5.9.21

Venezia 78: l'esordiente Maggie Gyllenhaal non convince del tutto con 'The Lost Daughter'


 Di Daniele Ambrosini

Capita spesso, quando un romanzo viene adattato per il grande schermo, che qualche elemento si perda per strada, che venga perso, escluso, o semplicemente perda di potenza nello spazio che è necessario attraversare per portare un racconto da un medium all'altro. Questo è quello che è successo a The Lost Daughter, prima un romanzo dell'italiana Elena Ferrante, già autrice della fortunata serie L'amica Geniale, ora adattato per il grande schermo da Maggie Gyllenhaal, esordiente dietro la macchina da presa. 

Protagoniste del film sono Olivia Colman e Jessie Buckley che interpretano una donna in due diversi periodi della sua vita, la prima nel presente, ormai vicina alla cinquantina, e la seconda in una serie di flashback provenienti da vent'anni prima. A far riemergere pezzi del suo passato sarà una vacanza passata in solitaria in una località della Grecia, dove incontrerà una famiglia rumorosa e potenzialmente pericolosa, che dapprima la infastidisce, ma con il tempo finirà per identificarsi con una di loro, una giovane madre, stanca e forse inadatta al suo compito. 

Molto interessante è il ritratto che la Gyllenhaal fa della sua protagonista, portando su schermo un ritratto materno inusuale, a tratti spietatamente realistico, pur senza mai puntare il dito, senza imporre su di lei alcun giudizio morale. Così come è notevole la coppia di protagoniste, soprattutto la Buckley che ha sulle spalle i segmenti più emotivamente carichi del film, quelli che funzionano davvero bene. 

Ma qualcosa nella struttura narrativa non funzione, è farraginoso. Innanzitutto il meccanismo che dovrebbe riattivare la memoria della protagonista è davvero labile, soprattutto nella prima metà, fino a quando la Colman non si avvicina alla giovane donna interpretata da una abbronzatissima Dakota Johnson, e soprattutto c'è un problema con le reali motivazioni del personaggio. Tutto il film gira attorno alle conseguenze di una azione svolta dalla protagonista nel presente che non viene adeguatamente giustificata e che francamente risulta essere una premessa alquanto deboluccia, almeno su schermo. C'è qualcosa di strano, un'aura di incompletezza narrativa che pervade tutto il film. 

Nonostante tutti gli elementi giusti sulla carta, qualcosa su schermo sembra forzato, semplicemente non funziona abbastanza bene per essere ignorato. Ed è un peccato perché la Gyllenhaal fa un buon lavoro nel veicolare le emozioni, nel lavorare con i suoi attori, perciò se possiamo dire in qualche modo superata la sua prima prova da regista, la prima da sceneggiatrice non lo è altrettanto. 

VOTO: 6/10