3 dicembre 2017

TFF 2017: The Florida Project - La recensione del film di Sean Baker con Willem Dafoe

Di Edoardo Intonti

Il nuovo film del 46enne Sean Baker, in chiusura al 35esimo Torino Film Festival, si riconferma uno dei titoli più interessanti dell’anno, forse più adatto al gusto degli Indipendet Spirit Award che alla patina dorata degli Oscar, ma che, agli occhi del pubblico, merita sicuramente una visione. 

In The Florida Project, si raccontano le vicende di un gruppo di ragazzini dei loro genitori, e di un’estate vissuta al coloratissimo Magic Castle Motel, un alberghetto da quattro soldi poco lontano dal parco divertimenti di Disneyland, attorno al quale ruota la maggior parte dell’economia locale. Moonee ha sei anni, è spregiudicata e birbante: insieme ai suoi amichetti coetanei la osserviamo vivere momenti di infantile felicità, festeggiando per aver messo insieme i soldi per dividere un gelato o facendo a gara a chi sputa più lontano. Sono momenti che, nonostante lo squallore che circonda li circonda, sono spontanei, reali e carichi di positività: la facilità con la quale si fa amicizia, l’entusiasmo per l’esplorazione di un vecchio rudere o l’amore incondizionato tra un genitore e un figlio. Nella prima parte della pellicola, quasi ci si dimentica di ciò che circonda i personaggi, le loro scelte sbagliate, i loro sogni infranti, e viene quasi da chiedersi se in fondo, non siano tutto secondario nell’ottica generale della vita: l’importante è l’amore, l’amicizia, la salute. Baker però, a differenza dell’opera precedente Tangerine, non regala il lieto fine, l’apertura speranzosa verso il futuro, ma anzi, mette in scena un dramma snervante, il cui apice inderogabile e disastroso si compie davanti ai nostri occhi.

La regia di Baker, spogliata di qualsivoglia orpello hollywoodiano, è considerabile alla stregua di un Garrone americano, interessato a raccontare la verità degli strati sociali più umili e umani, la realtà delle persone comuni e dai sogni infranti (Starlet), costretti a vivere nella consapevolezza che il sogno americano è ormai finito, non c’è spazio per tutti, e che non tutti sono destinati al lieto fine. 
Nonostante in passato, negli altri lavori di Baker, non ci siano mai stati membri del cast degni di nota, quest’anno spicca Williem Dafoe, nel ruolo del gestore del motel, nonché angelo custode degli inquilini del fintissimo castello delle favole dove Moonee e i suoi amici vivono. Nonostante la sua molto probabile nomination agli Oscar, è la stessa Brooklyn Prince, la protagonista della pellicola,  a reggere pienamente il film, strappando più di una risata e un'insostenibile pianto finale, che nella sua candida e umana semplicità, la eleva tra i sempre più frequenti enfant prodige, mettendola forse sullo stesso piano del Jacob Tremblay di Room. 
Piccola curiosità è la presenza di Caleb Laudry Jones, un cameo quasi dimenticabile nell’ottica dell’intero film, ma che segna la sua terza partecipazione ad un titolo oscar friendly dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Get Out.

VOTO: 10/10 

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