19.9.18

Da 'Non essere cattivo' a 'Sulla mia pelle': i più grandi ruoli di Alessandro Borghi

Di Giuseppe Fadda

Oggi compie 32 anni un attore che in questi ultimi anni si è fatto strada nel panorama cinematografico italiano per diventare uno dei suoi artisti più importanti e acclamati: Alessandro Borghi. Nato il 19 settembre 1986 a Roma, Borghi inizia la sua carriera cinematografica nel 2005, non come attore bensì come stuntman, mentre nel 2006 ottiene il suo primo ruolo nella serie Distretto di polizia.
Negli anni successivi, compare in numerose serie televisive (tra cui spicca Romanzo criminale di Stefano Sollima), alcuni cortometraggi (di cui si ricorda il simpatico Lui e l’altro, a tema LGBT) e nel videoclip di “Basta così” dei Negramaro. Il suo esordio sul grande schermo avviene con Cinque (2011) di Francesco Dominedò, ma l’anno di svolta della sua carriera è il 2015 in cui compare in ben due film di grande successo: Non essere cattivo, la meravigliosa opera ultima di Claudio Caligari, e Suburra, l’eccezionale thriller neo-noir di Stefano Sollima. Con queste due interpretazioni, Borghi conquista critica e pubblico, guadagnandosi due nomination ai David di Donatello, e non è difficile capire perché: è capace di essere brutale in un secondo e sorprendentemente tenero in quello dopo; è in grado di essere viscerale e animalesco ma anche misurato e introspettivo; ha l’intensità di Marlon Brando ma anche la vulnerabilità di Montgomery Clift, e la presenza scenica di entrambi.
Nel 2017, ricopre il ruolo di padrino della 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, prende parte alla serie Suburra (prequel del film) e collabora con alcuni dei più grandi registi italiani del momento, arricchendo il suo curriculum con ulteriori prove memorabili: lavora con Paolo Genovese in The Place (2017), con Sergio Castellitto in Fortunata (2017) e con Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (2017). Per questi ultimi due film, ottiene altre due nomination ai David. È in questo momento al cinema e su Netflix con Sulla mia pelle (2018) di Alessio Cremonini, incentrato sugli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi. Sia il film che l’interpretazione dell’attore sono stati accolti con unanime entusiasmo alla Mostra del Cinema di Venezia, dove l’opera è stata presentata, e durante la scorsa settimana Borghi ha girato nei cinema di tutta Italia per parlarne con il pubblico e per sollecitare la gente a vederlo in sala. E ci è riuscito: malgrado l’uscita in contemporanea su Netflix e il suo boicottaggio da parte di molti cinema, il film è stato un successo di botteghino portandosi a casa 250 mila euro nel suo primo weekend.

I prossimi progetti di Borghi sono la serie I diavoli al fianco di Patrick Dempsey, la seconda stagione di Suburra e il film Il primo re, in cui interpreterà Remo. Nel frattempo, esploriamo nel dettaglio i più grandi ruoli di questo attore straordinario.

Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari
Scelto per rappresentare l’Italia per la categoria di Miglior film straniero ai Premi Oscar 2016, Non essere cattivo è un film toccante e profondo che segue le vite di due amici delle borgate romane, Cesare e Vittorio, nell’Ostia del 1995. È un’opera ineccepibile in ogni suo aspetto, ma ciò che la rende davvero indimenticabile sono le interpretazioni dei suoi protagonisti, Borghi e Luca Marinelli. I due attori sono sensazionali: nessuno dei due primeggia, anzi, le loro scene sono così potenti perché l’interpretazione dell’uno sostiene e amplifica l’effetto di quella dell’altro. Ci guidano attraverso la tragica storia dei due amici facendoci vivere ogni dolore e anche ogni (sporadico) momento di gioia. Borghi, che interpreta Vittorio, coglie ogni sfumatura del personaggio e ritrae alla perfezione sia il suo desiderio di riscatto personale che la sua sofferenza nel vedere Cesare sprofondare sempre di più nel baratro della tossicodipendenza. Il film è crudo e realistico, e l’interpretazione di Borghi non è da meno: l’attore suscita un forte coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore e porta sullo schermo tutta la complessità di Vittorio, che continua a cadere e a rimettersi in piedi, trovando quel sottofondo di amarezza nelle sue piccole vittorie ma anche il barlume di speranza nelle sue sconfitte.

Suburra (2015) di Stefano Sollima
Basato sull’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, Suburra è una ricostruzione vivida e atmosferica del panorama criminale di Roma, che si estende dai bassifondi fino all’ambiente politico. Narrato seguendo una struttura episodica ma mai frammentaria, il film è notevole per la sua stupenda estetica neo-noir, per le splendide musiche degli M83 e per le ottime interpretazioni dell’intero cast (che include Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano e la bravissima Greta Scarano). Borghi interpreta Aureliano Adami, alias “Numero 8”, l’impulsivo e sanguinario boss criminale della zona di Ostia, e domina lo schermo ogni volta che è sulla scena: la sua è una performance imprevedibile, terrificante e brutale, ma Borghi non si limita a rendere Aureliano un villain, scava nel personaggio per restituirgli un briciolo di umanità. E proprio questa umanità lo rende ancora più spaventoso, perché è credibile e non macchiettistico. L’attore cattura la spregiudicatezza di un uomo spietato e violento ma anche la fragilità, l’immaturità e l’insicurezza di un giovane che non ha la saggezza per poter essere un capo.

The Place (2017) di Paolo Genovese
The Place è il rifacimento della serie The Booth at the End e ha come protagonista un uomo senza nome (Valerio Mastandrea, fenomenale) che siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante: otto persone, sue clienti, lo visitano chiedendogli di esaudire i loro desideri ed egli lo promette a patto che esse portino a termine un compito da lui assegnato. Paolo Genovese riesce a creare un film coinvolgente e stimolante, offrendo un ritratto della disperazione umana in tutte le sue sfaccettature e portando lo spettatore a chiedersi dove si trovino i limiti tra moralità e necessità. Pur essendo ambientato esclusivamente nel ristorante, il film ha uno stile visivo unico e per niente statico. Ed è inutile dire che il cast (che include Giulia Lazzarini, Sabrina Ferilli, Alba Rohrwacher, Marco Giallini e Vincio Marchioni) è uniformemente perfetto. Alessandro Borghi interpreta uno degli otto clienti, Fulvio, un uomo rimasto cieco che chiede di poter riavere la vista. Il suo compito? Violentare una donna. Borghi offre un ritratto ambivalente che suscita nello spettatore sentimenti contrastanti: ci induce a compassione per la sua triste condizione, ma al tempo stesso ci aliena per la sua determinazione a raggiungere il suo scopo malgrado le condizioni. Ci dispiace per Fulvio eppure ci disgusta, spesso contemporaneamente, e questo perché Borghi è un attore che rifiuta di interpretare i suoi personaggi come buoni o cattivi ma che anzi sceglie di indagare nelle complessità, contraddizioni e ambiguità della morale umana. È una performance spettacolare che aggiunge prestigio ad un cast già di per sé strepitoso.

Fortunata (2017) di Sergio Castellitto
Fortunata non è un film perfetto: certi personaggi, in particolar modo quello di Stefano Accorsi, sono sviluppati in maniera semplicistica e non risultano del tutto credibili, mentre la narrazione è a tratti pesante, specialmente nell’ultimo atto che sembra perdere di mordente. Tuttavia, è un film empatico e pieno di cuore che trae la sua forza dalla bellissima interpretazione della sua protagonista, Jasmine Trinca. E altrettanto convincente è la prova di Borghi, che interpreta Chicano, il vicino di casa e migliore amico della protagonista. Un tatuatore bipolare ed ex-tossicodipendente, Chicano deve gestire una madre malata di Alzheimer mentre cerca, insieme a Fortunata, di aprire un negozio. E’ un personaggio ricchissimo e Borghi regala un’interpretazione splendida, divertente in una scena e straziante in quella dopo. Trasmette magnificamente il dolore di un uomo che lotta costantemente contro i suoi demoni ma che nonostante tutto si sforza di sperare in un futuro migliore. Le sue scene con Jasmine Trinca sono di una dolcezza, tenerezza e spontaneità indescrivibile e l’amicizia che lega i due personaggi è il cuore dell’intero film.  


Suburra – La serie (2017)
Suburra, prima serie italiana targata Netflix e prequel dell’omonimo film, è un successo su tutta la linea: splendidamente interpretata (da attori affermati come Filippo Nigro e Claudia Gerini ma anche da sorprendenti promesse come Giacomo Ferrara e Eduardo Valdarnesi) e magnificamente scritta, la serie ha una narrazione fluida e avvincente che gode sia di un mirabile stile visivo che di un’eccellente caratterizzazione dei personaggi. Borghi torna a ricoprire il ruolo di Aureliano Adami, ma questa volta un Aureliano più giovane e più vulnerabile: sono già presenti in lui la testardaggine e la ferocia che caratterizzerà la sua vita come “Numero 8”, ma in lui c’è ancora un briciolo di compassione. L’attore fa un lavoro sensazionale nel portare sullo schermo l’evoluzione del personaggio, facendoci vedere come Aureliano comincia pian piano a diventare il “Numero 8” del film, rinunciando amaramente agli affetti e alle amicizie a cui si sostituiscono una dolorosa solitudine e una spietata freddezza. Borghi lavora alla perfezione con tutto il cast, ma in particolar modo con l’eccezionale Barbara Chichiarelli (che interpreta Livia, la sorella di Aureliano con cui ha un rapporto complicato) e il bravissimo Giacomo Ferrara (che interpreta Spadino, membro di una famiglia rivale, gli Anacleti). Il rapporto tra Spadino e Aureliano è il fulcro emotivo della serie, e i due attori sono incredibili nel trasmettere tutta la complessità e l’intensità dei sentimenti contrastanti che uniscono e al tempo stesso dividono i due personaggi.

Napoli velata (2017) di Ferzan Ozpetek
Non tutto in Napoli velata funziona come dovrebbe. Il problema principale è a livello di sceneggiatura dal momento che la traumatica storia personale della protagonista non si inserisce in maniera completamente credibile all’interno del mistero centrale. Tuttavia, è un film ammirevole dal punto di vista della regia, della fotografia, delle musiche, della scenografia e della recitazione. Borghi interpreta due personaggi: il primo è Andrea, un uomo misterioso con cui la protagonista Adriana (un’ottima Giovanna Mezzogiorno) passa una notte di passione ma che viene ritrovato morto il giorno seguente; il secondo è Luca, il gemello di Andrea che si inserisce nella vita di Adriana diventando ben presto una presenza angosciante e opprimente. Borghi è perfetto in entrambi i due: nonostante Andrea compaia in pochissime scene, l’attore riesce a renderlo una figura carismatica e misteriosa e l’esplicita scena di sesso tra lui e la Mezzogiorno risulta genuinamente erotica e non gratuita solo grazie al coraggio e al talento dei due attori; nel ruolo di Luca, invece, Borghi è una presenza inizialmente accattivante e poi progressivamente più ingombrante, disturbante e inquietante fino alla grande rivelazione del film che fa assumere alla sua interpretazione uno spessore ancora maggiore.

Sulla mia pelle (2018) di Alessio Cremonini
Sulla mia pelle è lo straziante resoconto degli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi. È un film che non scade mai nel patetismo o nel sentimentalismo, anzi, il regista Cremonini adotta un approccio obiettivo e asciutto, lasciando che la vicenda parli da sé in tutta la sua brutalità e in tutta la sua ingiustizia. Per il ruolo di Cucchi, Borghi ha perso 21 chili e ha studiato la sua voce per poterla replicare in maniera credibile: ma questo, per quanto notevole, è solo l’aspetto più superficiale della sua monumentale interpretazione. Borghi non imita il personaggio (ha più volte dichiarato, durante il tour del film, che non era quello il suo obiettivo), scompare nella figura di Cucchi e lo diventa. La sua non è recitazione, è pura personificazione. L’attore non cerca mai la lacrima facile, né tenta di santificare il personaggio: lo ritrae in tutta la sua imperfetta, sfaccettata umanità, tanto che alla fine del film ci sembra di conoscerlo. Ci guida attraverso la parabola discendente del personaggio rendendoci partecipe di ogni sofferenza, di ogni livido, di ogni gemito, di ogni timore. A volte vogliamo distogliere lo sguardo dallo schermo per il crudo realismo dell’opera, ma Borghi è così ipnotico da tenerci incollati allo schermo. Ci fa sentire come degli spettatori impotenti e ci coinvolge a tal punto che alla fine del film siamo indignati, tristi e arrabbiati. Borghi, malgrado 4 candidature, non ha ancora vinto il David di Donatello. Questa interpretazione potrebbe, e dovrebbe, farglielo ottenere. Ma lui stesso ha dichiarato di non essere interessato ai premi, e la sua interpretazione ha un’importanza maggiore di quella che qualunque premio potrebbe garantirle, perché grazie a lui e ad Alessio Cremonini la storia di Stefano Cucchi resterà per sempre e non verrà dimenticata. E questo, in fondo, è uno dei motivi per cui è grande il cinema: perché può dare visibilità alle storie degli oppressi e renderli immortali.