Di Daniele Ambrosini
Guardando Giants Being Lonely si ha l’impressione di assistere ad un sogno bellissimo che in qualunque momento può trasformarsi in un incubo. Grear Patterson costruisce un film che sembra fluttuare, come se fosse sospeso da qualche parte nella nebbia della memoria, un film che altro non è che una riflessione sul sogno americano ed il suo contraltare, reinterpretati secondo una chiave estetizzante ed estraniante che rendono l’esperienza più profonda, più intensa. In questo modo porta avanti una riflessione sull’adolescenza molto interessante che, senza abbracciare o rigettare in toto le strutture e gli elementi caratterizzanti del coming of age classico, è in grado di cambiare le carte in tavola e creare qualcosa di completamente diverso.
In questo film i personaggi parlano in modo semplice e diretto, alle volte volutamente molto ingenuo, le scene si susseguono senza un’apparente ordine logico e il tono cambia di continuo, anche con l’ausilio di una massiccia dose di musica. Tutto ciò non fa che accentuare quanto detto prima, ovvero contribuisce a creare quella sensazione di star assistendo ad un racconto portato avanti secondo le logiche del sogno, o almeno riproponendone la sfera percettiva. Grear asseconda quella che è un’ottima trovata a livello concettuale, e che quindi nasce in fase di scrittura, impostando un impianto visivo estremamente curato e vivido; la sua è una regia elegante e ordinata, in grado di alternare inquadrature a camera fissa che incorniciano i protagonisti nei momenti di maggiore solitudine ad altre realizzate con raffinati movimenti di camera. Patterson incorpora elementi del cinema di Terrence Malick e Gus Van Sant, ma lui è tutt’altra cosa. Il suo è un cinema stilizzato, che gioca con le forme del genere cinematografico e parla un linguaggio originale.
Giants Being Lonely spesso e volentieri prende una strada tutta sua, depistando e confondendo lo spettatore, che non potrà che trovarsi spaesato di fronte ad un’opera simile. Ma si tratta di uno spaesamento positivo, dovuto in parte proprio all’unicità del lavoro di Grear Patterson, che è a tutti gli effetti uno dei pochissimi coming of age recenti davvero in grado di riflettere sulle modalità espressive e le possibilità offerte dal genere. Giants Being Lonely è un film di formazione assolutamente atipico, originale e delicatissimo, prezioso per l’occhio di riguardo che il regista riserva ai suoi giovani protagonisti sui quali non esprime alcun tipo di giudizio morale, anche quando, poi, nel punto clou del film arriva una tragedia a scombussolare gli equilibri narrativi e a cambiare la prospettiva sul loro operato e sul loro passato. Patterson, infatti, non pretende mai di imporre la sua visione sulla vicenda, non tenta mai di suggerire al pubblico cosa pensare, come rielaborare la materia narrativa da lui fornita.
Perché Giants Being Lonely, vuoi o non vuoi, è un film che pur avendo una storia di base molto semplice, non risulta immediato e costringe lo spettatore a pensarci su, a rielaborare quella che è una visione per molti versi complicata. E pure in questo sta la sua forza, nel fatto di essere una vera e propria esperienza, una che spinge il pubblico a guardare al di là della semplice narrazione, e che invita alla riflessione anche sulle modalità del racconto. Ad averne di più di film di formazione come questo, in grado di portare raccontare l’adolescenza attraverso una lente tanto originale.








