I 20 migliori film del 2019 secondo Awards Today

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Di Redazione

L’anno cinematografico che ci apprestiamo a lasciarci alle spalle ci ha riservato numerose sorprese, ma ci ha anche regalato tante, tantissime soddisfazioni. E come ogni anno noi di Awards Today abbiamo passato in rassegna i titoli che più ci sono piaciuti di questo 2019 per stilare la nostra classifica. Il risultato finale è fonte di qualche rinuncia e di qualche compromesso, come lo sono tutte le classifiche, ma ad essere rimasti sono i film maggiormente amati dai nostri redattori, che ne hanno selezionati cinque a testa.

Abbiamo selezionato i venti titoli che compongono la nostra selezione dei migliori film della passata annata cinematografica tenendo conto di tutti i film che sono stati distribuiti nei cinema italiani nel corso dell’anno solare, ma anche dei film ancora inediti nelle nostre sale che abbiamo avuto modo di vedere in anteprima e dei titoli distribuiti su Netflix o altre piattaforme streaming, in modo da poter includere il maggior numero di film possibili ed avere una visuale più ampia e completa del panorama cinematografico sia in ambito nazionale che internazionale. Così facendo ben sei titoli non ancora distribuiti nel nostro paese sono finiti nella classifica finale, sei titoli molto interessanti che, qualora non fossero già nel vostro radar, vi consigliamo di recuperare quando sarà finalmente possibile visionarli.
Ben otto sono i film (principalmente) in lingua non inglese selezionati dalla nostra redazione, quattro quelli diretti da esordienti e sette quelli diretti da donne, a dimostrazione che grande anno sia stato per le donne dietro la macchina da presa. Sette titoli sono passati dalla Mostra di Venezia, mentre quattro arrivano dal festival di Cannes. C’è, poi, molto cinema di genere nella nostra classifica, infatti oltre a numerosi film drammatici ci sono anche un film sci-fi, un horror, un gangster movie e un cinecomic, un paio di commedie e di film in costume, nonché un documentario italiano. 
Senza dilungarci ulteriormente, ecco a voi la nostra classifica dei film che nel 2019 non si sono limitati a convincerci, ma che hanno conquistato un posto nel nostro cuore e nella nostra memoria di spettatori. Il bilancio di fine anno, a conti fatti, è più che positivo.  

Adèle Haenel e Noémie Merlant in Ritratto della giovane in fiamme
Giuseppe Fadda
Ritratto della giovane in fiamme
L’ultima opera di Céline Sciamma è una storia d’amore straordinaria, in cui il rigore stilistico e l’eleganza estetica convivono con un’assoluta, quasi violenta spontaneità di sentimento. La Sciamma, giustamente premiata con il Prix du scénario al Festival di Cannes, gioca per sottrazione: non c’è mai una frase di troppo, i dialoghi sono ridotti al minimo e, quando non lo sono, procedono per allusioni piuttosto che per dichiarazioni. E’ attraverso il ritratto che l’amore si fa strada: arte e sentimento sono un tutt’uno ed è proprio nel corso del processo artistico che le due protagoniste mettono in atto il loro attento, ansioso, inevitabile gioco di seduzione. Il film è magnificamente strutturato: se la prima metà è un crescendo di emozioni sottese, la seconda metà è un’esplosione di passione, osservata da una prospettiva inedita e rivoluzionaria, interamente femminile. Si possono spendere molte parole sui pregi di questo film: sulla folgorante bellezza della fotografia a cura della giovanissima Claire Mathon; sulle travolgenti interpretazioni delle protagoniste, Noémie Merlant e Adèle Haenel; sull’equilibrio tra la cruda veridicità di alcuni momenti e l’evocativo simbolismo di altre; ma la verità è che le parole non possono restituire a pieno la sensazione che si ha guardando Ritratto della giovane in fiamme. E’ un vero capolavoro.
Parasite
Parasite non è l’unico film del 2019 ad avere come bersaglio le disuguaglianze della società capitalista: Finché morte non ci separi, Cena con delitto – Knives Out e Le ragazze di Wall Street trattano, in maniera molto differente, lo stesso problema. Ma Parasite è il film che lo fa meglio, e per una semplice ragione: non presenta nessun personaggio per cui tifare veramente, il ritratto che presenta è uniformemente squallido. Chi sono i parassiti? La povera famiglia Kim, che con la menzogna e l’inganno si infiltrano al servizio della ricca famiglia Park, senza però compassione né solidarietà per persone che vivono nella loro stessa condizione? O la famiglia Park, che si crogiola nel lusso mentre gran parte della città vive nella miseria più nera? La risposta di Boong Joon-ho è chiara: lo sono tutti. Mitigando la lucida brutalità del suo messaggio con una comicità tanto esilarante quanto grottesca, il regista costruisce un’analisi sociale di estrema intelligenza, che condanna il sistema senza necessariamente condannare i singoli individui, né assolverli. Il contenuto ferocemente politico del film si declina anche nelle interpretazioni perfettamente calibrate dell’intero cast e nella precisa organizzazione degli spazi: ogni elemento funziona in perfetta armonia con la visione di Boong Joon-ho, che dimostra un perfetto controllo sui differenti registri che si alternano nel corso dell’opera. Guardando Parasite, non abbiamo dubbi sul fatto di trovarci davanti all’opera di un maestro. 
Ad Astra
Definito dal regista James Gray “un Cuore di tenebra ambientato nello spazio”, Ad Astra è tante cose: è una condanna alla figura dell’uomo overreacher, che sacrifica ogni cosa in nome del “progresso” e della scienza (in questo, ricorda molto più Frankenstein che Cuore di tenebra); è una condanna a quel prototipo di mascolinità stoica, silenziosa e anaffettiva, di cui vengono analizzate le conseguenze, specialmente quando a incarnare questo prototipo è una figura genitoriale; ed è un testamento all’empatia, all’ammissione della propria vulnerabilità e della necessità di interagire con gli altri esseri umani. Si tratta di un’opera decisamente meditativa, con un ritmo volutamente lento e un’atmosfera di quieta ma ineluttabile malinconia, eppure c’è anche tanta bellezza – nelle inquadrature, in quei luoghi spaziosi e isolati che riflettono così crudelmente lo stato d’animo del protagonista, nella sensibilità e profondità dell’interpretazione di Brad Pitt. Tornando all’affermazione del regista, sì, è vero, a livello di mood e di struttura Ad Astra ricorda Cuore di tenebra, ma il film di Gray ha qualcosa che è sicuramente mancante nel romanzo di Conrad: la speranza di un futuro migliore.    
Atlantique
Il bellissimo, elegiaco Atlantique è l’esordio alla regia di un lungometraggio di Mati Diop, prima donna di colore a dirigere un film in concorso al Festival di Cannes (dove ha vinto il Grand Prix speciale della Giuria). In parte dramma sovrannaturale, in parte un potente commento sociale, Atlantique è un’opera delicata eppure devastante, una tenera storia d’amore e un ritratto delle miserie e delle ingiustizie che spingono giovani disillusi ad abbandonare le loro famiglie e il loro paese e a imbarcarsi alla volta dell’Europa, alla ricerca di una vita migliore. E’ un film importante, oggi più che mai, quando sentire la frase “aiutiamoli a casa loro” è all’ordine del giorno. E quello che fa la Diop è proprio far vedere quella “casa loro”, che poi è casa sua, in tutta la sua bellezza, che emerge (anche grazie alla splendida fotografia di Claire Mathon, direttrice della fotografia anche di Ritratto della giovane in fiamme) in ogni momento, e che rende ancora più dolorosa l’inevitabilità della partenza. Atlantique non è mai didascalico, non vuole insegnare niente a nessuno né spingere alla compassione, vuole essere vero, e lo è; e l’interpretazione della giovane protagonista Mame Bineta Sena, di un’autenticità spiazzante, è una rivelazione.  
Midsommar
Se Hereditary, il precedente horror di Ari Aster, trattava il tema del lutto dissacrando l’idea tradizionale della famiglia, Midsommar, invece, segue il disfacimento di una relazione tossica e malsana – il tutto sempre nel genere e nella forma dell’horror. Il film, che è davvero spaventoso solo in momenti precisi, è permeato da un costante senso di inquietudine, che traspare anche grazie alla colonna sonora, ad un brillante e minimale uso della scenografia e alla splendida fotografia, che cattura il fascino sinistro di un’ambientazione altresì atipica per un horror (la campagna islandese, perennemente alla luce). Ma la ricchezza del film sta nella sua ambiguità, che lascia allo spettatore ampio margine di interpretazione: a seconda della prospettiva, la storia può essere vista come un intero ego-trip di Dani e il climax come un terrificante e scabroso trionfo della violenza, oppure può essere vista come una progressiva presa di coscienza della protagonista e il climax come la sua meritata liberazione e dalla conquista da parte sua di una comunità a cui appartenere. Questa ambiguità si ripropone anche nella performance centrale di Florence Pugh, che si conferma una volta per tutte come la promessa più esaltante di questi anni: la sua recitazione nella scena finale, in cui lo shock si trasforma gradualmente in un sorriso, è da manuale. 
Scarlett Johannson e Adam Driver in Storia di un matrimonio
Simone Fabriziani
Dolor y gloria
Presentato all’ultimo festival di Cannes con alcune delle migliori menzioni nella carriera dietro la macchina da presa di Pedro Almodovar, Dolor y gloria è uno dei titoli più belli ed indelebili del 2019 che sta per terminare. Lo è perché forse è il lungometraggio più cinefilo di Almodovar, quello più meta-cinematografico e allo stesso tempo, e non di certo per ultimo, il più autobiografico. Sì, perché Dolor y gloria è il racconto fittizio dello stesso cineasta spagnolo, qui interpretato dall’attore feticcio Antonio Banderas, in odore di nomination all’Oscar. Nei panni del tormentato regista Salvador Mallo, Dolor y gloria racconta con asciutta onestà il primo desiderio dello stesso Almodovar, racconta con lucidità e grande senso del cinema la sua sessualità, le sue ossessioni, le sue dipendenze. L’ultimo film del regista iberico è probabilmente ciò che di più vicino può esserci alla verità, nuda e cruda. Con un pizzico di tocco felliniano, perché quello è sempre imprescindibile. Film-testamento di uno dei più grandi cineasti europei viventi.

Storia di un matrimonio
Presentato in anteprima mondiale alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 76, il nuovo film scritto e diretto da Noah Baumbach è anche il suo più personale. Ancora maestro assoluto nel saper raccontare con garbo e lucidità famiglie disfunzionali e rapporti di coppia in crisi, in Storia di un matrimonio attinge da alcuni eventi della vita privata dello stesso cineasta statunitense per trasformarlo però in un commovente ritratto di una coppia “scoppiata” a cavallo tra ricordi e beghe legali. Ancorato ad una scrittura precisissima e dal piglio chirurgico nel saper tratteggiare e donare umanità anche i personaggi minori, Storia di un matrimonio è sopratutto il gioco ad alto rischio di Adam Driver e Scarlett Johansson, mai così bravi a mettere in scena una coppia in crisi personale da pagine della storia del cinema americano contemporaneo. Il gioiello assoluto dei film originali Netflix del 2019, colosso dello streaming on demand che ha sovvenzionato anche il nuovo capolavoro di Martin Scorsese di cui di seguito.

The Irishman
Fiore all’occhiello delle proposte cinematografiche del 2019 per il colosso dello streaming on demand e presa di posizione netta e punto di non ritorno privilegiato per il nuovo modo di fare cinema, produrlo e saperlo distribuire: senza Netflix il film di Martin Scorsese non sarebbe stato prodotto a Hollywood. Tre ore mezza densissime di contenuto e di meta-cinema per il regista italo-americano: The Irishman infatti non è soltanto l’ennesimo gangster movie di Scorsese, ma è la chiusa perfetta di un certo cinema che Martin Scorsese ha per decenni elevato a grande arte autoriale. L’era dei mafiosi itao-americano portati in vita da De Niro, Pesci e Pacino vanno finalmente in pensione, e lo fanno con un racconto epico (nel senso narrativo del termine) che si dipana dagli anni ’50 fino alla soglia del nuovo millennio, sapendo raccontare i grandi cambiamenti dell’America attraverso gli occhi del sicario Frank Sheeran, emblema enigmatico di un sistema occulto dietro i grandi poteri che per decenni ha tessute le tela di una nazione piena di contraddizioni. Un testamento personale per Martin Scorsese che potrebbe chiudere definitivamente l’avventura cinematografica del cineasta americano nel gangster movie.

C’era una volta a… Hollywood
Come per Almodovar, Baumbach e Scorsese, anche Tarantino quest’anno ci ha regalato uno dei suoi titoli più personali ed autobiografici. Ben oltre la lettera d’amore alla vecchia Hollywood, il nono film da lui scritto e diretto ne è la celebrazione; in una Los Angeles del 1969 in attesa di venire scossa dal suo interno dalle terribili carneficine della setta di Charles Manson, tutta la potenzialità dei nuovi linguaggi cinematografici della settima arte americana del tempo viene glorificata con un plot twist che riscrive (letteralmente) la Storia. Una storia che è vissuta in maniera erratica dall’attore in caduta libera Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e dalla sua disillusa spalla da stuntman Cliff Booth (Brad Pitt), cavalieri usciti da una fiaba sgangherata e hippie che solo Quentin Tarantino poteva confezionare come suo nono film. E a cui infonde un senso di tenerezza autobiografica nel sapere ritrarre la Los Angeles del 1969 che sa di magistrale cinema allo stato puro.

Joker
Volente o nolente, sarà ricordato come il film più polarizzante e divisivo del 2019. Tra i più controversi Leoni d’Oro della storia recente della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, il Joker di Todd Phillips è un film che, dietro alla sua pur solida scorza di cinecomic d’autore, nasconda urgenze cinematografiche ben più profonde. Inutile analizzare la sua struttura narrativa semplice, cristallina, matematicamente e facilmente intuibile: tutti hanno apprezzato la origin story affidata a Phillips nel saper raccontare con straordinaria potenza cinematografica la caduta di un’anima fragile e sconquassata in una società maligna e abietta, dove la produttività è più necessaria dell’amore, dell’affetto, della comprensione reciproca. A dare il volto alla parabola discendente di Arthur Fleck/Joker è un metamorfico Joaquin Phoenix, in una delle  interpretazioni chiave della sua carriera. Un ghigno doloroso che il cinema americano ricorderà ancora per molto tempo; e tutto questo, senza l’ingombrante presenza di Batman!
Jules Porier e Marta Nieto in Madre
Daniele Ambrosini
Honey Boy
Shia LaBeouf ha scritto la sceneggiatura di Honey Boy mentre si trovava in un centro di riabilitazione come forma di terapia. L’attore ha sfruttato il tempo che un tribunale l’ha obbligato a passare in rehab, in seguito ad un arresto per guida in stato di ebrezza, per lavorare su sé stesso e rielaborare la sua infanzia, il difficile rapporto con il padre e tutti quei traumi del suo passato che l’hanno segnato indelebilmente, realizzando uno script incredibilmente sentito, emotivamente vibrante e carico di vita. Alma Har’el, documentarista al suo primo film di finzione, ha poi traslato le parole di LaBeouf in immagini, realizzando un film piccolo, ma preziosissimo. Honey Boy è un film libero dalle impalcature spesso stringenti della narrazione in tre atti che trova nella forma del flusso di coscienza la sua forza espressiva, è un film che ci trasporta in un viaggio emotivamente complesso e disorientante che, però, è catartico e, in definitiva, molto soddisfacente. Questo tour de force, questa girandola, questa montagna russa di emozioni è un dono unico per il quale dovremmo essere grati, perché quando un film nasce da un’esigenza così profonda di narrare, di raccontare una storia, quando è così sincero, cristallino e senza filtri, non c’è che da esserne grati. Il cinema può essere un’arma potente, e può essere terapeutico. Honey Boy ha la capacità di trascinare il suo pubblico all’interno di questo processo di guarigione, molto umano e toccante, e di renderlo partecipe.

Madre
Dopo aver fatto furore in Spagna con il precedente Il regno, vincitore di ben 7 premi Goya, Rodrigo Sorogoyen presenta a Venezia il suo nuovo film, Madre, un dramma intimo dai toni del tutto differenti da quelli del thriller politico che l’ha preceduto. Protagonista del film è Elena, una donna il cui figlio è scomparso nel nulla e che da ormai dieci anni si è trasferita sulle coste francesi, dove il bambino è stato visto l’ultima volta, in attesa di qualcosa che forse non arriverà mai. Sorogoyen realizza un ritratto affascinante di una donna in lotta con sé stessa e fortemente legata alla sua natura di madre, qualcosa che il mondo sembra volerle portare via, ma che lei lotta strenuamente per mantenere, in quanto parte integrante della sua identità. Parte dramma romantico e familiare, parte thriller psicologico, Madre è un film imprevedibile, che scandaglia nel profondo della psiche di un personaggio femminile estremamente complesso, imperfetto e per questo molto vero. Sorogoyen si dimostra un regista molto coraggioso, frizzante e di incredibile talento, che non ha paura di sperimentare, ma anzi, si diverte con le possibilità potenzialmente infinite offerte dal mezzo cinematografico, il che conferisce al film quel tocco di esuberanza che lo rende un’esperienza unica e stravagante. Madre è la consacrazione di un autore, Rodrigo Sorogoyen, che non solo è un maestro del piano sequenza, ma è un narratore dalla voce giovane, moderna, che ha molto da dire e merita di essere ascoltato.

The Painted Bird
The Painted Bird è stato il film più catalizzante dell’ultima edizione della Mostra di Venezia. O lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo per questo crudo affresco dell’Europa bellica vista attraverso gli occhi di un bambino. Václav Marhoul realizza un film concettualmente respingente e molto violento, che, in varie occasioni, mette a dura prova la pazienza dello spettatore, ma non lo fa per il semplice gusto di creare scandalo, nient’affatto, lo fa perché il suo scopo era quello di creare un film che parlasse in modo esplicito di violenza, e non uno che la usasse come semplice mezzo narrativo. The Painted Bird è, infatti, un racconto metaforico costruito per iperbole sui meccanismi e sul valore sociale e politico della violenza. Un racconto sulla banalità del male, che, attraverso la storia della formazione di un giovane uomo cresciuto al mantra di “occhio per occhio”, ci mette davanti ad una scomoda verità: la violenza è un linguaggio universale e fa parte del nostro DNA, è radicata nella società di ieri come in quella di oggi e si manifesta attraverso l’odio. E non c’è modo di liberarsene. Quindi tanto vale guardare la realtà in faccia. Attingendo dall’immaginario visivo del miglior Tarkovskij, Marhoul ci invita a fare un viaggio nei meandri più oscuri dell’animo umano, un viaggio difficile ma estremamente stimolante. Si tratta sicuramente dell’esperienza cinematografica più intensa della stagione.

Giants Being Lonely
L’esordio alla regia di Grear Patterson è un coming of age atipico, dove tutto sembra sospeso nel tempo, proprio come in un sogno. Attraverso la storia di due adolescenti le cui vite dall’esterno sembrano perfette, Grear racconta la solitudine e il fallimento del sogno americano, che qui diventa un vero e proprio incubo. Giants Being Lonely è un film affascinante, sfuggente, talmente originale da lasciare spiazzati. Ma soprattutto è un film che sperimenta e riflette sulle forme di narrazione proprie del racconto dell’adolescenza, è un film in grado di rielaborare in maniera originalissima ed imprevedibile un filone cinematografico incredibilmente codificato come quello del coming of age, riuscendo nell’impresa di non sembrare derivativo, pur attingendo a piene mani dall’immaginario visivo di Terrence Malick e Gus Van Sant. Giants Being Lonely è un’opera prima acerba sotto molti punti di vista, che funziona proprio grazie allo sguardo inesperto, folle, freschissimo e privo di sovrastrutture del suo autore che porta la giusta dose di ingenuità, necessaria per far funzionare un progetto così ambizioso e bizzarro. Lungi dall’essere un film perfetto, Giants Being Lonely, è un piccolo gioiellino dell’indie americano, un film delicatissimo e stralunato che guarda all’adolescenza senza moralismi di sorta e che ci ricorda quanto versatile possa ancora essere il racconto di formazione.

La mafia non è più quella di una volta
Franco Maresco torna a Palermo per seguire nuovamente Ciccio Mira, l’ex sindaco organizzatore di concerti neomelodici che già era stato protagonista del precedente Belluscone – Una storia siciliana. Questa volta l’irreprensibile Mira è impegnato nell’allestimento di uno spettacolo in onore dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per il venticinquesimo anniversario della loro morte, avvenuta in due diversi attentati di matrice mafiosa. Tuttavia, sia Mira che i suoi artisti si rifiutano di dire “No alla mafia”. È lo stesso Mira a dire che i giovani dovrebbero tenersi lontani dalla mafia perché “non è più quella di una volta”. Ma Maresco sa che quella dell’onore è sempre stata solo e unicamente una facciata e nel suo documentario ci racconta le contraddizioni e l’assurdità che sono conseguenza del clima di omertà che per molti, Mira compreso, è la normalità, anche ora che la mafia è cambiata, ora che non è più quella di una volta. Il suo è un affresco disilluso, a tratti cinico, portato avanti con un’abbondante dose di ironia, un film che porta avanti con una per niente scontata dose di leggerezza un discorso molto importante sulla società italiana contemporanea. Il documentario satirico di Maresco è sicuramente uno dei film italiani più riusciti di quest’anno, che grazie alla sua abilità di non prendersi troppo sul serio risulta anche uno dei più divertenti (in barba alle innumerevoli commedie che vengono prodotte nel nostro paese ogni anno), oltre ad essere uno dei più importanti degli ultimi anni. Da far vedere nelle scuole.

Kaitlyn Dever e Beanie Fedelstein in La rivincita delle sfigate
Massimo Vozza

The Farewell – Una bugia buona
Con il supporto dell’iniziativa FilmTwo per aiutare i registi emergenti a realizzare i loro secondi lungometraggi, la regista cinese immigrata negli Stati Uniti LuLu Wang ha potuto realizzare uno dei migliori titoli dell’anno, ossia The Farewell – Una bugia buona. Il delizioso film, tratto da un racconto breve della cineasta a sua volta ispirato da eventi specifici della propria vita, è la perfetta dramedy familiare: alternando istanti toccanti e altri divertenti con intelligenza e profondità dall’inizio alla fine, l’opera affronta ante litteram l’elaborazione del lutto dell’anziana Nai Nai, nonna della protagonista Billi, alla quale è stato diagnosticato un tumore incurabile che i parenti hanno deciso di tenerle nascosto. La Wang così, attraverso il grande schermo, si apre con gli spettatori condividendo sì il suo vissuto personale ma riuscendo sempre a toccare le corde emotive universali e, soprattutto, a parlarci dell’incontro tra la cultura occidentale e quella orientale (che come Billi la cineasta sente entrambe appartenerle) in maniera inedita, mai scontata o stereotipata. Sua alter ego nel film, la rapper e attrice Awkwafina sorprende in questa prova interpretativa che gioca più per sottrazione rispetto ad altre precedenti, anche se la vera scoperta del film rimane la dolcissima Zhao Shuzhen nel ruolo della nonna. Fotografato eccezionalmente da Anna Franquesa Solano, The Farewell è l’inno alla vita e alla riscoperta dei legami, delle tradizioni e radici del quale non si può davvero fare a meno per celebrare la fine di questa magnifica stagione cinematografica.

Piccole Donne
Il famoso romanzo di Louisa May Alcott ha segnato la giovinezza di tante generazioni, soprattutto di donne, e forse continuerà a farlo, ma innegabilmente può cogliersi l’inevitabile espandersi progressivo di un divario tra l’epoca della scrittrice e l’età contemporanea quando si va a rileggerlo in età adulta. Data questa premessa viene da chiedersi se tra le righe si riescono ancora a vedere delle fondamenta tematiche che parlino anche al presente e se davvero abbia senso nel 2019 realizzarne il settimo adattamento cinematografico. Dopo aver visto l’opera di Greta Gerwig la risposta non può che essere: assolutamente sì. Nelle mani della cineasta candidata al Premio Oscar per la miglior regia e la miglior sceneggiatura originale con il racconto di formazione Lady Bird, la storia delle sorelle March trova una veste moderna inedita che pone al centro più i temi strettamente legati alla condizione femminile, alla sorellanza, alla crescita e all’incontro/scontro con l’altro sesso piuttosto che gli svariati snodi narrativi che portavano avanti la narrazione. Eventi che però, una volta asciugati, ci vengono raccontati saltando indietro e avanti nel tempo, diversamente dalla linearità dei romanzi, creando così una serie di parallelismi e contrasti che li esaltano e portano in superficie il sottotesto. Si muove all’interno di un compartimento tecnico eccezionale, dalle scenografie ai costumi, esaltato dalla fotografia, un cast strepitoso: Streep, Dern, Garrel, Chalamet, Scanlen, Watson e soprattutto Saoirse Ronan (alla seconda collaborazione con la cineasta) e Florence Pugh. Divertente, commovente e sincero, questo Piccole donne è la dimostrazione che i classici nelle giuste mani posso liberarsi della patina causata dal tempo e tornare a parlarci con estrema freschezza e vivacità.

La rivincita delle sfigate
Come la appena citata Greta Gerwig oppure Sofia Coppola, anche l’attrice Olivia Wilde ha deciso di porre al centro della sua opera prima da regista l’adolescenza femminile. Booksmart (distribuito ahimè in Italia con il titolo La rivincita delle sfigate) è l’esilarante ed eclettica avventura di una coppia di liceali alla vigilia della cerimonia del diploma, necessariamente sopra le righe ma vera nel raccontare il legame di amicizia tra le protagoniste e il rito d’iniziazione all’età adulta che porta con sé la messa in discussione della propria identità. L’impronta che la cineasta dà al suo film è coerente dall’inizio alla fine: un mix frenetico di battute e situazioni esilaranti a volte e momentaneamente toccanti altre che si rispecchia con l’estetica del film, dichiaratemene indipendente, che usa l’intera palette di colori e fonti luminose di ogni tipo passando da un luogo all’altro in un on the road a percorso breve della durata di una notte e che non si preclude niente, neanche il riprendere una scena animata in stop-motion (una delle più memorabili del film). Le protagoniste Beanie Feldstein e Kaitlyn Dever (rispettivamente Molly e Amy) convincono al cento per cento sopratutto per la loro verve, accompagnate da un gruppo di interpreti giovani tra i quali spicca la spassosa Gigi di Billie Lourd. Booksmart insomma entra a far parte di quella serie di film adolescenziali tutti al femminile, che vanno da Heathers a Easy A, passando per Clueless e Mean Girls, che proprio per il loro non prendersi troppo sul serio riescono a parlare al loro pubblico in modo diretto dimostrando di comprenderlo davvero.

Le ragazze di Wall Street
Quarto titolo, quarta donna al timone: Le ragazze di Wall Street di Lorene Scafaria, basato su una storia vera pubblicata in un articolo del New York Magazine scritto da Jessica Pressler, racconta  delle ex spogliarelliste Destiny, Ramona e delle altre loro compagne, tutte artefici di una truffa ai danni dei ricchi uomini di Wall Street, in un mix di generi tra commedia, dramma e thriller. Sapientemente, l’occhio da regista della Scafaria si pone sia come maschile che femminile, accentuando il voyeurismo nei confronti dei corpi delle donne nella prima parte del film, quando le protagoniste lavorano nel locale Moves, per poi spostarsi sulle non innocenti vittime maschili della truffa, accentuando così la presa di potere del (non così tanto) “gentile sesso” all’interno del film: un passaggio da passive ad attive. Insieme all’impronta estetica, a far entrare in empatia con le criminali è poi soprattutto la costruzione non scontata di questi personaggi femminili che fa emergere in primis la necessità di crearsi dei legami familiari e la voglia di riscatto in un mondo in mano agli uomini, tra istanti di fragilità e atti di forza, che siano essi moralmente accettabili o meno. Costance Wu convice nel ruolo di Destiny ma è soprattutto la Lopez ad averci stupito, ritornando in auge grazie al suo corpo e al suo talento. Hustlers è la dimostrazione di questa annata che le donne sono capaci di realizzare buonissimi prodotti d’intrattenimento senza privarsi di contenuti spesso affini al filone di film a loro stesse indirizzato: solidarietà, maternità e amicizia.

Vice – L’uomo nell’ombra
Per l’ultimo titolo partirei da un fun fact: l’unico film diretto da uomo tra le mie scelte è stato anche tra i produttori di due degli altri film scelti (Booksmart e Hustlers). L’americano Adam McKay ha realizzato Vice – L’uomo nell’ombra (datato 2018 ma distribuito da noi soltanto all’inizio di quest’anno), un atipico biopic, oserei dire la decontrazione del film biografico classico stesso, dai tratti caricaturali e sopra le righe che segue la storia di Dick Cheney, dalla sua ascesa politica alla vicepresidenza. Quel che ne esce è un ritratto spietato degli Stati Uniti che colpisce in particolare modo i repubblicani ma non sdegna delle frecciatine nei confronti dei democratici, sostenuto da una sceneggiatura brillante che unisce la ricostruzione storica alla finzione, raccontata attraverso un montaggio calzante al quale Hank Corwin ci aveva già abituati con The Big Short. A capitanare il cast di questo folle progetto c’è il camaleontica Christian Bale di una perfezione innegabile nel saper alternare il personaggio Cheney e l’uomo (padre e marito) che si nasconde dietro, affiancato dai bravissimi Steve Carell, Sam Rockwell e la straordinaria Amy Adams. Le originali trovate di McKay, dalla rottura della quarta parete al tabellone di un gioco da tavolo utilizzato per spiegare i giochi di potere e le relazioni all’interno della politica statunitense, passando per scena shakespeariana, il finto finale e le incursioni di un narratore la cui scoperta dell’identità lascia davvero sorpresi, rendono Vice un titolo decisamente innovativo e di rottura e per questo divisivo tra pubblico e critica, ma certamente degno di nota.


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