla prima alla quinta stagione aveva contato sul fattore “stupore” e “novità” .

VOTO: 7/10


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