16 settembre 2018

American Vandal - La recensione della seconda stagione

Di Gabriele La Spina

American Vandal è stata una scommessa vinta da Netflix lo scorso anno; serie ideata da Dan Perrault e Tony Yacenda, apparentemente una semplice parodia di docu-serie della stessa piattaforma di streaming, come Making a Murderer o la più recente The Keepers, ma al contrario in modo più specifico evoluzione della tecnica registica del finto documentario, frequente negli anni '90 in pellicole di culto di Gus Van Sant come To Die For, poi in un certo senso evolutasi nel genere quasi prettamente horror del found footage. 

Nella sua prima stagione American Vandal, seguiva le vicende di due giovani studenti che iniziano le riprese di un documentario indagine, per dimostrare l'innocenza di un compagno di scuola accusato di aver imbrattato le macchine dei professori con il graffito di un pene. Caratterizzata da un'ironia sottilissima, la stagione si pone anche come una denuncia nei confronti del sistema scolastico americano, che da sempre incentiva la stratificazione in categorie sociali, emarginando coloro che non riescono a inserirsi, poiché non accettati dai propri compagni di scuola o perché contrari a questo sistema. Ed ecco che un atto di ribellione contro coloro che rappresentano i vertici di quel sistema, diventa un caso mediatico in un'era come la nostra; e i giovani Peter e Sam sono lì per scagionare il ragazzo, capro espiatorio della vicenda. 


Ormai celebri per il loro documentario, acquistato da Netflix, Peter e Sam vengono contattati da numerose persone per la risoluzione di casi simili a quello di Jimmy Tatro della prima stagione; lasciando presagire che i due potrebbero di fatto divenire una sorta di ridotta, moderna e tagliente, "scooby gang", risolvendo un caso in ogni stagione. Per questa seconda, l'attenzione si sposta sulla St Bernadine High School, dove un giorno all'ora di pranzo ogni studente presente alla mensa viene colto da un'impetuoso attacco di diarrea, a causa della limonata. Il malfattore rivendica il suo colpo "terroristico" attraverso un profilo Instagram, facendosi chiamare "Turd Burglar" (nella versione italiana "Il bandito della cacca"). Anche in questa storia un ragazzo finisce per essere il capro espiatorio della vicenda, il giovane Kevin McClain, e chiamati dalla sua migliore amica, Peter e Sam accorrono per fare luce sui fatti.

Il rischio di ricadere nel demenziale e nella banalità, era dietro l'angolo, ma i creatori della serie riescono a bilanciare la giusta dose di ironia, mascherata da un fitto alone di serietà dei due protagonisti e del taglio registico, da far immergere ancora una volta lo spettatore nell'esperienza. Anche se nei primi episodi può risultare snervante il cambio di pista sul presunto colpevole, seguito dai due documentaristi, tutti i nodi vengono al pettine e la stagione si risolve con coerenza. Strappa più di una risata American Vandal, ma più che nella sua prima stagione, riesce a battere sui temi più rilevanti della cultura giovanile, non solo americana, del nostro tempo. Il web e i social network sono l'argomento principale di questa stagione, che passa dalla decifrazione del linguaggio delle emoji, una sorta di criminologia 2.0, al bullismo digitale. Poiché la voracità dell'utenza dei social network è il vero motore del caso trattato da Peter e Sam stavolta, che si ritrovano in una ragnatela ben più complessa di quella affrontata per Jimmy l'anno precedente, ma ancora una volta pilotati dalle potenze del sistema scolastico. Così American Vandal tratta dei privilegi della categoria sportiva, dell'antagonismo in una gara al più popolare, ma in particolare di vite già danneggiate in un primo quarto della loro esistenza, da eventi insignificanti, ma che il cinismo degli adolescenti non lascia correre, specie quando la digitalizzazione ingigantisce tali eventi.

Ciò che viene fuori alla fine di questa seconda stagione di American Vandal, non è più soltanto un sistema scolastico incapace, ma piuttosto il ritratto di una generazione. Ancorata all'apparenza, carica di sogni in molti casi irraggiungibili: la nuova generazione di adolescenti americani è una delle più fragili e vulnerabili, oggi senza alcuna protezione da parte di adulti. Sembra lampante inoltre, l'ispirazione dei creatori della serie, per questa stagione. Nella ventesima stagione della serie animata South Park, si seguono infatti le vicende di un troll di nome "Skankhunt42" che porta scompiglio nella cittadina; con una forte critica ai social e al morboso attaccamento della popolazione verso la propria identità digitale; inoltre proprio nel decimo episodio della quindicesima stagione della serie, dal titolo "Wikileaks vs. South Park", vi sono vicende ricollegabili all'evento caratterizzante di questa stagione di American Vandal, dove non a caso vi è un'immagine del personaggio di Mr. Hankey da South Park, tra i post del profilo Instagram di Turd Burglar, forse un omaggio a Trey Parker e Matt Stone. 

VOTO: 9/10

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