23 luglio 2018

Orange Is The New Black - La recensione della sesta stagione della serie Netflix


Di Daniele Ambrosini

Giunta alla sua sesta stagione, il dramma carcerario di Jenji Kohan rimescola le carte in tavola, aggiungendo nuovi ed interessanti elementi narrativi e, soprattutto, spostando tutta l'azione dalla sezione di minima sicurezza a quella di massima sicurezza del penitenziario di Litchfield.
Questa nuova ondata di episodi di Orange is the New Black affronta, come prevedibile, le conseguenze della rivolta scoppiata alla fine della quarta stagione di cui abbia seguito l'evoluzione lo scorso anno. Dopo l'irruzione delle forze speciali all'interno del penitenziario, tutte le detenute che hanno preso parte alla rivolta sono state trasferite alla massima sicurezza in attesa della fine delle indagini della polizia, il cui scopo più che scoprire la verità è quello trovare dei capri espiatori su cui far ricadere la colpa della rivolta. Le detenute provenienti dalla minima sicurezza vengono divise nei vari bracci di cui si costituisce la massima sicurezza: il braccio D, identificato dal colore cachi, e il braccio C, identificato dal colore blu, la cui rivalità è molto forte ed apparentemente insanabile; ed il braccio B, identificato dal colore rosa e da tutti chiamato "Florida" poiché rappresenta una zona neutra ed apparentemente tranquilla, essendo destinata ad anziane, transessuali e donne sotto stretta sorveglianza medica.

Il cambio di ambientazione è di per sé un'ottima trovata narrativa, che permette di portare un po' di freschezza ad uno show che alla lunga rischiava di diventare ripetitivo, ma allo stesso tempo rende evidenti alcuni limiti e difetti di questa serie che con il passare degli anni è diventato impossibile ignorare: primo tra tutti l'utilizzo reiterato ed ormai ingiustificato dei flashback che, sebbene facciano parte della serie fin dalla prima stagione, ormai non hanno più la stessa efficacia di un tempo, infatti in tutta la stagione si contano solo due episodi in cui i flashback abbiano portato in gioco elementi narrativi realmente significativi per arricchire l'intreccio. Altra componente solitamente molto amata dal pubblico della serie è l'equilibrata mescolanza tra toni comici e drammatici, ovviamente ben bilanciati anche in questa stagione che, alla fine, risulta in linea con quanto fatto nelle stagioni precedenti, eppure è impossibile non constatare che in molti frangenti una maggiore attenzione alla componente drammatica avrebbe portato grande beneficio ad alcuni elementi narrativi che sono mirati ad approfondire temi di grande attualità (il movimento Black Lives Matter, tra i tanti) e che però finiscono, il più delle volte, sopraffatti dalla natura ben più spensierata delle altre storie che gli ruotano attorno; paradossalmente questa stagione, ambientata in massima sicurezza subito dopo un evento così tragico, è tra le stagioni più leggere della serie, quando invece sarebbe servito più che mai un po' di quel pathos drammatico che aveva caratterizzato la seconda stagione.


Orange si dimostra ancora una volta una serie corale che ha proprio nella sua coralità il suo più grande pregio ed il suo maggiore difetto. Infatti la separazione dei personaggi già noti è un buon espediente narrativo per creare storie nuove e sviluppare linee narrative differenti, mirate a creare un ritratto quanto più realistico e completo della vita all'interno della nuova prigione, però è allo stesso tempo sempre più evidente la difficoltà nel gestire in maniera adeguata così tante storyline. Molte sottotrame finiscono per essere poco approfondite o non particolarmente incisive, laddove invece c'erano delle buone premesse. Una difficoltà questa che in parte deriva anche dai cambiamenti massicci di questa stagione: infatti la necessità di introdurre un numero considerevole di nuovi personaggi, sia tra le detenute che tra le guardie, rende sempre più complessi i rapporti tra i personaggi e l'intreccio della trama. Personaggi nuovi ed una nuova ambientazione poi portano con sé un complesso sistema di aspettative, qui creato ad hoc nei primi episodi e poi non pienamente rispettato: della violenza delle guardie e delle ferree restrizioni dei primi episodi, non resta quasi nulla nella seconda metà della stagione.

Ma, al di là di tutto, Orange is the New Black resta una serie molto godibile, il cui lavoro svolto su un sistema di personaggi femminili ben caratterizzati non può essere accantonato per qualche piccola sbavatura nella gestione delle numerose linee narrative. Ad interpretare questi meravigliosi personaggi c'è un cast davvero nutrito che, come sempre, offre interpretazioni di altissimo livello: Danielle Brookes, ormai vero cuore della serie, e Adrienne C. Moore spiccano tra le vecchie conoscenze; ma è tra le new entry che si nasconde la vera grande sorpresa di questa stagione: è infatti impossibile non notare l'incredibile lavoro svolto da Amanda Fuller - nota soprattutto per il suo ruolo nella sitcom L'uomo di casa - nell'interpretare la stravagante, imprevedibile e subdola Badison, a conti fatti l'antagonista principale di questa stagione.

Non siamo sicuramente di fronte alla miglior stagione della serie ed alcuni difetti saranno anche troppo evidenti, ma bisogna ammettere che questi tredici episodi riescono a costruire una trama orizzontale molto trascinante e che, nonostante risenta dei numerosi cambiamenti che il team di sceneggiatori ha dovuto affrontare per creare un nuovo mondo all'interno dello stesso universo carcerario (e narrativo), imposta delle coordinate interessanti per il futuro della serie. Verso la parte finale della stagione, infatti, molte novità vengono ormai assimilate e nuove e sorprendenti svolte narrative segnano un nuovo percorso per la prossima annata che, venuta meno l'esigenza di reimpostare le coordinate, potrà (probabilmente) usufruire degli spazi di questa stagione e raccontarci nuovi personaggi con maggiore efficacia, anche se, dopo due stagioni del genere, è difficile dire se l'impressione di totale reboot sia azzeccata o se questa sia a tutti gli effetti solo una stagione di passaggio. Staremo a vedere.

VOTO: 7,5/10

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