5 settembre 2018

Venezia 75: Nuestro Tiempo - La recensione del nuovo film di Carlos Reygadas

Di Daniele Ambrosini

In Nuestro Tiempo Carlos Reygadas, visto al cinema l’ultima volta con Post Tenebras Lux, dirige e interpreta una versione fittizia di sé stesso, un mandriano che ha una relazione aperta con la moglie che, però, un giorno decide di andare a letto con un altro uomo alle sue spalle, tradendo la sua fiducia.
Nella riuscita prima parte del film lunghe inquadrature realizzate con camera fissa si alternano a scene dal montaggio frenetico condite con i più inventivi e disparati movimenti di camera, creando un affascinante effetto di sospensione tra soggettività e oggettività. C’è un pizzico di realtà, come se stessimo effettivamente assistendo alla vita di Carlos Reygadas, qui protagonista insieme alla moglie, che rende l’opera molto sentita da parte del regista che realizza quello che ad oggi è il suo film più personale. E tutto sembra avere un senso nel corso della prima ora del film, che scorre abbastanza bene, grazie al lungo ed interessante prologo che lavora molto per sensazioni, concentrandosi su alcune linee di trama secondarie e su scene la cui funzione è solo quella di stabilire il tono del film senza essere direttamente collegate alla trama principale che resta per molto tempo oscura.

Stupisce in un primo momento Nuestro Tiempo perché Reygadas sembra davvero star realizzando un’opera intimamente sentita, molto meno feroce delle sue precedenti, a tratti persino molto dolce; ma l’illusione dura ben poco. L’introduzione della linea di trama principale, quella legata al tradimento della moglie, spazza via quanto di buono fatto fino a quel momento. Si ha come l’impressione che il regista sia tanto preso dalla sua storia da dimenticarsi completamente di tutto il contesto che fino ad allora aveva creato attorno ad essa, tutto d’un tratto persino i figli della coppia iniziano a sembrare personaggi di troppo, e tutti gli inserimenti successivi e le sbrigative riprese di elementi secondari sembrano essere di troppo per la superficialità con cui vengono accavallati nella confusionaria parte finale del film, molto esplicativa in questo senso è la scena dedicata all’amico morente di cancro, inserita solamente per spiegare la solitudine del protagonista che si immagina al suo posto, relegando un personaggio tanto sofferente a semplice decorazione di scena.


La storia d’amore burrascosa e l’anticonvenzionale rapporto tra i due protagonisti viene presentato tardi nella narrazione e pian piano si impossessa di tutto il film, faticando però a sostenerne il peso. Infatti, la storia dei due protagonisti ci mette molto a carburare e non appena sembra aver trovato un suo equilibrio narrativo Reygadas rilancia aggiungendo elementi sempre più stridenti e non necessari che rendono questa linea narrativa sempre più eccessiva e progressivamente meno interessante. Complice uno stile mutevole ed apparentemente poco coerente, il film diventa un enorme pout pourri visivo, un collage di scene che potrebbero senza problemi appartenere a film del tutto diversi. Questa incoerenza stilistica è l’unico pregio di salvare il ritmo di una pellicola le cui tre ore, altrimenti, si sarebbero avvertite di più, a scapito però del risultato finale.

Una certa ironia di fondo che in più occasioni si dimostra fuori luogo conclude il quadro di un dramma romantico che Reygadas aspira a portare avanti con una certa leggerezza, ma che in definitiva finisce per rovinare con una scrittura poco funzionale e confusa, incapace di cogliere l’essenza della sua storia e trasmetterla in modo efficace. Reygadas scrive grossolanamente, affidandosi con convinzione a qualche buona idea di fondo - tra le quali prevale lo dicotomia-scontro tra eccesso di comunicazione e incomunicabilità alla base del rapporto tra i protagonisti - tralasciando di bilanciare gli elementi secondari della sceneggiatura che finisce per essere inconsistente, soprattutto a margine di un film della durata di tre ore. Reygadas si dimostra così, ancora una volta, un regista con un buon occhio, molto attento alle proprie immagini e all’impatto visivo delle singole scene, del tutto incapace però di tenere le redini di un progetto dall’inizio alla fine; insomma un regista privo di una visione unitaria. La sua partecipazione nella doppia veste di attore e regista offre degli spunti interessanti all’autore messicano che qui e lì è in grado di giocare con la sua posizione di auctor e agens, senza però riuscire davvero a trovare un adeguato contesto alla sua riflessione, sempre ammesso che ce ne sia una. Perché in fin dei conti Nuestro Tiempo torna sempre a ribadire le stesse cose, neanche troppo originali, senza nessuna volontà di scavare a fondo, e questo è, francamente, molto frustrante.

VOTO: 5/10

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