5.9.18

Venezia 75: Opera senza autore - La recensione del nuovo film del premio Oscar Florian Henckel von Donnersmarck

Di Daniele Ambrosini

Dopo il premio Oscar vinto con Le vite degli altri, il regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck aveva tentato la fortuna sul mercato internazionale dirigendo il mediocre The Tourist. Ad otto anni di distanza da quell'ultimo, poco riuscito, lavoro dietro alla macchina da presa Donnersmarck fa un ritorno in grande stile con Opera senza autore, già scelto come rappresentante del cinema tedesco ai prossimi Oscar.
Il film segue la vita di Kurt Barnert, un aspirante pittore, a partire dalla turbolenta infanzia nella Germania Nazista fino alla costruzione del muro di Berlino. Nella scuola di belle arti di Berlino Est incontra Elizabeth, una giovane studentessa di moda della quale si innamora perdutamente; la loro relazione è però ostacolata dal padre, un ex medico associato al partito nazista che è riuscito a salvare il suo prestigio nella nuova Germania Sovietica grazie all'inganno e che, inoltre, è direttamente collegato ad uno degli eventi più traumatici dell'infanzia di Kurt.

Vagamente ispirato alla vita del pittore Gerhard Richter, Opera senza autore riporta Donnersmarck nella sua Germania e gli permette di affrontare da un punto di vista diverso la storia del suo paese, ripercorrendola nel corso della pellicola con un piglio meno drammatico di quello adottato ne Le vite degli altri. La ricostruzione storica fa da sfondo al racconto di un artista, cresciuto quando i modernisti venivano etichettati come "artisti degenerati" e formatosi sul realismo socialista, che aspira a trovare un'idea tanto valida da farlo conoscere nella comunità artistica occidentale, ormai devota allo sperimentalismo più spinto, che sembra aver relegato la pittura ad arte antica ed ormai superata. Si tratta di un film costantemente in bilico tra il biografico e lo storico che, senza essere compiutamente nessuno dei due, guarda ad entrambi i generi per (ri)costruire un contesto. Donnersmarck realizza quello che è a tutti gli effetti un melò che integra con maestria diversi generi e registri narrativi all'interno dalla sua personalissima ricostruzione della vita di un artista complesso ed incompreso.

"Tutto ciò che è vero, è bello" si sente dire Kurt da bambino e da allora quella è la sua prospettiva sull'arte. Vero nel senso di autentico. Il film è costruito come una ricerca di questa autenticità e di un processo creativo in grado di esprimere al meglio questa verità che deriva, come chiarirà uno dei professori di Kurt, dal proprio vissuto (una dichiarazione non particolarmente originale, ma sempre vera). Non è inusuale che un film che riflette sull'arte rifletta, direttamente o indirettamente, anche di cinema, perciò il percorso affrontato da Kurt sembra parallelo a quello affrontato da Donnersmarck che, con un piglio insolitamente leggero per il suo cinema, decide di ricercare la bellezza nell'autenticità della storia, vera e perciò bella. Il regista tedesco si fa prendere la mano da una narrazione copiosa e abbondante, da un certo piacere del racconto che lo porta a sperimentare una narrazione quasi fiabesca, qui e lì interrotta da bellissimi sprazzi di cruda realtà, che a volte, però, dimentica di prestare la dovuta attenzione ad alcune stimolanti sottotrame.

VOTO: 7,5/10