5.9.19

Venezia 76: Gloria Mundi - La recensione del film sociale di Robert Guédiguian

Di Massimo Vozza

Prima di scrivere del peggior film visto dal sottoscritto a Venezia 76 avrei una premessa da fare: a volte, quando entriamo in sala qui alla Mostra, tutto quello che scegliamo di sapere sono al massimo poche righe di sinossi, le stesse che troviamo sul sito della Biennale. Vorrei nel caso di Gloria Mundi, coproduzione di Francia e Italia diretta da Robert Guédiguian, riportarla letteralmente: A Marsiglia una famiglia si riunisce per la nascita della piccola Gloria. Nonostante la gioia, per i giovani genitori sono tempi duri. Mentre lottano per uscire dalla difficile situazione, si ricongiungono con il nonno di Gloria, un ex carcerato.

Da delle informazioni così vaghe si potrebbe tranquillamente declinare il film in diverse direzioni, ognuna con un proprio senso logico e più o meno banale sotto il profilo narrativo. Ma no: l’opera che ho visto preferisce non sviluppare alcun tipo di reale racconto, mai veramente alcun personaggio, soffermandosi a mostrare una serie di peripezie, alcune idiote e altre insulse, che girano intorno a queste generiche frasi senza una ragione e una direzione sensata, se non quella di far odiare allo spettatore ogni singolo aspetto di questo titolo che, come se non fosse abbastanza, si conclude nel modo più drammatico possibile sulla carta ma totalmente privo di pathos e legame empatico (con chi da quasi da un’ora e trequarti sta guardando) nella sua forma cinematografica.

Indubbiamente ci vuole un certo talento per riuscire a far detestare allo spettatore ogni personaggio che costella questa corale opera (eccetto, volendo essere buoni, quello del capo famiglia da poco scarcerato) ma non era assolutamente nelle intenzioni di Guédiguian (stando alle note di regia) che anzi, giocando a fare il Ken Loach francese senza minimamente riuscire, insiste sulla sfortuna e condizione di povertà di questa famiglia, tentando di impietosirci e di portare avanti uno sgangherato sotto testo al cui centro vi è una critica al sistema capitalistico, rappresentato nella sovrastruttura principalmente dagli zii della piccola Gloria, di marxista memoria che parrebbe ideata dal nostrano Diego Fusaro per quanto superficiale e populista. E come se non fosse abbastanza ecco nei dialoghi frecciatine contro gli immigrati e il presidente della Repubblica francese Macron, un trascorso nella prostituzione di un personaggio buttato lì come (si fa per dire) colpo di scena, la resistenza a chi vorrebbe esercitare il diritto allo sciopero (alla faccia dei richiami a Marx), l’abuso di droghe immotivato, l’adulterio giustificato dal voler ottenere un lavoro, nonché perfino l’omicidio (ma l’elenco sarebbe ancora lungo, credetemi).

Non importano tanto per dare un giudizio la buona volontà degli interpreti e la regia insulsa perché Gloria Mundi è non solo un film brutto ma sbagliato, non solo in un contesto come quello di Venezia 76 ma nella settima arte in generale: la visione distorta della realtà di qualcuno che probabilmente non sa di cosa sta parlando o almeno non è più in grado di raccontarlo efficacemente.

VOTO: 3/10