2 settembre 2018

Venezia 75: La Quietud - La recensione del film di Pablo Trapero con Bérénice Bejo

Di Daniele Ambrosini

Pablo Trapero torna alla Mostra del Cinema di Venezia a distanza di tre anni dal premio alla regia ricevuto nel 2015 grazie a Il Clan con un dramma familiare con protagonista un'inedita Berenice Bejo.

Ambientato principalmente in una tenuta da cui il film pende il suo titolo, La Quietud racconta la storia di una famiglia disfunzionale che si trova riunita per la prima volta dopo molti anni. Mia non è mai andata via di casa ed ha assistito alla progressiva rovina del rapporto tra i suoi genitori, mentre Eugenia si è sposata ed è andata a vivere a Parigi, città nella quale la famiglia aveva vissuto per qualche anno per fugire alla dittatura. Il ritorno di Eugenia per annunciare la sua gravidanza è la prima occasione in molto tempo per la famiglia di passare del tempo insieme, ma una serie di incidenti legati al burrascoso passato che riaffiora metteranno a dura prova il fragile equilibrio costruito nel tempo.

La Quietud è a tutti gli effetti un Almodovar mancato. Per quanto ci provi, Trapero non riesce mai a bilanciare dramma e melò in modo sapiente, finendo per appesantire troppo un film privo di un ritmo unitario ed infarcito di clichè di ogni genere che sembra più una telenovela che altro. Il vero problema di Trapero, che comunque dirige in modo discreto, è proprio in fase di scrittura. La volontà di colpire costantemente lo spettatore e di creare un tour de force emotivo finisce per ritorcerglisi contro: la maggior parte delle trovate e dei colpi di scena non risultano efficaci o sorprendenti quanto probabilmente desiderato dall'autore, la gestione dei tempi narrativi lascia parecchio a desiderare e pure la tanto ricercata commistione di generi porta a sfiorare in numerose occasioni il ridicolo involontario, spesso aggravato dall'incursione di un'ironia mal calibrata e davvero fuori luogo. 


Bérénice Bejo fa del suo meglio in un ruolo controverso ed in una lingua che non è la sua lingua madre - l'accento francese ogni tanto si sente più del dovuto, soprattutto in mezzo ad un cast interamente latino - e pure la comprimaria Martina Gusman ce la mette tutta per rendere credibile il suo fastidioso e poco giustificato personaggio, ma le loro sono le uniche buone performance in un cast di attori secondari incredibilmente sottotono o - al contrario - eccessivamente teatrali.

La Quietud è un film ambizioso, ma che non riesce a gestire al meglio tutti gli elementi che mette in campo. Un film completamente dimenticabile che non aveva le carte in regola già in partenza per essere un buon film, essendo penalizzato da una sceneggiatura che definire banale sarebbe un eufemismo. Eppure, se quelle stesse premesse fossero finite nelle mani di uno sceneggiatore più esperto, più delicato, più incline al melodramma d'autore, forse La Quietud sarebbe stato tutt'altra cosa. Ci voleva proprio un Almodovar dietro ad un film del genere, perchè Trapero non ha proprio le abilità che tenta disperatamente di mettere in gioco. Peccato.

VOTO: 5/10

 
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