12 settembre 2018

La profezia dell'armadillo - La recensione del film ispirato alla graphic novel di Zerocalcare

Di Massimo Vozza

Il fumettista Michele Rech (in arte Zerocalcare) dalla sua prima pubblicazione nel 2011 è riuscito a parlare a e per la sua generazione, non trascurando mai un certo impegno socio-politico affrontato sempre con cinica ironia. A distanza di sette anni, Rai Cinema e Fandango tentano la trasposizione cinematografica della sua graphic novel La profezia dell’armadillo, con risultati alquanto discutibili soprattutto in confronto all’opera originale.
La storia parla di Zero (Simone Liberati), un ventisettenne disegnatore che vive alla giornata nel periferico quartiere di Rebibbia di Roma, in compagnia dell’amico di sempre Secco (Pietro Castellitto); quando però viene a scoprire la morte della sua amica d’infanzia Camille, il ragazzo decide di provare a dedicarsi alle faccende lasciate in sospeso del suo passato, attraverso l’elaborazione del lutto e, di riflesso, della propria esistenza.
Pur possedendo in superficie il plot tutti gli elementi necessari per poter affrontare in profondità ma con simpatia (in stile Zerocalcare) i problemi dei quasi trentenni di oggi e il confronto con la morte, con la possibilità di portare un rinnovamento non da poco nel cinema italiano contemporaneo, il film non riesce ad amalgamare abbastanza i toni da commedia con quelli del dramma, confrontandosi troppo fugacemente con i temi del racconto; quel che ne esce è un’altra opera comica che tenta di far ridere a ogni costo, giocando con una serie di stereotipi romani che, ai più, potrebbero perfino risultare incomprensibili; il quartiere e la città sono tra i protagonisti della storia anche per il suo autore originale, ma fanno spesso appello a un’universalità che qui viene a mancare. A volte il film tenta una via intellettuale/intellettualoide di morettiana memoria senza centrare l’obiettivo. Inoltre i  flashback sull’adolescenza del protagonista, dal sapore dei film generazionali anni ’80 americani, non riescono a coinvolgere sufficientemente lo spettatore; ma non sono le uniche influenze di quell’epoca cinematografica: lo stesso armadillo è semplicemente Valerio Aprea con indosso un costume; essendo l’unico elemento surreale della trasposizione live action, l’animale finisce con il non risultare mai credibile. Quel che infatti mancherà parecchio al fandom del fumettista è tutta quella serie di animali, apparizioni, trasformazioni, con le quali Zerocalcare colora la sua storia rendendola dinamica. 

Gli attori rendono il necessario nelle parti comiche ma non risultano abbastanza convincenti in quelle drammatiche; una serie di cammeo (da Adriano Panatta a Kasia Smutniak) invece di arricchire la vicenda sembra sviarla.
Emanuele Scaringi, alla sua opera prima, dona al film una regia pulita, forse eccessivamente, senza infamia e senza lode.
Il risultato è un film che non rischia ma risulta accessibile al pubblico medio, tradendosi però le aspettative di chi lesse la graphic novel che, nonostante una delusione iniziale, finirà per dimenticarmene e tornare a leggere.

VOTO: 5/10

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