3 giugno 2018

'Lazzaro felice': Il tempo e la sacralità nel gioiellino indie di Alice Rohrwacher

Di Gabriele La Spina

Vincitrice nel 2014 al Festival di Cannes del Grand Prix Speciale della Giuria per Le meraviglie, in un festival che in un certo senso l'ha tenuta a battesimo, Alice Rohrwacher ha conquistato quest'anno anche il premio per la miglior sceneggiatura, e risulta impossibile biasimare la scelta della giuria del festival francese per un film di tale complessità narrativa quale è Lazzaro felice. Eppure la terza pellicola della regista toscana, non è soltanto un abile lavoro di scrittura, ma anche un gioiello di regia.
Fin dal primo frame della pellicola ci rendiamo conto di non avere a che fare con la più usuale delle produzioni italiane, dove la Rohrwacher decide di utilizzare un formato 1.66:1, facilmente riscontrabile nel cinema d'autore del passato ma ad oggi quasi unicamente nel genere indie, di cui la regista potrebbe esserne l'effettiva rappresentante italiana.

Lazzaro felice è un racconto superficialmente definibile fiabesco, ma che fa della fiaba un pretesto. Ci ritroviamo nella campagna laziale, a seguire le vicende di una numerosissima famiglia di contadini. Già dall'inizio la Rohrwacher sembra voler giocare con il concetto di tempo, è infatti difficoltoso riconoscere in quale epoca sia ambientata la pellicola nei suoi primi istanti, con l'avvento però del personaggio di Nicola; intermediario della fantomatica Marchesa Alfonsina De Luna, personaggio che insieme al figlio Tancredi sembra preso in prestito dal cinema di Wes Anderson; ci rendiamo conto di ritrovarci in un'epoca non troppo lontana dalla nostra, dove questa famiglia la cui unica religione è il lavoro, subisce lo sfruttamento di una malfattrice, vittime della propria ignoranza. Ed è in questo contesto che emerge un essere di estrema purezza quale è Lazzaro, etereo e angelico, non conosce nessun altro scopo oltre quello di aiutare il prossimo ed eseguirne gli ordini.
Come Pinocchio e Lucignolo, nel celebre romanzo di Collodi, o Don Chisciotte e Sancho Panza,  in quello di de Cervantes, vediamo spalleggiarsi Lazzaro e Tancredi, in una collisione di due mondi totalmente opposti, dove irrimediabilmente l'uno finisce vittima dell'altro. Nella sua prima parte Lazzaro felice sembra infatti essere un semplice coming of age, raccontando un'amicizia non proprio sincera, quando il giovane Tancredi finge con poca credibilità il suo rapimento e con la sua intrusione nella propria vita, Lazzaro mette in discussione le sue stesse ragioni di vivere. Accade però poi un gap: la truffa della Marchesa viene scoperta dai carabinieri, e la famiglia di Lazzaro viene riportata alla realtà venendo espropriata da quella bolla anacronistica nella quale hanno vissuto fino a quel momento, e in un istante tragico Lazzaro, reduce da una forte febbre, accorre verso l'amico Tancredi, nel suo nascondiglio nella zona montana della campagna, e cade in un dirupo. Un fulmine a ciel sereno che devia irrimediabilmente il percorso narrativo del film. Con delle meravigliose inquadrature a volo d'uccello su quella zona desertica che in qualche modo ha inghiottito Lazzaro, tanto da sembrare un film di matrice australiana, dove il deserto è da sempre il leitmotiv di ogni racconto, la Rohrwacher affida alla voce fuori campo di una giovane Antonia il compito di introdurre questo nuovo capitolo della pellicola, raccontando l'evocativa storiella di un lupo fantasma e di un santo; e nella più ironica delle letture Lazzaro "si alza e cammina", lasciando disorientato lo spettatore. Come un fantasma errante, l'innocente protagonista del tutto spaesato, va alla ricerca della sua famiglia, ritrova la villa dei marchesi pregna di polvere e ragnatele, con due ladri, che ancora una volta ricordano due personaggi di Collodi come Il Gatto e la Volpe, che lo raggirano. Stavolta la distorsione temporale è dunque ben evidente, non più allusiva, sfiorando l'assurdo, Lazzaro compie un salto nel tempo di 20 anni rimanendo pur sempre giovane. Inizia così un lungo cammino, e lui, il cui legame con la terra e la natura ha forte radicazione, è un alieno nella città dei giorni nostri, dove uno ad uno ritrova i suoi cari ormai invecchiati, i cui occhi si riempiono di stupore alla sua vista. Appuriamo così che il destino della sua famiglia non ha riservato un futuro roseo, lasciandola nella stessa povertà di cui era vittima a causa del "grande inganno" della Marchesa, come enuncia il titolo di giornale che gelosamente custodiscono in una cornice. Lazzaro però riesce in qualche modo a portare nuova luce nei pochi membri rimasti, e li riunisce a Tancredi. Qui assistiamo a una sequenza di estrema maestria, dove con forte ritmica la regista gioca nuovamente con il concetto di tempo, e lo lega alla luce, quella dell'unica lampadina che i familiari utilizzavano per illuminare una stanza alla volta, che avvitata e svitata nel silo nella quale vivono, riportano questi alla giovinezza, perlomeno agli occhi di Lazzaro.


Non si tratta però dell'unica sequenza memorabile che ci regala il secondo filone di Lazzaro felice. La famiglia che diviene errante nella città come Lazzaro, vaga spaesata nella notte ritrovandosi davanti a una chiesa e all'ipnotico suono dell'organo, tentando di assistere vengono rifiutati da una suora, ma quel suono sembra muoversi, spostarsi con loro e seguirli fuori dalla chiesa. Qui la Rohrwacher dimostra che nulla è saldamente legato alla sua effettiva collocazione, se Lazzaro ha viaggiato nel tempo lasciando la sua giovinezza immutata, anche la melodia dell'organo può lasciare lo strumento. Se inizialmente la parabola della Marchesa, che sfrutta i contadini, poteva avere lettura politica, fortemente critica nei confronti di una donna ossessionata dalle figure dei santi ma sfrutta dei poveri contadini, rappresentando per sommi capi l'ipocrisia della borghesia contemporanea; in seguito si fanno sempre più forti gli elementi simbolici. Il rifiuto da parte della chiesa di accogliere la famiglia di Lazzaro, esplica come questa non stia adempiendo oggi al compito di proteggere i più deboli, messaggio sul quale la stessa è stata edificata. Costante è però l'immagine del lupo, in parte spirito guida di Lazzaro, nello specifico una figura alla Caronte, il traghettatore dell'Ade, che qui ha il compito di vegliare sulla sua entità. E nella scena finale della pellicola, una delle più perturbanti tra quelle viste negli ultimi tempi sul grande schermo, l'innocente e puro Lazzaro si scontra con l'umanità, una folla inferocita, ben più brutale della natura selvaggia del lupo, ben più ostile nei confronti di un outsider quale è Lazzaro, così come la sua famiglia destinata a un'esistenza ai margini della società: l'uomo tende a distruggere la purezza, ci insegna la Rohrwacher, a emarginare i diversi e farsi beffa dei più deboli; ma è il tempo ciò che sfugge al controllo di ognuno, e le nostre sorti restano in balia di esso.

Alice Rohrwacher non solo si dimostra una regista tecnicamente ineccepibile, dalla matrice internazionale, ma un'arguta sceneggiatrice, capace di caratterizzare con estrema maestria ogni personaggio, rendendo la sua pellicola un teatro memorabile. Eccelle poi nell'inquadrare ognuno di loro con un'intimità e un'introspezione strabiliante. Crea la più candida delle atmosfere, con il dolce sguardo di Lazzaro, interpretato Adriano Tardiolo, sulle note della Casta Diva belliniana accennate da un carillon; per poi passare a visioni stranianti del deserto, tra meravigliosi controluce al tramonto nella risurrezione del protagonista; e sequenze disturbanti capaci di scuotere colui che era rimasto sopito, dal sogno a occhi aperti che potrebbe sembrare Lazzaro felice. La Rohrwacher, che già aveva raccolto i pareri positivi della critica con il precedente Le meraviglie, si afferma questa volta come nuova e necessaria voce del panorama cinematografico italiano; probabilmente prima autrice femminile dalla cifra stilistica tanto delineata, dai tempi di Lina Wertmüller. Lazzaro felice è un racconto inebriante aperto a ogni età, una pellicola che rimarrà per le generazioni future. 
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