Le migliori serie televisive del 2019 secondo Awards Today

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Di Daniele Ambrosini

Quello che ci lasciamo alle spalle è stato un anno di grandissima televisione. Vivendo nel periodo d’oro dell’intrattenimento televisivo, abbiamo ogni anno a nostra disposizione una quantità sempre crescente di serie di alta qualità, di contenuti di livello tra cui scegliere la nostra prossima visione, così tanti che quasi si fa fatica a stargli dietro. Basti pensare che solamente dall’inizio del decennio la produzione di serie di finzione negli Stati Uniti è raddoppiata, un’esplosione più che positiva che offre un mare di nuove possibilità ed opportunità, sia per gli autori che per gli spettatori. 

Il 2019 ha visto la fine di show molto apprezzati dal pubblico, come Il trono di spade, Silicon Valley, Veep, Una serie di sfortunati eventi, la popolarissima Big Bang Theory, Crazy Ex-Girlfriend e tante altre, comprese Bojack Horseman e la sottovalutata The Good Place che, però, devono ancora mandare in onda i loro ultimi episodi; ma anche le novità degne di nota sono state tantissime, a partire dal fenomeno mediatico che è stato Chernobyl, passando per la comedy Russian Doll, l’animata (e sfortunata) Tuca e Bertie, The Mandalorian, The Politician e miniserie come The Act, Unbelieveable, Watchmen (che poi, se si tratterà davvero di una miniserie, è ancora tutto da vedere) e il bizzarro esperimento di Nicolas Winding Refn Too Old To Die Young. Tutto questo per dire che, se si tiene conto anche dei numerosi ritorni, come quelli in grande stile di The Crown e La fantastica signora Maisel, i prodotti interessanti e meritevoli della nostra attenzione rilasciati quest’anno sono davvero numerosissimi e che quindi ridurre un anno di televisione in una classifica da 15 titoli non è affatto un’operazione semplice, anzi, tutt’altro. 
Tuttavia ci abbiamo provato lo stesso, tentando di dare spazio equamente a serie che abbiano avuto riscontro con il grande pubblico, ai più riusciti ritorni, ma soprattutto di mettere in luce le più gradite e riuscite novità della stagione e di valorizzare qualche prodotto più piccolo e dal successo più limitato, ma comunque di grande qualità. Per realizzare questa classifica sono state tenute in considerazione circa un’ottantina di serie andate in onda nel corso del 2019, che a fronte della media annuale di prodotti rilasciati sul mercato sono solamente una piccola parte, lo comprendiamo, ma sono comunque un campione abbastanza esteso da permetterci di fare una panoramica sull’anno appena concluso. 

15. Chernobyl (Miniserie)
Chernobyl è stata una delle serie più chiacchierate e discusse della stagione, e il suo rilascio a ridosso della deadline per le candidature degli Emmy gli ha permesso di approfittare dell’enorme successo di pubblico per conquistare ben dieci statuette agli Oscar della tv. Passati mesi da quando il fenomeno Chernobyl è esploso, ormai a mente fredda, lo si può inquadrare meglio, con maggiore cognizione di causa. E qualche difetto a ben vedere la serie ce l’ha, a partire da uno sguardo moraleggiante e molto di parte, che non sembra mai umanizzare chi la pensa diversamente dal suo autore, fino alle veniali libertà narrative che si concede. Ma, appurato tutto questo, Chernobyl resta una serie visivamente straordinaria, che ha ancora maggiore valore come fenomeno sociale, dal momento che è riuscita a richiamare l’attenzione del pubblico su un racconto improntato alla memoria, ma con lo sguardo fisso verso il nostro futuro. Un pugno nello stomaco ben assestato, che poteva funzionare solamente parlando questo linguaggio, a metà tra il formale e l’istintivo.

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14. Primal (Stagione 1)
Genndy Tartakovsky, regista dei tre film della saga Hotel Transylvania e creatore delle serie cult Il laboratorio di Dexter e Samurai Jack, torna in televisione con una serie animata assolutamente unica. Realizzata interamente in animazione tradizionale. Primal è una serie cruda e violenta, ambientata in un universo alternativo dove uomini e dinosauri hanno coabitato la terra. Protagonista della serie è Spear, un uomo delle caverne, rimasto solo dopo la morte della moglie e dei suoi due figli, che un giorno assiste al brutale uccisione dei cuccioli del tirannosauro Fang ad opera di dinosauri più grandi e più forti. Spear rivede in questo la propria tragedia e tenta di evitarlo, ma senza riuscire nel suo intento; da quel momento in avanti lui e Fang diventano una squadra il cui unico scopo è quello di sopravvivere ad un mondo estremamente inospitale. C’è un certo elemento primitivo, animalesco, spartano che emerge fortissimo grazie all’animazione tradizionale, c’è una storia profondamente umana fatta di dolore e redenzione che non ha bisogno di parole per arrivare dritta al cuore. Un piccolo gioiellino nascosto che in soli cinque episodi completa un arco narrativo estremamente complesso e affascinante. 
13. Unbelievable (Miniserie)
Unbelievable è la serie perfetta nell’era Me Too, perché oltre a richiamare delle tematiche estremamente attuali, riesce a creare una narrazione coerente e intrigante che metta le donne al primo posto, senza glorificarle o martirizzarle per il piacere dello spettatore. Ripercorrendo le indagini di un caso reale, quello di uno stupratore seriale attivo tra il 2008 e il 2011, la serie ci racconta i difetti di un sistema che tende a ferire ulteriormente le vittime, e per farlo prende ad esempio la storia di Marie, punita  dal sistema giudiziario per aver denunciato lo stupro subito. Affascinante sia come ritratto di un’ingiustizia e di un’America che ha ancora molta strada da percorrere e molti errori da espiare, che come semplice procedural drama, Unbelievable è una serie figlia del suo tempo, perfettamente in grado di cogliere lo zeitgeist. Creata da Susannah Grant, la sceneggiatrice di Erin Brokovich, e diretto da Lisa Cholodenko, la serie può inoltre contare su tre magnifiche interpretazioni di Toni Collette, Merritt Wever e della fin troppo sottovalutata Kaitlyn Dever, astro in ascesa che merita tutta la nostra attenzione.
12. Barry (Stagione 2)
Barry è una serie brillante che funge da eccellente showcase del talento di Bill Hader, creatore di questa stravagante comedy HBO. Se la prima stagione aveva puntato tutto sull’umorismo nero che scaturiva dalle situazioni insolite nel quale si ritrovava il protagonista, un sicario della mafia russa che decide di cambiare vita e diventare un attore, mantenendo una certa essenzialità a livello narrativo, la seconda stagione ha scavato più a fondo non solo nel suo protagonista, ma anche in molti personaggi secondari, donando alla serie quel pizzico di spessore in più di cui aveva bisogno. Abbracciando ancora di più la sua natura di comedy, ma anche di prodotto d’autore, la seconda stagione di Barry ha superato ampiamente la prima, sperimentando qua e là (si guardi all’episodio “ronny/lily”) e ponendo le basi per un futuro roseo. Pronta ad ereditare lo scettro di commedia di punta della HBO da Veep (o dall’uscente Silicon Valley, dipende dall’importanza che si vuole dare agli Emmy come indicatore del successo), Barry è una serie divertente, che ha molto da offrire in termini narrativi perché corre più di qualche rischio, senza mai fallire. 
11. Big Mouth (Stagione 3)
L’irriverente e delirante, coloratissimo e volgare cartone animato di Netflix sull’adolescenza è uno dei titoli più divertenti e sfacciati della televisione contemporanea, un prodotto talmente eccessivo da essere semplicemente impensabile in live action, viste le numerose concessioni anche visive che si fa sul racconto della pubertà e della formazione sessuale. La terza stagione è probabilmente la più riuscita di tutte, la più completa, la più oltraggiosa, la più coraggiosa. I temi scottanti in una serie simile sono all’ordine del giorno, ma in questa stagione sono il punto focale, perché la narrazione si sposta su temi più maturi, prendendo questi bambini come un esempio smaliziato e meno strutturato della società adulta, mostrandone le contraddizioni. Tutto questo mantenendo un occhio di riguardo verso i temi della formazione e della crescita, e portando avanti una narrazione orizzontale più solida di quella delle stagioni successive, che sicuramente apparivano più episodiche. 
10. Watchmen (Miniserie)
La serie di Damon Lindelof è un esperimento molto interessante in termini di possibilità narrative offerte da del materiale preesistente, ovvero ci mostra quello che un adattamento può diventare nell’epoca d’oro della televisione. Watchmen è, infatti, una trasposizione anticonvenzionale dell’opera seminale di Alan Moore e Dave Gibbons, che omaggia la graphic novel originale e ne riprende alcuni elementi portanti, ma sviluppa una storia del tutto originale. Ambientata in un futuro prossimo a quanto raccontato nell’opera di partenza, la serie di Lindelof passa molto tempo a ricostruire l’antefatto, così che anche i neofiti possano avere accesso al mondo di Watchmen, ma non lo fa in maniera tradizionale, non si perde in inutili spiegazioni, ma lascia una scia di molliche di pane nel corso di tutti e nove gli episodi, così che solo con il tempo si venga a creare un quadro completo. Non è una serie di supereroi, non è un telecomic, quanto un’opera dal forte valore sociale che guarda al panorama politico odierno e lo contesta ferventemente, operando anche una sorta di revisionismo storico che mette in luce gli elementi comuni delle errate politiche portate avanti dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Interessante per la sua imprevedibilità e la sua struttura temporale atipica, non ci è dato sapere se la serie continuerà oltre o se la narrazione si è effettivamente conclusa con questo ciclo di episodi, ma se così fosse, va più che bene così.

9. Wayne (Stagione 1)
Solamente due anni fa sembrava che YouTube fosse destinata a diventare una delle piattaforme streaming più agguerrite del mercato, con una proposta di contenuti originali molto ampia al suo lancio e sempre crescente ed un costo mensile per i suoi abbonati piuttosto basso, che comprendeva anche i contenuti musicali, tuttavia, la qualità media dell’offerta non si è rivelata sufficientemente buona da attirare un numero sufficiente di spettatori e così, ad oggi, la sezione YouTube Originals è praticamente defunta e Cobra Kai è l’unica serie ad essere stata rinnovata per il 2020. Tra le serie cancellate per il fallimento del piano di YouTube nel mondo dello streaming c’é Wayne, un vero e proprio gioiellino, passato, purtroppo, quasi del tutto inosservato. Protagonista della serie è un adolescente che in seguito alla morte del padre si mette in viaggio per ritrovare sua madre, fuggita anni prima con l’auto che il padre avrebbe voluto lasciargli in eredità, e riprendersi quello che gli spetta. A fargli compagnia in questo viaggio on the road c’è Del, la sua ragazza, che vuole lasciarsi alle spalle una vita familiare complicata. Wayne è una serie divertente, un viaggio attraverso gli States pieno di azione, carico di un’ironia feroce e irriverente, con al centro una storia d’amore improntata alla stranezza, che risulta adorabile. Pubblicizzata come “la serie dagli autori di Deadpool”, Wayne può contare sulla sagacia dei prodotti di Rhett Reese e Paul Wernick, ma ha un cuore che sia il film con Ryan Reynolds che Zombieland non avevano.

8. Sex Education (Stagione 1)
Sex Education è stato senza ombra di dubbio uno dei maggiori fenomeni teen di questa stagione televisiva, ma è anche una delle poche serie ad avere quest’impronta ad essere davvero meritevole. La creazione di Laurie Nunn, infatti, è un tripudio di tutti quegli elementi che avevano reso popolare e tanto amata la teen comedy negli anni ’80, è un omaggio intelligente e una rivisitazione in chiave moderna del cinema di John Hughes, considerato il padre del genere in America. Partendo da dei personaggi tipizzati, come da manuale, Sex Education finisce per caratterizzare e umanizzare i suoi protagonisti in un modo che a Hughes non è mai stato interessato a fare – cosa che, forse, ha limitato la tenuta di molti dei suoi prodotti sul lungo periodo. Laurie Nunn ha un approccio fresco, frizzante e giocoso al racconto dell’adolescenza e delle sue dinamiche, soprattutto per quanto riguarda certi elementi ricorrenti propri della narrazione che si è venuta a creare intorno a questi temi, ma soprattutto ha una sensibilità tangibile nei confronti della materia trattata. C’è una certa dolcezza di fondo, dovuta proprio alla leggerezza con cui è portato avanti il racconto, che, pur trattando questioni spinose, non tenta mai di lucrare in termini di resa drammatica. La sessualità, in primis, diventa un elemento di fondo sempre presente, che non viene mai usata come semplice mezzo narrativo per giungere a qualcos’altro, non è trattata in maniera irriverente per suscitare ilarità e basta, ma è inserita in un discorso più ampio sull’adolescenza portato avanti in maniera matura e rispettosa dei personaggi.

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7. Fleabag (Stagione 2)
La prima stagione di Fleabag aveva riscosso un grande successo di critica ed aveva messo in mostra il talento della sua creatrice, l’inglese Phoebe Waller-Bridge, che dopo ha realizzato per la tv americana l’apprezzata Killing Eve, serie che ha ottenuto l’attenzione di Emmy e Globe, è tornata negli UK per la seconda stagione di Fleabag, che, al contrario della prima, ha ricevuto la stessa attenzione della sua serie di BBC America, ovvero è stata incensata unanimemente da pubblico e critica e ha ricevuto ben 4 Emmy. La serie è un personalissimo ritratto di una donna dalla vita sottosopra, una donna imperfetta, insicura, che si nasconde dietro un’abbondante dose di ironia e che, come meccanismo di difesa, parla direttamente con noi, il suo pubblico oltre la quarta parete. La seconda stagione è molto più riuscita e mirata della prima, complice una narrazione orizzontale più intrigante e compatta, e fornisce una conclusione più che soddisfacente alla storia della sua protagonista. Un prodotto sofisticato ed esilarante, ma anche commovente, che ha anche il merito non indifferente di aver sdoganato il formato, solitamente più breve, delle serie tv inglesi ed averlo portato al grande pubblico, rendendolo materiale perfetto per l’epoca del binge watching.

6. When They See Us (Miniserie)
La serie Netflix firmata da Ava DuVernay è un ritratto elegante, ma al contempo doloroso della vicenda giudiziaria dei cinque di Central Park. Nel 1989 una jogger di 28 anni venne stuprata e picchiata violentemente a Central Park, finendo in coma, e la polizia, desiderosa di chiudere il caso, incolpò senza prove evidenti, estorcendo delle false confessioni, cinque ragazzi di colore di età compresa tra i 14 e i 16 anni. Il processo fu spietato e l’esposizione mediatica enorme per un caso di quella portata. L’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, arrivò a chiedere la pena di morte per i cinque ragazzi minorenni. In soli quattro episodi Ava DuVernay riesce a colpire dritto al cuore e allo stomaco, creando una delle serie più coinvolgenti e difficili da guardare dell’ultimo anno di televisione, nonché una delle più importanti e necessarie. When They See Us è una di quelle serie che si fatica a finire perché dolorosa, perché ti mette con le spalle al muro, perché ti fa arrabbiare, e proprio qui sta la sua forza. Il racconto, poi, è portato avanti con grazia ed umanità ed ha una forte, fortissima carica catartica ed un finale intriso di speranza e redenzione. Probabilmente la cosa migliore fatta finora dalla regista di Selma.

5. What We Do In The Shadows (Stagione 1)
Quello creato da Taika Waititi e Jemaine Clement è uno degli universi narrativi più divertenti di sempre, il loro sguardo sul paranormale intriso di vivace e pungente humor kiwi è esilarante e funziona trasversalmente, sia al cinema che in televisione. Tutto è iniziato con il film indipendente del 2014 What We Do In The Shadows, che del tutto inaspettatamente è diventato uno dei film neozelandesi più apprezzati dell’ultimo decennio, e ad oggi è considerato un piccolo cult, a questo è seguita la sottovalutata e brillante serie spin-off Wellington Paranormal e poi, quest’anno, un remake per la tv americana, che prende spunto dal film originale ma lo reinventa sullo sfondo di New York. Il risultato finale è la sitcom più atipica del panorama televisivo a stelle e strisce, una serie divertente che nonostante riprenda molti elementi portanti del film originale sembra un prodotto assolutamente nuovo e freschissimo. Se cercate delle risate intelligenti, questa è la serie a cui guardare. 
4. Undone (Stagione 1)
Undone è la terza fatica animata per Raphael Bob-Waksberg in un anno che ha visto l’apertura e la successiva chiusura della sottovalutata Tuca e Bertie e il debutto della prima metà della stagione finale di Bojack Horseman. Contrariamente alle altre due serie, Undone è stata realizzata in rotoscope, una tecnica che prevede una parte di riprese in live action prima che le immagini vengano convertite in animazioni, e che non ha mai avuto grande successo ad Hollywood, nonostante l’interesse e gli esperimenti di Richard Linklater. E il perché è facile da capire: l’animazione in rotoscope crea un effetto straniante che si può applicare solamente ad un determinato tipo di narrazione, che faccia di questa distorsione della realtà un elemento portante. Undone fa proprio questo, dona nuova linfa ad una tecnica finita nel dimenticatoio sfruttando al meglio le possibilità che offre a livello narrativo, creando una storia bizzarra ed apparentemente sconclusionata fatta di viaggi nel tempo e nella memoria, di realtà parallele e alternative, e di morte. A ben vedere, infatti, Undone, altro non è che il viaggio di una ragazza verso l’accettazione e l’assimilazione del lutto rielaborato in chiave metafisica, un racconto che in sé ha una forte carica drammatica, che però non sfocia mai nel dramma puro perché gli autori sono in grado di cogliere il lato buffo dell’intera operazione.

3. Mr. Robot (Stagione 4)
Mr. Robot è una serie che ha avuto un percorso insolito: dopo una prima acclamata e premiata stagione, le annate successive sono passate quasi del tutto inosservate dal grande pubblico e dal circuito dei premi, che sembra essersi del tutto dimenticato di questo incredibile gioiellino. Ed è un peccato, perché Mr. Robot è solamente migliorata nel tempo, diventando l’unico e vero e proprio esempio di narrazione seriale d’autore che si dipani su più stagioni del panorama televisivo statunitense. Sam Esmail, anche regista della splendida Homecoming, è a tutti gli effetti l’unico regista ad aver portato il cinema indipendente in televisione, e l’ha fatto alle sue condizioni, con una libertà che su emittenti più rinomate e blasonate della USA Network non è concessa a nessuno, tanto meno ad un quasi esordiente. La quarta stagione di Mr. Robot è una conclusione perfetta, in grado di tirare le fila di discorsi iniziati anni prima e di mettere tutto in prospettiva in maniera intelligente e sorprendente. Ed anche di sperimentare, perché se a Mr. Robot gli si vuole bene è anche, se non soprattutto, per la sua vena anarchica, che lo porta a prendere strade sempre nuove e a non limitarsi a reiterare sempre gli stessi meccanismi narrativi. Se la scorsa stagione un episodio in finto piano sequenza al cardiopalma aveva stregato gli spettatori per il suo coraggio, quest’anno a spiccare sono un episodio completamente muto ed uno dall’ambientazione teatrale diviso in cinque atti. Il finale poi, trova il modo di spiazzare lo spettatore un’ultima volta, dando al motto “hack reality” una svolta metafisico-intimista che è la ciliegina su una torta di per sé già perfetta. Probabilmente la miglior serie del decennio appena concluso. Non avrebbe sfigurato in cima a questa classifica, tuttavia abbiamo deciso di lasciare le prime postazioni a due “novità”, con buona pace di Esmail e della sua opera.

2. Succession (Stagione 2)
Succession non è esattamente una novità di quest’anno, la prima stagione è stata acclamata dalla critica, ma ha iniziato ad avere un forte riscontro da parte del pubblico soltanto nel periodo degli Emmy, dove ha vinto il premio alla miglior sceneggiatura, a ridosso della messa in onda della seconda, straordinaria stagione, che è riuscita nel difficile compito di fare ancora meglio dell’annata precedente. Protagonisti di Succession sono i Roy, una famiglia ricchissima e potentissima, proprietaria del più grande conglomerato mediatico al mondo. A capo della famiglia c’è Logan Roy, colui che ha fondato il suo impero dal niente e che per via della sua età è costretto a guardarsi intorno e a decidere a chi lasciare il risultato delle fatiche di una vita quando non potrà più prendersene cura da solo. I suoi figli sono viziati, arroganti, testardi, superbi e, a loro modo, tutti sia perfetti che inadatti a prendere il suo posto e curare il suo lascito. Succession è una serie sull’uno percento dell’uno percento, un ritratto austero ma dissacrante del potere e come questo viene esercitato dai privati negli Stati Uniti, arricchito da uno dei cast più affiatati e sorprendenti della tv contemporanea e ad una scrittura sopraffina. Succession è selvaggio intrattenimento di classe, in bilico tra dramma e commedia nera, che merita maggiore attenzione, è la vera punta di diamante della HBO.

1. Euphoria (Stagione 1)
Euphoria è a tutti gli effetti la serie che ha maggiormente segnato questo 2019, e verrebbe da dire anche quella più al passo con i suoi tempi. Quello di Sam Levinson è un teen drama atipico, che tratta l’adolescenza senza alcuna idealizzazione di sorta, restituendo un senso di realismo tangibile, pur trattandosi di un prodotto con delle coordinate visive e narrative che non ne fanno chiaramente un prodotto improntato al realismo, anzi tutt’altro. Ciò che rende speciale questa serie è l’universalità del percorso di questi adolescenti, che sono chiamati ad affrontare un trauma che ha sempre la sua origine nel semplice fatto di fare parte di una società avvertita come ostile, che assume fattezze sconsolanti per via delle azioni dei personaggi che la abitano, ovvero loro stessi. Euphoria è un potentissimo trattato sulla forza politica della rabbia, il vero motore dell’intera narrazione, ma anche su una generazione che è lo specchio di quelle che l’hanno preceduta. Euphoria è una serie estremamente lucida che risuona potentissima nel panorama socio-politico attuale, è una serie visivamente stupefacente, che riflette lo sguardo, ad una prima analisi cinico e disilluso, del suo talentuoso autore, quel Sam Levinson che già ci aveva donato Assassination Nation, a tutti gli effetti l’opera gemella di Euphoria. Si tratta della novità più gradita dell’anno, una serie che ha molto da dire e che merita di essere ascoltata.

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