15 dicembre 2017

The Killing of a Sacred Deer - La recensione del film di Yorgos Lanthimos con Nicole Kidman e Colin Farrell

Di Gabriele La Spina

Fin dal suo esordio registico con Kinetta nel 2005, il regista greco Yorgos Lanthimos ha perpetuato una poetica ben precisa costituendo pellicola dopo pellicola un universo cinematografico composto da personaggi apparentemente "strani" e racconti al limite del surreale. I successivi Dogtooth e Alps, entrambi scritti con il fedelissimo co-sceneggiatore Efthymis Filippou, raccontano ancora dei modi più disparati di fuga della realtà e del rifiuto degli schemi sociali. Così come avviene in scala ben più ambiziosa in The Lobster, pellicola che ha conferito a Lanthimos nel 2015 la fama mondiale.
Sempre contraddistinte da sceneggiature che, oltre l'originalità della sinossi, dimostrano un'approfondita ricerca del linguaggio e un senso dell'umorismo nero e quasi pessimistico, mirando a una sorta di naturalismo recitativo, Lanthimos ha negli anni diretto ogni suo film con una pulizia formale maniacale e minimalista. Ma se Dogtooth può essere definito un vero rebus linguistico, mentre The Lobster un'analisi delle relazioni sentimentali; The Killing of a Sacred Deer naviga in tutt'altre acque. Lanthimos abbandona il fattore weird per raggiungere un confine ben più macabro e cupo, raccontando un sacrificio tuonante nella pace dell'agio nella moderna borghesia. 

Ciò che rappresenta la famiglia Murphy è il simbolo di perfezione americana: Steven e Anna, due coniugi belli e di talento, entrambi medici, il primo cardiochirurgo e la seconda oftalmologo, dunque ricchi e con due splendidi figli; vedono il loro idillio insidiato da un ragazzo di nome Martin, apparentemente una sana distrazione, prima di rivelarsi causa di sventure. Nella tragedia di Euripide "Ifigenia in Aulide", Agamennone si ritrova costretto a dover sacrificare la figlia Ifigenia alla dea Artemide per far sì che il vento torni a soffiare e le sue barche possano raggiungere Troia; tale espediente viene colto da Lanthimos e Filippou, che adattano questo breve concetto al loro racconto moderno. Steven, che con la sua negligenza ha causato la morte del padre di Martin sul tavolo operatorio, subisce una maledizione dove ogni persona a lui cara; suo figlio, sua figlia e sua moglie, rimarrà paralizzata, smetterà di avere voglia di mangiare, sanguinerà dagli occhi e poi morirà: il dado è tratto, e i personaggi del teatro di marionette di Lanthimos iniziano un lugubre gioco la cui unica soluzione è che Steven sacrifichi uno di loro. Senza un perché, la miccia innescata ha lo scopo di scaturire reazioni, come topi da laboratorio in un labirinto tanto mentale quanto visivo. E dopo un iniziale conflitto tra pragmatismo e superstizione da parte dei protagonisti, la disperazione ha il sopravvento, e ognuno lotta per la propria vita cercando di conquistare i favori del padre, che dovrà compiere l'ardua scelta. 

Al contrario delle precedenti pellicole del regista, The Killing of a Sacred Deer ha una ritmica ben più lenta e posata, che con i movimenti di camera spesso stranianti e ossessivi, tra lentissimi zoom che sembrano voler scrutare ogni possibile particolare e primissimi piani ai volti dei protagonisti capaci di catturare ogni micro espressione dei loro visi, alimenta un'aura sinistra e ansiogena. Acutissime note delle più sottili corde dei violini introducono l'orrore e il disturbo; disegnati da una regia dalla composizione quasi geometrica, simmetrica, tanto da dare vita al paragone tra Lanthimos e Stanley Kubrick, da parte di molti, anche se in realtà non potrebbe essere più differente dal regista americano, dirigendo storie di una sua dimensione concettuale e forse filosofica.
Se i personaggi sono pronti a tutto pur di salvare la propria vita, arrivare alla verità e chi alla vendetta, può dirsi lo stesso del cast, meno nutrito rispetto al precedente The Lobster, ma ancora più riuscito. Colin Farrell è ancora una volta il perfetto protagonista per Lanthimos, con un personaggio meschino, probabilmente simbolo del patriarcato americano, ma sono le nuove aggiunte a brillare: Barry Keoghan, un personaggio insano, divinità punitiva o sadico demonietto, vero cuore pulsante della pellicola, e Nicole Kidman, che spoglia di qualsivoglia patina o travestimento, riesce a emanare una sorta di luminosità, con forte naturalezza è il perfetto soggetto dei primi piani di Lanthimos, riuscendo a parlare senza dire alcuna parola. Ognuno di loro risulta calzante nei toni grotteschi a cui il regista ha da sempre abituato, ma utilizzando solitamente un cast di sconosciuti, e si prestano come pedine della stessa tortura psicologica che subisce chi guarda. 

Torbido, cinico e perverso, The Killing of a Sacred Deer non è altro che un crescendo vorticoso che ha il suo culmine nell'espiazione delle colpe dell'imperfetto protagonista, attraverso il sacrificio, accettando il fardello di questo. Non è ardito definire tale come un'opera cinematografica, tanto perfetta nella forma, quanto vacua nei sentimenti dei personaggi plasmati dalle mani del regista, dubbioso sulla moralità umana e la sua crudeltà. Tanta l'audacia di Lanthimos, che lungi dall'essere semplice esteta, imbastisce una prova estrema nel suo concetto: la sacralità della vita, messa in dubbio ma al contempo celebrata. E noi all'occorrenza vittime dello stesso fanatismo di vecchie culture pagane, inebriati dall'inquietudine diveniamo artefici del nonsense, disperati nel voler sfuggire dalla spada che pende sopra la nostra testa, ma ancor di più impauriti che non ci sia effettivamente senso al tutto. Anche se non ci è dato saperlo, non ci è dato sapere, secondo Lanthimos.

VOTO: 9.5/10

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