Netflix punta a produrre oltre 100 serie non in lingua inglese

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Di Daniele Ambrosini

Netflix è sempre stata coraggiosa, l’ha ampiamente dimostrato quando nel 2013 divenne la prima piattaforma a produrre contenuti esclusivamente per lo streaming e continua a dimostrarlo ogni giorno investendo più di chiunque altro in contenuti, originali e non, in tutto il mondo. Ed un mercato dal grande potenziale ancora scarsamente esplorato da qualunque altro competitor è quello delle produzioni internazionali, mercato che Netflix ha intenzione di espandere sempre di più, arrivando ad avere circa un centinaio di serie non in lingua inglese in produzione allo stesso tempo.

Il vice presidente dei contenuti originali internazionali di Netflix Erik Barmack in una recente intervista ad Indiewire ha parlato ampiamente del crescente interesse del colosso dello streaming nei confronti dei mercati esteri e degli show televisivi non anglofoni. Barmack sottolinea che Stati Uniti e Regno Unito posseggono ad aggi un dominio quasi incontrastato sul mercato globale delle serie tv, pur rappresentando solo una frazione esigua della popolazione mondiale; “C’è qualcosa di profondamente strano in questi dati” sostiene il dirigente. “Non è possibile che le persone di Hollywood o di Londra siano 20, 30 volte più brave nel narrare storie“. Barmack sostiene che questo potrebbe cambiare, nell’arco di qualche anno, arrivando addirittura ad auspicare un futuro in cui le migliori serie tv dell’anno saranno tutte produzioni non in lingua inglese.
L’arrivo di numerosi servizi di streaming in giro per il mondo sta cambiando le abitudini dei consumatori di prodotti seriali e sta cambiando anche il pubblico a cui questi si rivolgono. “Una volta che ti ritrovi in un mondo abituato ai sottotitoli o al doppiaggio, è abbastanza ovvio che questo succeda anche su Netflix“. Il colosso americano infatti è presente in oltre 190 paesi del mondo dove distribuisce contenuti originali doppiati e tradotti in numerosissime lingue, un processo a cui il pubblico internazionale è ormai ampiamente abituato, ma che trova ancora difficoltà nei mercati anglofoni, più inclini a consumare prodotti locali. Gli iscritti alla piattaforma in America del Nord e UK rappresentano circa il 40%, mentre il 60% è costituito da persone provenienti da paesi non anglofoni. In una realtà in cui i consumatori di serie tv sono per la maggioranza stranieri, è anacronistico continuare a guardare agli non anglofoni come utenti di serie B. Barmack è anche convinto che dovrebbero essere gli americani ad adattarsi ad una logica più internazionale e che, con il tempo, sottotitoli e doppiaggio non saranno più un problema per gli spettatori anglofoni. “Le persone sono sempre più a proprio agio nel guardare show non in lingua inglese. Sta già accadendo, ogni mese la percentuale di abbonati Netflix che guardano show da tutto il mondo sale, anche negli Stati Uniti“.
L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare ad avere un centinaio di serie tv in produzione in tutto il mondo, al di fuori di USA e UK, entro un paio d’anni. “Cento in realtà non è un numero magico” sottolinea Barmack, che, invece, pensa che una tale portata di produzioni estere potrebbe rafforzare l’immagine della compagnia in alcune zone, quali America Latina ed Europa, e potrebbe aprire le porte in alcuni mercati ancora inesplorati come il Medio Oriente ed alcune zone dell’Asia.

Filosoficamente, la nostra posizione è che non vogliamo fare show che altre emittenti nei territori stanno già facendo con successo“, ha dichiarato Barmack. “In Messico, per esempio, Televisa fa delle ottime telenovelas. Perciò non era nostro interesse arrivare lì e fare una serie da 100 episodi. Cerchiamo principalmente filmaker che vogliono realizzare film da sei, sette o otto ore e raccontare storie in modo originale“. Un approccio che a volte implica il prendersi qualche rischio, spesso dovuto alla mancanza di dati; infatti, come è risaputo, Netflix utilizza numerosi algoritmi per stabilire se un determinato prodotto potrebbe avere o non avere successo in un determinato mercato, su una determinata fascia della popolazione o se un genere funziona meglio di un altro. Sostanzialmente Netflix raccoglie (e tiene per sè) dati sulle abitudini di visione degli spettatori di tutto il mondo, ma c’è sempre qualche campo inesplorato. Per esempio a breve sarà lanciata Jinn, una serie young adult con elementi soprannaturali e thriller, che è anche la prima serie in lingua araba della piattaforma, “se si guarda alla parte young adult, abbiamo dei dati su cui basarci, ma se si pensa alla lingua araba non abbiamo alcun dato poichè non abbiamo mai rilasciato una serie in lingua araba” dice Barmack. Un piccolo salto nel vuoto che Netflix può permettersi.

La prima serie non in lingua inglese di Netflix è stata Club de Cuervos, produzione messicana avviata nel 2015; da allora ne sono state distribuite altre 22, di cui 10 sono state già rinnovate e 7 sono in attesa di responso. A queste vanno aggiunte altre 8 serie prodotte e non ancora rilasciate, che arriveranno sugli schermi di tutto il mondo entro il prossimo gennaio. Un numero relativamente contenuto che fino ad ora era stato possibile controllare direttamente da Hollywood, ma che per il futuro invece sarà gestito da delegati sul territorio a cui spetterà il compito di approvare le nuove produzioni. “Non abbiamo un comitato d’approvazione” dichiara il dirigente. “Abbiamo dei gruppi di persone. Abbiamo una squadra ad Amsterdam, stiamo aprendo un ufficio a Parigi, abbiamo un team a Madrid, uno a Mumbai, a Singapore, a Tokyo, a San Paolo. Hanno il potere di prendere decisioni nella regione, di fare ciò che credono sia meglio per loro“.
Solo lo scorso anno, a dicembre 2017, il responsabile dei contenuti di Netflix, Ted Sarandos, aveva dichiarato che la quantità di show prodotti in giro per il globo sarebbe notevolmente cresciuta nel 2018. Il suo obiettivo era quello di arrivare a produrre 50 serie tv al di fuori degli USA nel corso dell’anno. Un obiettivo che può dirsi parzialmente raggiunto, poiché le serie che hanno distribuito nuovi episodi nel 2018, a fine anno, saranno 24 (20 nuove e 4 rinnovi), in netta crescita rispetto alle 7 totali dello scorso anno (6 nuove, 1 rinnovo). Non saranno stati perciò 50 gli show internazionali distribuiti da Netflix nel 2018, ma bisogna anche calcolare che quello di Sarandos è un investimento a lungo termine; infatti sono al momento più di 50 le serie internazionali ad aver ottenuto il via libera dal colosso dello streaming nell’ultimo anno solare e che verranno presto messe in produzione e distribuite sulla piattaforma. Se l’obiettivo di Barmack è quello di raddoppiare gli ordini nel prossimo anno, non viene difficile pensare che riuscirà nel suo intento. Dopotutto nel 2018 gli show distribuiti sono quasi quadruplicati rispetto all’anno precedente e quelli a cui è stato dato il via libera sono aumentati in maniera esponenziale. Una crescita molto in linea con gli investimenti che la compagnia sta facendo anche in ambito cinematografico, per estendere e diversificare la propria produzione. L’idea che Netflix sia un portale di qualità esclusivamente per le serie tv made in USA sarà presto un lontano ricordo perché, nonostante non ci siano piani di ridurre gli investimenti in quel settore che continua ad essere estremamente florido, è chiara l’idea di voler portare lustro ad altri campi della propria produzione interna.

E mentre gli investimenti sul cinema – al momento essenzialmente film d’autore americani – stanno già dando i loro frutti, e potrebbero a breve portare la compagnia a concorrere agli Oscar, i risultati delle serie tv internazionali sono, al momento, misti. I maggiori successi di Netflix sono stati la spagnola Le ragazze del centralino, la portoghese 3%, la danese The Rain, l’acquisizione spagnola La casa di carta e la tedesca Dark. Proprio con Jante Friese e Baran bo Odar, gli autori di quest’ultima, Netflix ha stretto uno dei primi accordi in esclusiva al di fuori degli Stati Uniti – un modo che ha l’emittenti per garantirsi talenti come Ryan Murphy e Shonda Rhimes e che è molto poco comune in Europa – che ha permesso alla coppia di sviluppare una seconda serie, 1899. Accordi simili sono stati successivamente stretti anche con Alex Pina, il creatore de La casa di carta e con il romanziere Harlan Coben a dimostrazione del sempre crescente interesse di Netflix nei confronti dei talenti sparsi in giro per il mondo.

Per quanto riguarda l’Italia al momento l’unica serie disponibile sul catalogo Netflix mondiale è Suburra – La serie, già confermata per una seconda stagione, a cui presto si aggiungerà Baby, dramma adolescenziale ispirata ad un fatto di cronaca che arriverà sulla piattaforma a partire dal 30 novembre. Bisognerà aspettare un po’ di più per vedere invece Luna Nera, ambiziosa serie ambientata durante gli anni dell’inquisizione che, si spera, potrebbe finalmente portare l’attenzione degli spettatori di tutto il mondo su un prodotto seriale italiano.
Fonte: Indiewire

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