I 20 migliori film del 2018 secondo Awards Today

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Di Redazione

Il 2018 è stato indubbiamente un momento di riscatto per il cinema blockbuster, quasi elevato dagli autori; abbiamo visto in sala registi come Steve McQueen dare nuova linfa al genere crime con Widows e cinecomic come Black Panther essere una presenza principale durante la stagione dei premi.

Film commerciali, ma anche mezzi commerciali come Netflix si mescolano all’indie e ai film d’essai, Roma di Alfonso Cuaron è divenuto il primo film della piattaforma di streaming a trionfare al Festival di Venezia, conquistando di lì a poco tutta la critica americana, e trovando nel colosso americano il modo di arrivare a ogni spettatore del mondo. Il confine tra produzione indipendente e delle major, sembra assottigliarsi, una parte confluisce nell’altra, con l’unico scopo della fruizione di storie, personaggi e idee, al pubblico, che sia attraverso lo sconfinato schermo della sala o il più accogliente monitor di un pc, poco importa. 
Le nuove voci del cinema riescono a farsi sentire, chi con più facilità, magari attraverso mosse commerciali più scaltre, chi sgomitando un po’ di più. E queste voci sono anche italiane; il nostro cinema con registi come Luca Guadagnino, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Alice Rohrwacher, ha subito un doveroso revival, con piccoli capolavori, dimostrando che non siamo secondi a nessuno. Un mito ormai sfatato, così come le numerose barriere di genere, razza e orientamento sessuale che il cinema continua ancora a sradicare. Se una regista come Karyn Kusama con Destroyer ha ridefinito l’antieroe noir nell’immaginario per la sola figura maschile, registi come Sebastian Lelio, Yorgos Lanthimos e senza dimenticare Guadagnino, hanno scritto nuove pagine LGBTQ in modo del tutto anticonformista. 
Anche quest’anno alcuni membri della nostra redazione si sono cimentati nel raccontarvi il meglio dell’anno cinematografico ormai quasi concluso, avendo la prova che il cinema nel 2018, così come lo scorso anno, e quello prima ancora, riesce sempre a stupire, sorprendere e farci sognare; influenzarci, sollevare interrogativi e spesse volte, si spera, fare la differenza.

Nicole Kidman in una scena di “Destroyer”.

Giuseppe Fadda

Loro (Paolo Sorrentino, Italia)
Il tanto atteso ritratto di Silvio Berlusconi ad opera di Paolo Sorrentino ha diviso critica e pubblico. E si tratta sicuramente di un’opera che ha tutti i motivi per essere definita discutibile. Ma, senza dubbio, è anche uno dei film più interessanti di quest’annata: perché Sorrentino guarda a questo personaggio politico con occhio contemporaneamente biasimevole e indulgente, critico e compassionevole, e, soprattutto, riesce a far sì che il suo film trascenda dall’essere puramente un biopic per diventare un’amara riflessione sull’Italia e sul degrado del suo panorama politico. L’eleganza formale di Loro non sorprende considerando le opere precedenti del regista, ma l’umanità con cui Sorrentino caratterizza i suoi personaggi è innovativa: pur attribuendo a ciascuno le proprie colpe, il regista non è mai stato così malinconicamente empatico. Il cast è straordinario: la trasformazione di Toni Servillo è credibile e la sua performance tanto ironica quanto profonda; Riccardo Scamarcio e Kasia Smutniak portano in vita personaggi che sono farseschi e tragici allo stesso tempo; e specialmente memorabile è Elena Sofia Ricci, il cui ritratto di Veronica Lario è sfaccettato, straziante e pieno di sorprese. Che in certi momenti Loro scada nell’eccesso è fuori discussione: è un film, nel bene o nel male, profondamente sorrentiniano; il che significa che può piacere o non piacere ma che merita di essere visto.

Cold War (Pawel Pawlikowski, Polonia)
Dopo il film Premio Oscar Ida, il regista Pawel Pawlikowski ci ha regalato un’altra opera straordinaria: Cold War, che narra la burrascosa storia d’amore tra il musicista Wiktor (Tomasz Kot) e la cantante Zula (Joanna Kulig) attraverso gli anni della guerra fredda. Pawlikowski non segue ogni momento della storia di questi tragici personaggi: ci restituisce solo alcuni momenti chiave, tra dolorose separazioni e rincontri casuali. Il racconto ci appare frammentato, come se fossero ricordi sepolti che riaffiorano alla mente: in un certo senso, a film finito, ci sembra di aver fatto un triste, emozionante sogno. La fotografia in bianco e nero e il formato ristretto conferiscono alla storia un’atmosfera intima e travolgente e i due carismatici protagonisti catturano e comunicano tutta la devastante, distruttiva potenza del sentimento che al tempo stesso li respinge e li lega. Cold War, che Pawlikowski ha dedicato ai suoi genitori, è un film profondo e personale che si interroga sulla possibilità dell’amore e della musica di sopravvivere in tempi di guerra. Dalla prima scena fino al commovente finale, è pura poesia, un’indimenticabile sinfonia di immagini e suoni: in definitiva, un vero capolavoro.

7 sconosciuti a El Royale (Drew Goddard, USA)
Uno dei film più sottovalutati dell’anno, 7 sconosciuti a El Royale è un meraviglioso ensemble piece, tanto coinvolgente quanto contenutisticamente ricco. Il regista Drew Goddard ha evidentemente preso elementi del cinema di Tarantino ed elementi di quello dei fratelli Coen e li ha rielaborati secondo la sua visione originale e personale: il risultato è un film brillante, sorprendente e raffinato, in cui la cura per i dettagli estetici (le scenografie sono da Oscar) e l’attenzione per l’approfondimento psicologico vanno di pari passo. Gli attori si rivelano perfettamente all’altezza di una sceneggiatura che richiede loro la capacità di giostrarsi tra commedia nera, thriller e dramma: a spiccare sono il sempre grande Jeff Bridges, il sorprendente Lewis Pullman e soprattutto la meravigliosa Cynthia Erivo, la cui delicata interpretazione è il cuore della storia. Ma 7 sconosciuti a El Royale non è un film di mero intrattenimento: attraverso le storie di ogni personaggio, Goddard ci offre un complesso, cupo e vivido ritratto dell’America degli Anni Sessanta, tra discriminazioni razziali, fanatismi e la guerra del Vietnam. E nei piccoli momenti di solidarietà tra questi personaggi danneggiati, Goddard sembra voler indicare un messaggio di speranza contro l’inspiegabile malvagità che imperversa il mondo, allora come oggi: è un film di straordinaria umanità.

Destroyer (Karyn Kusama, USA)
Niente di quello che avete letto può prepararvi a Destroyer, il crime drama di Karyn Kusama: angosciante, violento e devastante, è un film destinato a rivoluzionare per sempre il modo in cui concepiamo e vediamo i personaggi femminili. Perché Erin Bell è un personaggio unico nella storia del cinema e incarna un tipo di femminilità che nessun autore ha mai avuto il coraggio di esplorare e approfondire. È un film sicuramente ambizioso, il cui complicato intreccio sarebbe probabilmente collassato se non fosse stato per la maestria della regista e della direttrice del montaggio Plummy Tucker, che regalano al film una costruzione elegante, elaborata ed organica: ogni elemento funziona in completa, perfetta armonia con il resto. Ma il vero potere di Destroyer risiede nell’interpretazione monumentale di Nicole Kidman: l’attrice si trasforma completamente per restituirci un ritratto viscerale, intenso e indimenticabile. Grazie a lei, il film diventa un profondo e sfaccettato studio di personaggio e una dolorosa riflessione sulla colpa, sul rimorso e sul desiderio di espiazione. Il talento della Kidman non ha bisogno di dimostrazioni, ma questa è la sua definitiva consacrazione come una delle più grandi attrici della storia del cinema: è una performance mozzafiato che verrà ricordata negli anni a venire.

Ethan Hawke e Amanda Seyfried in una scena di “First Reformed”.

Gabriele La Spina

First Reformed (Paul Schrader, USA)
Regista provocatorio, basti pensare ai più recenti The Canyons e Cane mangia cane, ma prima di tutto sceneggiatore formidabile che riesce rendere limpida la psicologia del personaggio, spesse volte creandone di iconici, come il Travis Bickle del film Taxi Driver del 1976; Paul Schrader firma la sua opera più complessa, probabilmente dal film che fu diretto da Martin Scorsese. In First Reformed viviamo attraverso gli occhi di Toller un ex cappellano militare, nel perenne lutto per la morte del figlio, che si avvicina a una donna alle prese con il suicidio del marito. Con una narrazione efficace sotto forma di diario, per gran parte della sceneggiatura, Schrader esordisce con la frase: “Quando scriviamo di noi stessi non dovremmo avere pietà”. Una premessa che lascia intendere il percorso tortuoso di espiazione alla quale si sottoporrà il protagonista, in un dialogo tra Schrader e il nostro presente, dilaniato dalla piaga dell’inquinamento; dove dunque non vi è più posto per la credenza e la sua corruzione. Quello di Toller è il ritratto di un uomo solo, tipico della filmografia di Schrader, che compie un’odissea morale alla ricerca della verità, arrivando all’autoflagellazione, anche come sublimazione del suo desiderio. Schrader riesce a ironizzare in maniera sottile, concedendoci sequenze oniriche sui generis, ma anche scenari di sconcertante crudezza.

Disobedience (Sebastián Lelio, UK)
Adattamento per il grande schermo del romanzo di Naomi Alderman, Disobendience afferma ancora una volta Sebastián Lelio come regista di rara delicatezza nel ritrarre figure emblematiche della cultura LGBTQ. Già con Una donna fantastica ci aveva offerto di un ritratto malinconico ma misurato, di una donna transgender rifiutata dalla famiglia del compagno scomparso; nel romanzo della Alderman il regista cileno trova tematiche utili a perpetuare il suo messaggio cinematografico, raccontando nuovamente di personaggi rifiutati e isolati. Nel film seguiamo infatti le vicende di una donna che a causa della morte del padre rabbino, fa ritorno nella sua comunità ebrea ortodossa, portando nuovamente alla luce uno scandalo, l’amore per un’amica, adesso sposata. Con una sceneggiatura dosata, Lelio racconta del pregiudizio e di come questo sopprima la semplice espressione d’amore di due donne, attraverso una profonda analisi dei personaggi, magistralmente ritratti da Rachel Weisz e Rachel McAdams. Alternando momenti di romanticismo, con una colonna sonora che sembra richiamare al cinema anni ’50, al fine quasi di normalizzare l’atto tra le due donne, e momenti di alta tensione drammatica, Disobedience non solo porta alla luce un’ambientazione poco battuta nel cinema queer, ma elargisce un messaggio di carattere universale sulla libertà di scelta, in modo equo, senza prendere le parti di alcun gender.

Annientamento (Alex Garland, UK)
Con il suo esordio Ex Machina, aveva dato nuove sembianze al personaggio iconico di 2001: Odissea nello spazio, HAL 9000; continuando a fare tesoro dell’eredità di Stanley Kubrick, le cui atmosfere sembravano rievocate nel suo primo film successo, con Annientamento, il regista Alex Garland, aggiunge un altro pezzo di fantascienza d’autore alla sua filmografia. In Annientamento seguiamo le vicende di un gruppo di studiosi che si concentrano sulla caduta di una meteora su un faro, in un luogo imprecisato che conosceremo solo come Area X. Se in Ex Machina la tematica era lo sviluppo tecnologico e di come questo incida sulle relazioni umane, qui viene trattato l’argomento della genetica, tipico del filone sci-fi, correlato al vissuto delle protagoniste, delle donne con nulla da perdere, che partecipano alla spedizione, desiderose di annientare sé stesse per poter rinascere. Tra atmosfere a volte abbaglianti, a volte tetre, Garland compie un viaggio psichedelico e visionario, tra colorazioni acide e paesaggi spesso surreali. Come nel capolavoro di Kubrick già citato dal regista, qui ci si interroga sull’esistenza, sulla creazione e sull’origine. L’elegante regia di Garland, riesce in modo minuzioso a creare sequenze di forte impatto, il cui apice è forse il confronto tra la protagonista e l’entità aliena (tanto simile a quella di Under the Skin di Glazer) attraverso una danza quasi ultraterrena.

Private Life (Tamara Jenkins, USA)
Definibile un’esperta di rapporti familiari e di coppia, la regista di La famiglia Savage, Tamara Jenkins scrive e dirige un film che è prima di tutto una prova di come Netflix sia divenuto il perfetto spazio per gli autori indipendenti i cui lavori riescono a raggiungere una distribuzione mondiale, prima d’ora riservata ai soli blockbuster. In Private Life seguiamo le vicende di Richard e Rachel, una coppia di ex-artisti, anticonformisti che, ironia della sorte, inseguono la conformità della famiglia. Entrambi infertili infatti, si sottopongono a una lunga serie di terapie per il desiderio di essere genitori. Quello di procreare è il più puro dei sentimenti umani o solo un’imposta convenzione sociale? La Jenkins firma una sceneggiatura dal sottile sarcasmo che racconta di una realtà tipica della società americana come della nostra; con una suddivisione per capitoli, dai titoli non casuali, che sembra scandire di volta in volta la rottura del sottile equilibrio dei due protagonisti. Il cuore pulsante di Private Life, è rappresentato dai due interpreti Paul Giamatti e Kathryn Han, alle loro migliori performance, vestendo i panni di personaggi sia divertenti sia commoventi, come i migliori personaggi del vecchio cinema di Woody Allen.

Una scena dal film “Un affare di famiglia”.



Daniele Ambrosini

Che fare quando il mondo è in fiamme? (Roberto Minervini, Italia)
Il cinema di Roberto Minervini è qualcosa di assolutamente unico e speciale, una strana commistione di cinema di finzione e documentario, in cui ogni cosa è reale, ma alla base c’è sempre una sottile linea di sceneggiatura; un cinema ibrido il cui unico interesse è quello di cogliere l’essenza delle persone che racconta. Che fare quando il mondo è in fiamme? è forse il film più completo della filmografia del regista italiano, perché, raccontando la storia di alcuni individui della comunità afroamericana di Jackson e Baton Rouge nello stato conservatore e storicamente arretrato del Mississippi, riesce a cogliere in egual misura la dimensione intima e quella politica dei suoi protagonisti. Minervini riesce, attraverso le storie di un gruppo ristretto di persone, a pennellare un quadro vivido ed estremamente potente della situazione di un’intera comunità, senza eccedere in patetismi di sorta. Che fare quando il mondo è in fiamme? è un’opera incredibilmente potente sulla solidarietà, ma anche e soprattutto sulla forza intrinseca e guaritrice della comunicazione, unica vera arma di un gruppo di persone relegate ai margini della società. Minervini non è solo uno dei migliori registi nel panorama cinematografico italiano, ma è anche uno dei pochi con un stile immediatamente riconoscibile e a lui ricollegabile, insomma, un vero e proprio autore, di quelli di cui il nostro cinema ha un disperato bisogno. Che fare quando il mondo è in fiamme? è solo l’ennesima, graditissima conferma del suo talento.

Un affare di famiglia (Hirokazu Koreeda, Giappone)
Kore-eda costruisce un film dal ritmo disteso, che nella prima parte si sviluppa come un tranquillo dramma familiare dove ad essere davvero al centro dell’attenzione del regista sono i gesti che rendono una famiglia tale, quella convivialità, quella comunità di modi fare, di abitudini e tradizioni che tiene insieme un gruppo di individui; solo più avanti, però, il regista rivela le sue vere intenzioni. L’ultima parte del film è infatti completamente diversa da ciò che l’ha preceduta, poiché un’improvvisa svolta narrativa stravolge le dinamiche tra i protagonisti e quelle del film stesso. Improvvisamente quella riflessione sul senso di famiglia evolve e diviene qualcosa di più profondo: una vera e propria analisi di quello che costituisce e tiene insieme un nucleo familiare e cosa realmente significhi farne parte, cosa questo comporti per il singolo individuo. Quella del regista giapponese è un’analisi lucida, a tratti concettualmente spietata, ma sempre incredibilmente rispettosa dei suoi personaggi, sempre profondamente umana. Un affare di famiglia è un film estremamente luminoso, ricolmo di speranza e sentimenti genuinamente positivi, che viaggia costantemente in bilico su un baratro oscuro nel quale è destinato a deragliare; un’opera affascinante che dimostra quanto Kore-eda sia un autore incredibilmente sensibile e raffinato, in grado di raccontare le dinamiche familiari come nessun altro, con intelligenza, rispetto e sentita partecipazione.

The Old Man & The Gun (David Lowery, USA)
David Lowery dopo il bellissimo A Ghost Story realizza un altro film di rara bellezza. The Old Man & the Gun racconta la storia vera di Forrest Tucker, rapinatore gentile e mago dell’evasione sul viale del tramonto, interpretato da un eccellente Robert Redford, alla sua ultima interpretazione per il grande schermo. Quello realizzato da Lowery è un flusso dolcissimo e lieve dal quale è un piacere farsi trasportare, un’opera romantica, nel senso più ampio del termine, costruita con una insolita leggerezza, con un’ironia di fondo che impedisce ai toni crime insiti nella storia di prendere il sopravvento, un’opera incredibilmente misurata. The Old Man & the Gun è in qualche misura un feel good movie d’autore, in cui tutte le istanze di un cinema più prettamente commerciale vengono reinterpretate alla luce di una visione autoriale precisa e ben delineata, improntata alla commistione dei generi e all’equilibrio dei registri stilistici propri di ognuno di essi. The Old Man & the Gun è un piccolo gioiellino che trasuda passione da ogni suo fotogramma, un film nel quale persino agli aspetti più drammatici è destinata la stessa delicatezza narrativa con cui di solito si trattano le storie d’amore. E tutto questo perché Lowery è un regista dalla grande sensibilità, capace di comprendere a fondo la sua storia ed i suoi personaggi, così come di rappresentarli nel modo più umano e sentito possibile: con dolcezza.

Hereditary (Ari Aster, USA)
Hereditary è un film straordinario poiché Ari Aster è riuscito nella difficile impresa di bilanciare le istanze psicologiche del moderno horror d’autore con elementi narrativi propri della tradizione del genere, appartenenti per lo più all’immaginario collettivo del cinema novecentesco. In Hereditary c’è Rosemary’s Baby, c’è Suspiria, c’è L’esorcista, ma c’è anche The Witch. Dai grandi classici il film della A24 riprende le storie, così come il folklore alla loro base, e la solennità che da queste ne deriva, per poi riadattarle e contestualizzarle ad un modo di fare cinema moderno, introspettivo e fortemente simbolico. In questo modo Aster ha costruito sapientemente un film sospeso tra passato e presente, che ha il sapore di un cult per le generazioni future. Partendo da uno script equilibratissimo, pieno di sorprese e colpi di scena avvincenti, Aster dirige il film con mano sicura, in modo estremamente elegante. Costanti, ingannevoli e pregevolissimi movimenti di macchina accompagnano dolcemente lo spettatore all’interno di una spirale discendente verso l’inferno che è una vera e propria gioia cinematografica, un luogo oscuro affascinante nel quale non si vede l’ora di entrare. Hereditary è un’esperienza filmica intensa, stratificata e coinvolgente enormemente arricchita dalle ottime interpretazioni di Toni Collette, della giovane Milly Shapiro e della vera rivelazione del film, l’astro nascente Alex Woff.

Una scena da “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher.

Simone Fabriziani

Lazzaro felice (Alice Rohrwacher, Italia)
Il miglior film italiano del 2018, ma forse degli ultimi anni, è il terzo lungometraggio dietro la macchina da presa della regista premiata più volta al festival di Cannes. Con Lazzaro felice, Alice Rohrwacher compone un affresco elegiaco di sconcertante bellezza e potenza sulla vita povera e sugli indissolubili rapporti di potere tra servitù e aristocrazia, principi validi ancora nella società odierna. Con un uso inusitato e sorprendente dell’escamotage del viaggio temporale del protagonista, la Rohrwacher firma un affresco lucido e allo stesso tempo di struggente poesia di una Italia in eterno cambiamento sociale, laddove però le differenze di classe si palesano sempre uguali a sé stesse. Parabola sulla condizione umana all’interno della società occidentale dalle influenze antropologiche e a tratti cristologiche.

Roma (Alfonso Cuaròn, Messico)
Viaggio sentimentale nelle memorie di un giovane Alfonso Cuaròn nel ritorno al cinema in lingua spagnola per il regista premio Oscar per Gravity. Qui il cineasta messicano firma un lungometraggio dai chiari connotati autobiografici, scegliendo di raccontare i cambiamenti cruciali di una nazione sull’orlo della rivoluzione sociale e politica agli inizi degli anni’70 attraverso gli occhi indiscreti della tata di una famiglia benestante di Città del Messico. Un’abbacinante fotografia in bianco e nero, curata dallo stesso regista, avvolge il racconto di Roma, sogno ad occhi aperti episodico intimo e allo stesso tempo dal respiro monumentale. Un anno di vita all’interno di una famiglia in frantumi e la bellezza delle piccole cose, memorie preziose per un racconto dai connotati autobiografici che solo Cuaròn poteva raccontare con piglio poetico e familiare allo stesso tempo.

First Man – Il primo uomo (Damien Chazelle, USA)
Quarto film dietro la macchina da presa per il regista premio Oscar per La La Land, qui per una volta senza l’ausilio delle diegeticità della musica che ha accompagnato la sua carriera fino ad ora. Eppure le melodiose note della colonna sonora originale composta dal fidato Justin Hurwitz si fondono in lenti e solenni valzer spaziali per raccontare gli anni cruciali del pilota Neil Armstrong prima del fatidico sbarco sulla Luna. L’astronauta tra i più celebri del secolo passato viene qui ritratto nel suo milieu più intimo, padre di famiglia determinato e taciturno, segnato da una tragedia privata che influenzerà poi tutte le sue scelte di vita future. Non solo magnifico spettacolo tecnologico per il regista Chazelle, ma la inusuale capacità di saper raccontare la piccola e la Grande Storia senza patriottismi ed indulgenze narrative. Il cinema migliore.

Dogman (Matteo Garrone, Italia)
Ispirato ad un terribile fatto di cronaca della periferia di Roma appartenente agli anni ’80, il Dogman di Matteo Garrone continua con scrittura precisa e regia ineccepibile il viaggio all’interno della forma della fiaba nella filmografia del regista romano. Già avvezzo al racconto della favola declinata al linguaggio e ai contesti odierni con titoli come L’imbalsamatore e Reality, Garrone qui firma forse il suo miglior film dai tempi del pluripremiato Gomorra. Analisi compassionevole e tenera sull’anima pura del protagonista interpretato dal sorprendente Marcello Fonte, Dogman si allontana dai fatti di cronaca e de-storicizza la narrazione ambientando le miserie del “canaro” in un non-luogo di altrettante miserie e decadenze umane. Lucidissima ed ispirata disamina dell’animo umano, sempre diviso tra bene e male, tra istintualità è ragione, tra splendori e miserie del cuore.

Una scena tratta da “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson.

Massimo Vozza

Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, Italia)
Tratto dall’omonimo best seller di André Aciman, Call Me By Your Name è stato il titolo dell’anno che ha portato al successo sia nazionale che internazionale il regista Luca Guadagnino. Il racconto di Elio in compagnia di Oliver nell’estate del 1983, “somewhere in northern Italy”, è riuscito a toccare nel profondo non solo il pubblico d’essai e/o omosessuale ma anche quello più ampio, diventando un vero e proprio fenomeno cinematografico, tanto da spingere la produzione a optare per un sequel; il successo è dipeso soprattutto dall’universalità dei temi, quali la crescita, il desiderio e la sessualità, affrontati costantemente con una delicatezza inedita in particolare modo nella filmografia a tema LGBT. L’intimo coming of age messo in scena dal cineasta palermitano è un viaggio tra sogno e memoria, una poesia sul grande schermo che si nutre delle svariate citazioni, sia generalmente artistiche e letterarie che strettamente cinematografiche. A spiccare sotto la sapiente e ormai matura direzione di Guadagnino sono soprattutto la toccante sceneggiatura tratta di James Ivory (vincitore del premio Oscar), le canzoni originali di Sufjan Stevens, tra le quali la senza tempo Mystery of Love, e il talentoso e giovanissimo Timothée Chalamet (candidato dall’Academy per miglior attore protagonista), il cui sguardo nel long take finale si è impresso indelebile nei nostri occhi di spettatori.

Il filo nascosto (Paul Thomas Anderson, UK)
Il perfetto addio alle scene del pluripremiato Daniel Day-Lewis nel ruolo dello stilista Reynolds Woodcock è l’ennesimo trionfo diretto, scritto e prodotto da Paul Thomas Anderson. Phantom Thread è certamente una lezione di cinema, nonché uno spietato ritratto di umanità e sentimenti, terribili, enigmatici e, forse proprio per questo, affascinanti esattamente come le musiche composte da Jonny Greenwood (alla sua quarta collaborazione con il regista). Le ambientazioni inglesi degli anni ’50, nelle quali gli attori si muovono eterei in un inedito scontro tra sessi, stili di vita diversi e differenti generazioni, vengono valorizzate dal lavoro collettivo di fotografia: ogni dettaglio, dai fili ai funghi, ogni sguardo, ogni porta attraversata o chiusa, scala salita o scesa, ogni abito (il film ha trionfato agli Oscar 2018 per i migliori costumi), è un’opera d’arte a sé, un frammento della storia che riesce però a vivere di luce propria. Day-Lewis insieme a Lesley Manville e a Vicky Krieps, snobbata sfortunatamente dal circuito dei premi, in un assoluto stato di grazia interpretano ritratti complessi e mai scontati in un titolo che sarebbe già da considerarsi un capolavoro all’insegna del voyeurismo.

Lady Bird (Greta Gerwig, USA)
Non tutti i grandi sono belli, non tutti i piccoli sono insufficienti. Lady Bird di Greta Gerwig è un film piccolo, spudoratamente indipendente, senza troppe pretese, ma riuscito sotto ogni punto di vista. Un’opera prima invidiabile all’insegna di una regia coerente, priva di sbavature, guidata da una scrittura soltanto apparentemente semplice e totalmente efficace nel raggiungere i suoi scopi, capace di parlare in modo vivo e fresco all’adolescente che è in noi, quello pieno di sogni e speranze ma anche insicuro, alla ricerca di se stesso, che riemerge nel corso della visione. C’è tanto cuore, risate e speranza. C’è l’attaccamento verso la propria città, la propria famiglia, e il necessario bisogno d’indipendenza da essi solamente per poi potervisi riavvicinare inevitabilmente. C’è l’ottima prova recitativa dell’intero cast, a partire dalla protagonista Saoirse Ronan (nuovamente candidata al premo Oscar e vincitrice del Golden Globe) e di Laurie Metcalf in un toccante ruolo materno. C’è il cinema, quello che di solito passa in sordina (Baumbach nella scrittura, la Coppola nella tematica e nell’impronta produttiva spudorata) e che per una volta (forse solamente per dare spazio a una donna ma alla fine che importanza ha la ragione?) è riuscito ad avere visibilità e meritato successo.

La favorita (Yorgos Lanthimos, UK)
Chi scrive non ha un buon rapporto con il cinema di Yorgos Lanthimos e fino a Venezia 75 (annata nella quale questo film ha trionfato portandosi a casa la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile e il Gran premio della giuria) non avrebbe mai pensato che un suo film sarebbe rientrato tra i personali migliori titoli dell’anno. Eppure The Favourite è qui perché è stato un’inaspettata e gradevole sorpresa: l’incontro tra l’oggettivamente ottima regia del cineasta greco e la sceneggiatura scritta a quattro mani da Deborah Davis e Tony McNamara ha creato un’opera eccezionale, grottesca e spietata, una commedia nera in costume fuori da qualunque canone che parte dalla storia vera della Regina Anna. Un racconto tutto al femminile di competizione, giochi di potere e sesso (così riuscito non si vedeva dai tempi di All About Eve), dove gli uomini sono semplici pedine nelle mani delle tre protagoniste: se Rachel Weisz e Emma Stone confermano la loro bravura in due ruoli sorprendentemente inediti, Olivia Colman, vera mattatrice del cast, conquista finalmente il suo spazio nell’immaginario collettivo come grande attrice, regalandoci una delle migliori interpretazione del nuovo millennio. Il film britannico di Lanthimos sarà certamente protagonista dei prossimi Academy in quanto a nomination e, si spera, riuscirà a vincere più di qualche premio tecnico: al di là dei sontuosi costumi, della straniante fotografia grandangolare, delle scenografie e dei trucchi e acconciature, c’è il talento recitativo, una scrittura forte e arguta e una convincente autorialità.

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