Il lungo viaggio di ‘A Star is Born’: Ogni remake a confronto dal 1937 a oggi

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Di Giuseppe Fadda

Nel bene o nel male, nel corso della storia del cinema i remake sono sempre esistiti. Ma nessun film o quasi è stato rifatto più volte di A Star Is Born, di cui esiste una versione del 1937, una del 1954, una del 1976 e una del 2018: il che è ironico, contando che l’originale fu a sua volta un libero riadattamento del film A che prezzo Hollywood? (1932).
La storia è, a grandi linee, sempre la stessa: un attore/cantante di successo conosce per caso un’aspirante attrice/cantante; i due si innamorano e lui riesce a portarle la visibilità e il successo che merita; si sposano, ma mentre la carriera di lei sembra inarrestabile, quella di lui, anche a causa del suo alcolismo, cola a picco. Anche singole scene si ripetono in ogni versione: “Voglio guardarti ancora una volta”; la scena in cui lui umilia la moglie durante il suo discorso agli Oscar/Grammy; lo straziante ma catartico finale.

La domanda è: può lo stesso soggetto essere rappresentato così tante volte e restare fresco, originale ed emotivamente potente? E la risposta è sì. Ogni versione di A Star Is Born è un’opera individuale che mette in scena le stesse vicende in maniera fortemente intima e personale. Non tutti tra questi film sono riusciti, ma dimostrano che esistono infiniti modi per raccontare la stessa storia. 

La prima versione di A Star is Born risale al 1937 ed è diretta da William A. Wellman, regista del primo vincitore dell’Oscar al miglior film: Ali. Si tratta indubbiamente di un buon film, gradevole e divertente all’inizio e commovente alla fine, che può vantare tra i suoi pregi una fotografia meravigliosa, i cui toni sono tipici del Technicolor ai suoi albori. Tuttavia, specialmente rispetto alle versioni successive, la storia è ridotta all’osso ed è raccontata con un ritmo eccessivamente condensato che priva di naturalezza la storia d’amore tra Norman, il divo del cinema, e Esther, l’aspirante attrice. I due protagonisti, Fredric March e Janet Gaynor, sono credibili nei loro ruoli, ma sono anche penalizzati da una sceneggiatura occasionalmente semplicistica. March è un Norman carismatico e le sue ultime scene sono molto toccanti, ma la sua interpretazione sarebbe stata ancora più efficace se il film non avesse trattato la discesa nell’alcolismo del suo personaggio in maniera così frettolosa. La Gaynor è deliziosa, ma non riesce a trascendere le limitazioni del personaggio di Esther, che in questa prima versione è relegata a un ruolo passivo, a volte persino marginale. Ed è difficile simpatizzare con lei fino in fondo quando il film non ci mostra mai nemmeno un suo provino o un suo screen test: lo spettatore è obbligato a dare il suo talento per scontato.
È importante ribadire che il film, nel suo complesso, funziona ed emoziona, anche grazie al memorabile supporto di May Robson, dolcissima nel ruolo della nonna di Esther (personaggio che invece non è presente nei remake); ma è un diamante grezzo, a differenza della sua versione immediatamente successiva che infatti ha lasciato un’impronta decisamente più grande all’interno della storia del cinema.

Questa versione, diretta da George Cukor, è di gran lunga più ambiziosa rispetto alla prima: la trama è sostanzialmente invariata (salvo per il fatto che Esther diventa un’attrice di musical), ma lo sguardo sull’industria hollywoodiana si fa più acuto e sfaccettato e il racconto è decisamente più dilatato, permettendo ai personaggi di respirare e di sviluppare una personalità molto più ricca e complessa. E rafforzando i personaggi, il film rafforza anche l’impatto emotivo che la storia ha sullo spettatore. Dal punto di vista stilistico, il film è una meraviglia: tra le scenografie sontuose e il brillante Technicolor della fotografia, ogni frame è una composizione perfetta ed elegante (come è frequentemente il caso nei film di Cukor).
La vera forza del film, tuttavia, sta nei due protagonisti: James Mason e Judy Garland non sembrerebbero una coppia particolarmente convincente a primo impatto, ma già dalle prime scene ci coinvolgono emotivamente nella storia di Norman e Esther e regalano due interpretazioni indimenticabili. Mason, proprio come March prima di lui, riesce a trasmettere sia che il carisma che la personalità autodistruttiva di Norman, ma a differenza del suo predecessore è sostenuto da una sceneggiatura solida che delinea la parabola discendente del personaggio in maniera graduale e naturale. Ma questa volta è il personaggio di Esther a dominare il film, anche grazie alla Garland che regala la più grande interpretazione della sua carriera: sin da quando canta il suo primo numero, l’indimenticabile “The Man That Got Away”, è semplicemente impossibile toglierle gli occhi di dosso. L’attrice ci guida attraverso la storia rappresentando alla perfezione l’evoluzione di Esther da ingenua sognatrice a stella del cinema. La sua recitazione non è sempre perfetta e ci sono piccoli momenti in cui scade nell’eccessiva teatralità, ma la sua performance è talmente viscerale che è impossibile non rimanerne profondamente emozionati. Se il film di Cukor è oggi considerato un classico, è anche e soprattutto per la potenza devastante della sua interpretazione.
Il remake successivo, diretto da Frank Pierson, apporta alcune modifiche alla trama: Norman Maine e Esther Blodgett diventano John Norman Howard e Esther Hoffman e il contesto non è più quello del panorama cinematografico americano ma dell’industria musicale negli anni ’70.
Il film ha alcuni elementi degni di menzione: in primo luogo, la splendida colonna sonora capitanata dalla canzone Premio Oscar “Evergreen”; in secondo luogo, l’ottima interpretazione da parte di Kris Kristofferson, che non sfigura minimamente al confronto con i predecessori e offre un ritratto straziante dell’autocommiserazione di Norman. Tuttavia, nel complesso il film è penalizzato da una sceneggiatura melensa e da una narrazione faticosa dovuta a un ritmo zoppicante. Barbra Streisand, che interpreta Esther, ha dimostrato il suo talento recitativo in numerosi film (in primis Funny Girl), ma qui, malgrado alcune scene memorabili, non scompare mai nella parte: allo spettatore resta la perenne sensazione di star guardando la Streisand recitare piuttosto che di star vedendo un personaggio vivo e credibile. E se non c’è credibilità nell’ascesa di Esther, che è la premessa fondante della storia, tutto il resto crolla di conseguenza e quando ci si avvicina al climax del film ormai lo spettatore ha perso l’interesse nella storia. Persino l’elemento più particolare del film, ovvero il suo ritratto della scena musicale degli anni ’70, si disperde all’interno di una narrazione confusa e pasticciata in favore di una storia d’amore che non riesce a commuovere. 
Quando iniziò la lavorazione dell’ultima versione di A Star is Born, furono in molti a storcere il naso, forse perché si trattava dell’esordio alla regia di Bradley Cooper e della prima interpretazione cinematografica di Lady Gaga in un ruolo da protagonista. Ma al Festival di Venezia il film ha conquistato la critica e il pubblico e, insieme a quella del 1954, è di fatto la versione di A Star is Born più memorabile.
Come il film del 1976, la versione di Cooper (che interpreta anche il protagonista maschile, qui rinominato Jackson Maine) è ambientata nel contesto dell’industria musicale, che è però osservata con una profondità molto maggiore rispetto al film precedente. Cooper, in qualità di regista, ne mette in luce sia la bellezza che la spregiudicatezza, permettendo al film di raggiungere una complessità tematica che nessuna delle versioni precedenti riesce ad eguagliare. E la sua regia vibrante, frenetica e travolgente nelle scene ambientate ai concerti è semplicemente magistrale. Dal canto suo, la colonna sonora (in particolar modo “Shallow”, già la favorita nella categoria di Miglior Canzone Originale) è sensazionale, perché arricchisce l’intero film e non è un mero accessorio (come era invece nel film del 1976, dove le canzoni, anche se stupende, spezzavano la narrazione).
Il cuore del film è chiaramente la storia d’amore tra Jackson e Ally (così è rinominata Esther), che funziona perfettamente grazie alla spontanea alchimia tra i due protagonisti che coinvolgono lo spettatore fin dal loro primo incontro. Cooper regala forse la sua miglior interpretazione: persino quando le azioni del suo personaggio ci disgustano, l’attore ci spezza il cuore perché riesce sempre a trasmettere il suo profondo malessere e il suo desiderio sincero di rimettersi in piedi. E Lady Gaga splende nel ruolo di Ally in una performance di sorprendente naturalezza e autenticità: l’attrice attinge dalla sua esperienza personale come cantante per arricchire il personaggio ma al tempo stesso si annulla completamente per scomparire nella sua pelle. È così brava da farci dimenticare che è una delle pop star più famose del momento: sullo schermo vediamo solo Ally, i suoi dolori e le sue gioie, le sue sconfitte e le sue vittorie. Grazie a lei, questa versione di A Star Is Born non è più solo una storia d’amore, è anche il ritratto di un’artista che raggiunge la fama, si perde, si vende e infine, nella tragedia, trova la sua voce.