4 novembre 2017

Roma 2017: Mudbound - La recensione

Di Daniele Ambrosini

Mudbound di Dee Rees era uno dei film più attesi di questa stagione cinematografica e dopo essere stato ben accolto dalla critica allo scorso Sundance Film Festival, il film targato Netflix sbarca alla Festa del cinema di Roma, poco prima della sua distribuzione internazionale sulla piattaforma di streaming prevista per il 17 Novembre. Ma nonostante la calorosa accoglienza casalinga il dramma di Rees non riesce a convincere appieno.

Ambientato durante gli anni '40 Mudbound si pone fin dalle prime scene come un dramma corale che abbraccia diverse situazioni storico culturali dell'epoca che si possono riflettere nella odierna situazione politica e sociale. La prima mezz'ora del film ha il compito di presentarci i protagonisti di questa storia ed il loro punto di vista sulla faccenda, infatti le principali linee narrative sono introdotte da un pesante voice over dei personaggi stessi, che nel corso della pellicola intervengono spesso per commentare le proprie vicende. Il primo personaggio di cui facciamo conoscenza è Laura, trentenne ancora single che finisce per sposare Henry, letteralmente il primo ed unico uomo che le offre una possibilità di lasciare il nido materno; Henry è un uomo del sud, uno all'antica, che dopo aver messo su famiglia in città decide che è tempo di tornare nelle campagne dove lui è cresciuto, Henry è un uomo risoluto che non ha bisogno di confrontarsi con la moglie o di avere il suo permesso. Laura non lo ama davvero, è invece attratta dal fratello di Henry, Jamie, che in quegli anni è assente per via della guerra. Al suo ritorno Jamie si reca subito dal fratello ed instaura una insolita amicizia con Ronsel, un ragazzo di colore, anche lui reduce dal secondo conflitto mondiale, figlio della famiglia che serve Henry - non sono schiavi ma nel sud retrogrado poco ci manca. Suo padre, uomo rozzo ed estremamente conservatore, ovviamente non riesce ad accettare che frequenti un uomo di colore.

In Mudbound è chiaro fin da subito chi sono i "buoni" e chi sono i "cattivi", infatti quelle voci fuori campo che accompagnano il film sono solo quelle di Ronsel, Laura, Jamie, e dei genitori di Ronsel, Hap e Florence, loro sono i personaggi positivi, gli oppressi ed i loro sostenitori. Non c'è posto per il punto di vista dei personaggi negativi, che sono solo delle terribili comparse responsabili di grande sofferenza. Affidare a questi personaggi delle riflessioni intime, riferite direttamente al pubblico, ha il fine di rendere il tutto più emotivamente coinvolgente e palesare, anche allo spettatore più sprovveduto, il suo messaggio di giustizia sociale, è un modo per creare empatia fin da subito con i veri protagonisti della storia. E proprio l'empatia sembra essere il fine ultimo di tutto, ma purtroppo questo porta ad una tendenza al sovraccarico emotivo che alla lunga penalizza il risultato finale.

Dee Rees costruisce una dramma che non aggiunge niente a quanto sia già stato detto o fatto in operazioni simili, la condizione svantaggiata delle persone di colore e la critica situazione psicologica dei reduci di guerra (ormai elemento ricorrente di tutto il cinema americano che aspira ad essere politicamente impegnato) passano per un trattamento convenzionale e privo di particolari guizzi narrativi che si riprende un pochino nell'interessante plot twist finale, poi banalizzato da un noioso happy ending. La tendenza ad inutili sentimentalismi sembra in più frangenti portare ad elevati livelli di autocommiserazione e patetismo che sono francamente innecessari. Per trattare una storia ormai già sentita come questa è necessario come minimo affrontarla con un punto di vista originale che, sinceramente, a Mudbound manca.

Carey Mulligan, Garrett Hedlund, Jason Clark, Jason Mitchell, Mary J. Blige e Jonathan Banks compongono il ricco cast della pellicola ma, sebbene ci troviamo di fronte a delle buone interpretazioni, nessuno di loro offre una performance davvero notevole. Dee Rees, anche co-autrice della sceneggiatura, dirige un film compatto ma anonimo, eccessivo nella durata e non particolarmente originale, ma che resta tutto sommato un'opera discreta di cui, semplicemente, non si sentiva il bisogno. Poiché l'intento politico-sociale del film è evidente a tutti, siamo sicuri che Mudbound farà presa su una buona parte di pubblico per via delle sue forti tematiche, ma per noi resta un film carino (niente di più) ma non particolarmente riuscito.

VOTO: 6/10


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