21.6.18

Una vita spericolata - La recensione della commedia con Lorenzo Richelmy e Matilda De Angelis

Di Massimo Vozza

“Ho fatto una commedia generazionale, poi una punk, una con risvolti politici e due romantiche. Ora è il momento per me di pensare un tipo di commedia il qualche modo nuovo.”: queste sono alcune delle parole del regista Marco Ponti sul suo ultimo film Una vita spericolata. La volontà di rinnovarsi, di portare un qualche tipo di cambiamento, non solo nella propria filmografia ma anche nella commedia italiana in generale, sono evidenti non solo nelle parole ma anche nel film stesso; però, per cambiare sul serio e farlo al meglio, bisogna anche avere buone capacità e il coraggio di rischiare, cose che, purtroppo, in questo caso vengono a mancare.

Rossi (Lorenzo Richelmy) e BB (Eugenio Franceschini), migliori amici del nord italiana alla soglia dei trent’anni, passano i loro giorni senza prospettive per il futuro; quando una richiesta di prestito in banca da parte di Rossi si trasforma in una rapina a mano armata che coinvolge non solo l’amico ma anche Soledad (Matilda De Angelis), giovane diva dimenticata e finto ostaggio del duo, le vite dei protagonisti finiranno per cambiare radicalmente, divenendo spericolate.
La sceneggiatura originale del film non riesce nella difficile (e poche volte tentata nel nostro cinema) impresa di tenere insieme il problema sociale di fondo (una gioventù allo sbando, priva di speranze) con il lato comico e adrenalinico della vicenda, con il risultato di sembra più un’accozzaglia di diverse elementi che un amalgama coerente. I momenti comici stessi risultano forzati, messi lì apposta per far ridere senza riuscirci davvero proprio perché palesemente costruiti: siamo ben lontani dalle commedie nere dei fratelli Coen a cui Ponti palesemente si è ispirato. Inoltre la narrazione nel suo insieme presenta dei buchi nella trama non indifferenti; certo, il nonsenso è parte di questo film, ma non si preme mai abbastanza l’acceleratore per giustificare alcuni passaggi raffazzonati e delle scelte infelici.


La scrittura fa risentire anche il lavoro attoriale, soprattutto per quel che riguarda il personaggio di Soledad, inserito come critica alla società di oggi dove i “15 minuti di popolarità” di Warhol ne fanno da padrone; i personaggi principali risultano quindi solo abbozzati mentre i secondari, cattivi in primis, si riducono a delle semplici macchiette.
La regia fa il suo lavoro, senza infamia e senza lode, nelle scene più statiche mentre non riesce a tenere il passo nelle scene più adrenaliniche degli inseguimenti, complice anche un montaggio confusionario più che dinamico e una colonna sonora troppo ingombrante per buona parte del film.
Se con il film d’esordio (Santa Maradona) Ponti era riuscito a parlare a una generazione, la sua, con Una vita spericolata, invece, si perde nei meandri di un on the road che, viene da chiedersi, forse non sa a chi, di cosa sta parlando e, quel che peggio, qual è il modo nel quale lo avrebbe dovuto fare.

VOTO: 5/10