16 aprile 2018

Lost in Space - La recensione della serie remake di Netflix

Di Gabriele La Spina

Che rapporto d'amore, quello tra Netflix e la fantascienza! Nel corso degli ultimi anni il servizio di streaming si è cimentato nella produzione delle più disparate serie televisive e film nel filone sci-fi, con successo come nei casi del recupero della serie distopica Black Mirror o dell'ultimo film di Alex Garland, Annientamento, o con discutibile risultato, come la serie Altered Carbon e il film di Duncan Jones, Mute, surrogati di Blade Runner. Sarebbe solo stata questione di tempo per l'approccio al remake di un classico della fantascienza televisiva, cult degli anni '60, epoca nella quale più che mai il genere è fiorito.

È venuto così il turno di Lost in Space, serie andata in onda negli USA tra il 1965 e il 1968, firmata da Irwin Allen, papà di serie come Viaggio in fondo al mare e film come L'avventura del Poseidon. Il caso di Lost in Space non è stato però dei più fortunati, visto il breve ciclo vitale rispetto ad altre serie dello stesso genere, ma in qualche modo è sopravvissuta nel tempo guadagnandosi un posto nel cuore degli estimatori insieme a classici ben più imponenti come Star Trek. Il suo recupero sarebbe avvenuto però 30 anni dopo la sua cancellazione, con un blockbuster per il grande schermo dal titolo omonimo, con protagonisti un improbabile Matt LeBlanc, sulla cresta dell'onda per la serie Friends e Gary Oldman nell'interessante ruolo dell'antagonista, non proprio un prodotto di grande qualità quello diretto da Stephen Hopkins, ma che riportò interesse nel pubblico tanto da scatenare la produzione di un'ulteriore serie remake nel 2004.

Quello di Neil Marshall per Netflix, è di fatto il terzo remake di Lost in Space, dove il regista di The Descent, che firma anche la regia dei primi episodi, fa parte di un'attualizzazione del progetto. Assistiamo così al viaggio di una famiglia verso Alfa Centauri, presunto Eden, dopo che la vita sulla terra viene messa a rischio da un corpo celeste, meta per la nuova colonizzazione. Ma come di consueto non tutto fila liscio, e a causa dell'attacco di un misterioso robot di matrice aliena, i gruppi familiari a bordo delle loro navi sono costretti ad abbandonare la nave madre, finendo con un atterraggio di fortuna su un pianeta sconosciuto. È intellegibile l'ondata di femminismo che sta investendo Hollywood visto che la maggior parte delle dinamiche di questo nuovo adattamento, sono mosse dai personaggi femminili, capaci di forza, protagonismo ma anche antagonismo. Nel caso della madre, vero capo famiglia dei Robinson, interpretata da Molly Parker, reale ragione del viaggio intrapreso dalla famiglia, ai ferri corti col marito, per motivazioni mai giustificate e mai approfondite a sufficienza dallo script, e delle figlie, della diciottenne Judy, Taylor Russell, uno dei medici più precoci mai visti, e della spigliata Penny. Ma il vero fulcro della serie è soprattutto nel rapporto tra il figlio più piccolo, l'undicenne Will, e il robot alieno che gli salva la vita nelle prime ore dell'approdo nel pianeta sconosciuto, e che accompagnerà la famiglia durate la sua permanenza. In un rapporto in stile E.T. che tanto vuole citare dalla pellicola di Spielberg, ma che ben poco, nonostante la forzatura dei sentimenti, riesce a cogliere di quel rapporto tanto struggente.

Parker Posey in una scena della serie.

Tutto sembra rivolgersi a un target fin troppo familiare, fin dalla smielata introduzione che raffigura diverse famiglie scrutare lo spazio; in un luogo quale è Netflix, che spesso ci ha abituati a produzioni prive di censure e schemi. Troppo edulcorato, dai personaggi stereotipati e poco tridimensionali. Un alto budget, come questo è il caso, non compensa infatti le mancanze di una sceneggiatura fin troppo superficiale, dove il perbenismo prende il sopravvento. Non cambia le sorti nemmeno Parker Posey, forse interpretazione più riuscita nella serie, nei panni di una ladra d'identità, che si infiltra nella famiglia Robinson, facendo le veci dei villain interpretati da Oldman nell'adattamento cinematografico, e Jonathan Harris nella serie originale. 

Lost in Space è probabilmente un remake poco necessario, che indubbiamente non punta al pubblico cinefilo ne agli estimatori del genere sci-fi. Prova ne è la massiccia campagna promozionale che Netflix ha intrapreso, tra spot nelle sale e pubblicità televisive, che la serie mira agli spettatori casual, da buon blockbuster televisivo. Le famiglie nei loro salotti resteranno sicuramente ammaliate dai finti paesaggi e dalle varietà di animali extra terrestri, senza curarsi dei buchi di una sceneggiatura che ben poco motiva le azioni dei personaggi e non si sofferma ad approfondirne i profili. Eppure da amante del genere sci-fi, come sta dimostrando, Netflix dovrebbe tenere a mente che la fantascienza non è solo apparenza, ma grandi personaggi, è fatta da eroi, come la Ripley di Alien e il Rick di Blade Runner, e anche di drammi, spesso esistenziali, altre volte romantici. 

VOTO: 6/10

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