17.5.18

Dogman - La recensione del film di Matteo Garrone in concorso a Cannes 2018

Di Simone Fabriziani

Marcello è un uomo mite, che possiede una toelettatura per cani e che è totalmente preso dalla piccola figlia. Simoncino invece è uno svitato pugile, appena uscito dal carcere e in cerca di pericolo. Legato dalla lealtà nei confronti dell'amico, Lucio segue i piani di Simoncino e diventa il suo compagno in una serie di scorribande che terrorizzano la loro periferia. Succube del carismatico Simoncino, Marcello finirà per prendere consapevolezza su quanto negativa sia l'influenza dell'amico, immaginando una vendetta dall'esito inaspettato. Dieci minuti di applausi ieri alla prima al 71° Festival di Cannes per Dogman, ultimo film diretto dal regista romano Matteo Garrone.
Già vincitore al festival francese di due Grand Prix con gli ottimi e celebrati Gomorra  e Reality, con quest'ultimo film Garrone fa un passo indietro e ritorna alle atmosfere da neorealismo magico che contraddistingueva i suoi primi lungometraggi, non ultimo il premiato L'imbalsamatore. Sorretto da una sceneggiatura a sei mani con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, il regista romano asciuga la narrazione di indugi e paternalismi stilistici e confeziona un punto di vista solamente artistico e puramente cinematografico del fatto di cronaca del "canaro della Magliana", immergendolo in un contesto contemporaneo ma allo stesso tempo universale e atemporale. La sospensione del tempo e l'apparente rifiuto di una contestualizzazione apertamente odierna rafforza gli intenti di fondo di Matteo Garrone e del suo team: raccontare una storia profondamente umanista con un tocco squisitamente pasoliniano.

Evitato lo sguardo cronachistico e partigiano dell'autore, Dogman si aggira invece inquieto nei meandri della psicologia di Marcello e Simone, i due protagonisti del racconto, complementari facce della stessa medaglia: il bene e il male, la ragione e l'istinto, l'umanità contro l'istintualità. Imbevuta in un setting di squallore e degrado tanto contemporaneo quanto atemporale, la tragedia di Marcello e Simone (rispettivamente lo straordinario volto neorealista Marcello Fonte ed un sanguigno Edoardo Pesce) si consuma all'interno di un frame narrativo in cui vengono scandagliati gli abissi più neri e profondi dell'animo umano. A conoscerne le terribili conseguenze della scoperta il mite toelettatore  Marcello, novello "Candido" voltairiano e cristologico portatore dei mali del mondo su di sé, vittima sacrificale di un'umanità canina, bestiale, ma irrimediabilmente reale e veritiera.

Profondamente pessimista ma antropologicamente cristallino, Dogman è la ulteriore conferma del talento di un regista nostrano che ha fatto della realtà contemporanea materia delle sue fiabe più nere. E non è vero dunque che si dice che le migliori fiabe della tradizione siano la maschera letteraria dell'insondabile verità della natura del cuore umano?

VOTO: 8,5/10