3 dicembre 2017

TFF 2017: L'ora più buia - La recensione del film di Joe Wright con Gary Oldman

Di Edoardo Intonti

Nonostante quest’anno vi siano stati fin troppi Churchill nel panorama mediatico cine-televisivo (John Lithgow per The Crown premiato anche con un Emmy, Brian Cox per il film Churchill), innegabilmente, la pellicola più degna di nota in questo panorama, risulta essere proprio L'ora più buia del regista Joe Wright, già autore degli acclamati e inglesissimi Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione e Anna Karenina.

Il valore e la ricercatezza stilistica dell’opera è innegabile: il montaggio, sebbene non si tratti di un action ma di un dramma storico, è frenetico e mantiene sempre salda l’attenzione dello spettatore, senza cadere nei tipici cliché delle riprese dei campi di battaglia, o le vedute para/turistiche della Londra degli anni ’40. 
Vagamente claustrofobico, nelle sue stanze costantemente tagliate da raggi di luce esterna o nei suoi pertugi sotterranei del bunker dove il gabinetto del primo ministro si riuniva il suo consiglio di guerra, non è niente di meno di quello che ci aspetterebbe dal regista che ambientò Anna Karenina in un solo teatro, riuscendo a farci percepire la sensazione di angoscia che doveva vivere l’Inghilterra in quei drammatici mesi in cui si era vista rimanere l’unico paese a dover tener testa a Hitler, con un esercito dimezzato e fuori patria, e la presenza costante di disfattisti, pronti a rinunciare alla libertà del proprio governo, in cambio di accordi vantaggiosi con il terzo reich.
Involontariamente, la sceneggiatura si ricollega ad un’altra delle pellicole di maggior successo di quest’anno: Dunkirk, questa volta dal punto di vista delle sale del potere, dove uomini ben lontani dalla trincea dovettero prendere decisioni che costarono la vita di molti giovani, e che al tempo  risultarono una vera e propria follia. Scopriamo dunque il peso che in patria ebbero quei fatidici giorni che ci racconta Nolan nella sua pellicola, spaziando dalla nomina a primo ministro di Churchill, il suo rapporto con la moglie (una Kristin Scott Thomas troppo bella per la parte), l’iniziale sfiducia da parte del sovrano, e la graduale presa di posizione dell’uomo che dovette affrontare uno dei periodi più bui della storia inglese, e che oggi diversi registi sentono il dovere di raccontare.

Gary Oldman, d’altro canto, nonostante un trucco a prima vista fin troppo pesante e innaturale, si trasforma abilmente, come solo lui ha dimostrato di saper fare, interpretando in modo più che convincente il personaggio di Churchill, anatomicamente diverso da lui (identico per assurdo a Cox), non basando la sua interpretazione solo sul piano meramente di somiglianza fisica, ma arrivando ad imitarne perfettamente l’accento, i borbottii e le movenze, diventate però un ampio oggetto di imitazione e studio da parte delle decine di attori di mezza età che hanno interpretato il personaggio nel corso dei vari film d’ambientazione della Seconda Guerra Mondiale (il modo di fumare il sigaro, di arricciare le labbra o di fare il segno della vittoria con le dita, ecc).
Il film regala qualcosa di nuovo su Churchill? Sì. È apprezzabile lo sforzo nel bilanciare il dramma della guerra, il voler dimostrare la lungimiranza del personaggio nei confronti del dittatore, la caparbietà contagiosa di chi non ha voluto cedere nonostante la situazione avversa (funzione molto spesso delegata ad altre figure, per lo più reali) e l’umorismo  dell’uomo che in fondo non era solo figura politica.
Un film che, cadendo talvolta nella retorica di discorsi divenuti ormai celebri, recitati a vagoni di londinesi e camere dei lord, continua comunque ad ispirare grazie all’attualità dei concetti espressi e per l’importanza storica che essa hanno per l’Europa moderna.

VOTO: 7,5/10

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