Avatar: La via dell’acqua – La recensione del sequel di James Cameron

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Di Simone Fabriziani

Jake Sully vive con la sua nuova famiglia sul pianeta Pandora. Ma quando una vecchia, familiare minaccia torna ad affacciarsi per terminare quel che era stato iniziato un tempo, Jake dovrà nuovamente collaborare con Neytiri e l’esercito dei Na’vi per proteggere il loro incredibile pianeta. Jake e Neytiri saranno pertanto costretti a lasciare la loro casa ed esplorare varie regioni di Pandora. Un incipit solonne per Avatar: La via dell’acqua, sequel diretto dal premio Oscar James Cameron che arriva nelle sale di tutto il mondo ben tredici anni dopo il debutto del primo capitolo da record assoluto ai botteghini internazionali.

Che il regista vincitore dell’Oscar per Titanic avesse un talento per la realizzazione di sequel memorabili era stato già appurato nel 1986, quando prende le redini del capolavoro di Ridley Scott e firma la regia di Aliens – Scontro finale con Sigourney Weaver, per poi continuare a superarsi e a volare ancora più in alto con l’indimenticabile Terminator 2 – Il giorno del giudizio, secondo capitolo del cult movie di fantascienza da lui diretto nel lontano 1984. Dopo aver dunque fatto sfracelli al box-office mondiale nel 2009 con il capostipite e aver cambiato per sempre le carte in tavola nel modo di dirigere un blockbuster cinematografico, come se l’è cavata James Cameron con l’attesissimo Avatar: La via dell’acqua? Anche stavolta, piuttosto bene.

Certo, la straordinaria tecnologia dietro alla realizzazione degli avveniristici effetti visivi si è evoluta dal 2009, così tanto che tredici anni dopo l’indimenticabile esperienza immersiva del 3D rimae piacevolmente intatta. Occhialini tridimensionali sul volto, sembra quasi di ritornare magicamante indietro nel tempo, in un preciso momento storico in cui James Cameron stava rivoluzionando ancora una volta il modo di fare cinema con il suo innovativo ed ambizioso primo viaggo su Pandora. Un fascino alieno che La via dell’acqua mantiene solido ed espande in latitudine geografica: adesso, non siamo solamente immersi nelle fitte foreste del pianeta di fantasia (eppure, tutto sembra più vero del vero!), ma con i suoi protagonisti ci spostiamo verso nuovi confini, facciamo la conoscenza di nuovi clan, nuove creature, ci immergiamo letteralmente sotto il pelo dell’acqua per scoprire nuove, sorprendenti meraviglie cinematografiche.

Il sequel diretto da Cameron e co-scritto dallo stesso assieme a Rick Jaffa e Amanda Silver, sorprende però non soltanto per la sua inimitabile immersività cinematografica e lo spettacolo visivo che offre ancora una volta al suo spettatore, ma lo fa anche quando getta la maschera da grande blockbuster e si rivela come sorprendente dramma famigliare che ne esalta la compattezza, l’unità, lo spirito di adattamento. Avatar: La via dell’acqua fa centro proprio quando si tramuta difatti in riflessione sul senso dell’eredità, sul rapporto genitori e figli, diventando così un racconto generazionale senza tempo che si allarga vertiginosamente diventando pezzo di passaggio (ma fondamentale) di un puzzle narrativo di world-building dai toni a tratti impressionanti.

Certo, non sempre tornano i conti a livello di scrittura (con una durata “titanica” di oltre tre ore non avrebbe sfigurato una maggiore attenzione all’incisività dei dialoghi, alla costruzione delle dinamiche tra nuovi e vecchi personaggi), ma questa fiaba dai toni smaccatamente ecologisti e che sembra racchiudere tutte le ossessioni e i marchi di fabbrica del cinema del cineasta americano (attenzione a tutte le auto-citazioni all’interno del film!) ha tutte le carte in regola per sbancare nuovamente il botteghino ed entrare, una seconda volta, la storia del Cinema. Come solo James Cameron sa fare.

Candidato a 2 Golden Globe, Avatar: La via dell’acqua arriva nelle sale italiane con Walt Disney Pictures a partire da mercoledì 14 dicembre

VOTO: ★★★


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