Roma 2019: The Vast of Night – La recensione del film di fantascienza che omaggia gli anni ’50

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Di Daniele Ambrosini

Siamo nella seconda metà degli anni ’50, in una piccola cittadina del New Mexico, in una serata apparentemente come le altre quando, a partire da un piccolo indizio, due ragazzi rivelano una cospirazione governativa. Una partita di basket tiene impegnata buona parte della città quella sera, ma non Everett, benvoluto ed ambizioso nerd locale impegnato nella conduzione del suo programma radiofonico in una piccola stazione radio, e Fay, che invece deve lavorare presso il centralino locale. Una strana interferenza disturba le comunicazioni, così Fay decide di farla sentire ad Everett, che non essendo in grado di dirle di cosa si tratti, decide di trasmetterla via radio. Un ascoltatore misterioso pensa di avere la risposta ai loro dubbi, ma quello che racconterà loro scoperchierà un vaso di Pandora che comprende anni di operazioni segrete e insabbiamenti da parte del governo.

The Vast of Night inizia con una lunghissima sequenza, orologio alla mano lunga oltre venti minuti, dove Everett si aggira per il campo di basket della sua scuola,  dove sembra essere deputato al ruolo di problem solver della situazione; tra le tante persone che hanno bisogno dell’aiuto di Everett c’è Fay, che ha appena acquistato un registratore audio e non ha idea di come funzioni. Lui prende in mano la situazione e, impossessatosi dell’apparecchio, porta l’amica in giro a testarlo, facendo domande a chiunque sia a portata di microfono. In questa sequenza viene presentato in maniera molto efficace il contesto nel quale si svolgerà il film, ma soprattutto i caratteri dei due personaggi protagonisti. Andrew Patterson, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, realizza una sequenza d’apertura sontuosa e complessa, piena di dialoghi e con un ritmo eccezionale che dà il via alla storia senza neanche porre tutte le premesse. A metà tra un Quentin Tarantino e un Aaron Sorkin, i dialoghi veloci e taglienti di Patterson, mai realmente troppo impegnati o incisivi in questa prima parte, ma solamente discorsivi, ci intrattengono mentre la cinepresa ci accompagna con una serie di brevi piani sequenza (con tagli e cambi d’inquadratura molto azzeccati per dare il ritmo giusto) in una passeggiata insieme ai suoi protagonisti (il walk and talk al suo meglio).
La scena successiva è un piano sequenza di oltre dieci minuti, con camera semifissa in costante avvicinamento al volto di Fay. E solo in questa scena riceviamo davvero tutte le informazioni necessarie per capire che tipo di film abbiamo davanti, e lo capiamo grazie ad una costruzione magistrale dello spazio e ad una gestione dei tempi degna di un ottimo thriller. Il pubblico acquisisce quindi un’informazione fondamentale del film una volta arrivato intorno alla mezz’ora: si tratta di un film di fantascienza, di alieni più nello specifico. E da lì il film diventa qualcosa di diverso.

Ciò che segue è sempre più coraggioso in termini di intrattenimento, trattandosi di un film molto dialogato e quasi completamente privo di azione, scelta inusuale per questo tipo di operazione, che omaggia il cinema di genere degli anni ’50 e ’60, così come, se non soprattutto, vista la trovata che dà il via al film, della televisione di impronta fantascientifica, ma che non ha necessariamente bisogno di adottarne tutte le strutture. Quello realizzato da Patterson è un film sontuoso e coraggioso, in grado di rielaborare una storia raccontata centinaia di volte in maniera originale, dimostrando un grande amore nei confronti del genere stesso. Perché, in fondo, The Vast of Night è una lettera d’amore alla fantascienza, quella classica, pur essendo quasi completamente privo di tutti quegli elementi visivi ad essa solitamente associati. La sua è una rielaborazione guidata da un senso di nostalgia che, però, non si fa dogma, ma è anzi ispiratore di trovate intriganti ed originali. 
Con The Vast of Night Andrew Patterson realizza un film solido e coraggioso, in grado di intrattenere senza strafare e senza bisogno di effetti speciali o di grandi sensazionalismi, un film semplice, fatto di persone e di dialogo. Dal punto di vista registico bisogna riconoscere a Patterson di non essersi semplicemente lasciato trascinare dalla mania per il piano sequenza (che colpisce molti giovani registi, con risultati talvolta discutibili), ma, anzi, di averli inseriti molto bene in un insieme visivamente coerente. The Vast of Night è un film dove ogni stacco di montaggio è in realtà derivato da delle ottime scelte di regia, un film che ci ricorda quanto staccare al momento giusto sia essenziale per il ritmo del racconto, ed è grazie a questi stacchi mirati che la lunga serie di piani sequenza di cui è composto il film risulta tanto efficace. 
Il pregio maggiore di The Vast of Night è quello di essere un film equilibrato; infatti, Patterson realizza un film con tanta, tantissima personalità, che rischia costantemente di diventare eccessivo, ma che, alla fine, non stona mai. Un esperimento riuscitissimo, che ha molto da dire (e da insegnare) ai giovani aspiranti cineasti là fuori. Una vera sorpresa che, forse, manca solo di incisività nel (comunque molto interessante) finale.
VOTO: 7,5/10


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