September 5

September 5, la recensione

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Il cinema, che lo ricerchi esplicitamente o meno, diviene spesso veicolo di importanti messaggi politici e data la facile fruibilità della settima arte, legata soprattutto alla sua natura commerciale, è facile che riesca a raggiungere una porzione di popolazione non indifferente.


Data questa premessa, titoli come September 5, che hanno anche ricevuto una notevole attenzione durante la stagione premi seppur agli Oscar ne abbia ricavato una sola nomination per la sceneggiatura originale, diventano prodotti particolarmente difficili di cui parlare senza essere noi stessi politici; quindi per questa recensione saremo a nostra volta politici.

Peter Sarsgaard in una scena del film – fonte: Paramount Pictures


Perché la scelta stessa di produrre un film che racconta del massacro massacro di Monaco di Baviera durante le Olimpiadi estive del ‘72 in tempi così particolarmente difficili per Gaza e la Palestina è da considerarsi una presa di posizione chiara quanto opinabile sulla situazione mediorientale, la quale porta con sé un esplicito schieramento tra le due parti coinvolte. I fatti saranno pur ripercorsi nel film dal punto di vista esclusivo della troupe di giornalisti sportivi della ABC ma questo non toglie il valore di una decisione produttiva di parte, impossibile da trascurare approcciandosi al testo filmico.
Anche entrando nel merito, September 5 non è mai super partes, finge di porre problemi morali come quello su cosa definire e non definire terrorismo, non si interessa minimamente di informare lo spettatore sulla situazione in Palestina in quel periodo per dargli un minimo di contesto mentre invece ci tiene a rievocare gli orrori dell’Olocausto, esattamente come fatto da tanti media con i fatti del 7 ottobre 2023; diversamente, dall’altra parte vengono solo riconosciuti gli autori del massacro che vanno poi a finire con il rappresentare un’intera popolazione che in realtà subisce da decenni.

Una scena di September 5 – fonte: Paramount Pictures


September 5, per sua stessa ammissione tramite un dialogo tra i personaggi, non vorrebbe parlare di politica ma di sentimenti, finendo però con l’usare questi secondi per scopi propagandistici che sono effettivamente politici. Il film si accartoccia su dialoghi serrati che vorrebbero avere la brillantezza dei tanti scritti da Sorkin, accompagnati da un montaggio serrato che guida l’intero film e che ne risulta l’unica cifra stilistica, riconoscibile quanto insufficiente.

Un monento di September 5 – fonte: Paramount Pictures


Il cast fa il suo con quella poca costruzione che lo script ha concesso ai personaggi, andando a depotenziare l’interesse per questa troupe e il loro lavoro, lasciando quindi sempre il massacro “fuori campo” come vero protagonista. Davanti a un prodotto così in mala fede il nostro invito non può essere quello di guardarlo per farsi una propria idea ma di evitarlo e farlo finire nel dimenticatoio. E sul medesimo evento esiste già Munich di Steven Spielberg, decisamente più a fuoco e realizzato in buona fede.

September 5 arriva nelle sale italiane con Eagle Pictures a partire da giovedì 13 febbraio.

VOTO: 1/5


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