Oscar 2020: La cinquina è ancora il formato migliore per le candidature?

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Di Daniele Ambrosini
Anche quest’anno non sono
mancate le polemiche per i numerosi e meritevoli nomi lasciati fuori dalle
nomination degli Oscar, ma soprattutto per la sostanziale mancanza di diversità
tra quelli che, invece, hanno ottenuto una nomination. Nel corso degli ultimi
anni, per ovviare ai problemi di rappresentazione delle minoranze tra i suoi
candidati, l’Academy ha invitato numerosi nuovi giurati nel tentativo di avere
un corpo votante più diversificato e rappresentativo delle varie forze
dell’industria cinematografica, ma anche della realtà demografica dell’America,
che è a tutti gli effetti ben più variegata dei membri dell’associazione che
ogni anno assegna gli Oscar. I nuovi giurati sono per lo più stranieri,
afroamericani, latini e donne, tutte categorie di persone che spesso vengono
messe in secondo piano da nomi altisonanti di Hollywood, la loro inclusione è
sacrosanta, tuttavia, quello iniziato un paio d’anni fa dall’Academy è un
processo lento, che non potrà permettere una reale parità di considerazione per
molti anni a venire.


Il problema, ovviamente, è
endemico e riguarda l’industria stessa, non solamente l’Academy. I film diretti
da registi afroamericani, di origine asiatica o da donne, sono solo una
frazione di quelli che vengono diretti da uomini bianchi. Secondo un report di The Wrap, solo il 3,3% dei film prodotti dagli studios nel 2018 è stato diretto
o co-diretto da una regista donna. E dei 100 film di maggiore successo al box
office quell’anno solo il 5% era diretto da una donna, quest’anno la
percentuale è salita al 12% (qui per maggiori dettagli). Un lieve miglioramento che quantomeno certifica un
maggiore interesse in questi prodotti, che, nonostante siano pochi, ci sono e
meritano di essere presi in considerazione.
Aumentare il numero di votanti
appartenenti alle minoranze è una buona strategia per assicurarsi che questi
film vengano quantomeno presi in considerazione, ma potrebbe non essere
abbastanza. Gli Oscar sono un gioco di popolarità e gli interpreti di colore
sono meno famosi di tanti attori bianchi, gli attori stranieri riscuoto indubbiamente
meno successo di quelli americani, e le registe donne hanno meno visibilità
della maggior parte dei registi uomini. Certo, ci sono delle eccezioni, ma in
linea generale la situazione sembra essere questa. Il punto è che quando, come
quest’anno, i grandi nomi iniziano ad accumularsi, per le minoranze resta
sempre meno spazio, per il semplice fatto che vengono oscurate in termini di
visibilità. Un film amato e accolto benissimo come The Farewell, ad esempio,
non ha ottenuto nessuna nomination attoriale, mentre un film accolto più
moderatamente ma con nomi che gli hanno garantito una visibilità maggiore, come
Bombshell, ne ha ottenute due, nelle stesse categorie dove il film di Lulu Wang
aspirava a rientrare.
Cinque posti per ogni
categoria sono pochi. E quando la maggior parte vengono assegnati già in
partenza agli attori più famosi, o ai film più grandi, le probabilità che un
prodotto meritevole con una visibilità minore di rientrare si fanno sempre più
esigue. Tuttavia, quella della cinquina è una convenzione, una tradizione che
potrebbe aver fatto il suo tempo. Tanti altri premi hanno già rinunciato alla
forma dei cinque candidati per ogni premio ed hanno ottenuto risultati estremamente
interessanti in termini di rappresentazione e diversificazione dei nominati,
una cosa che potrebbe giovare anche agli Academy.
In ambito cinematografico i
Critics’ Choice hanno adottato un numero variabile di candidati per ogni
categoria in base al numero di voti ricevuti. Sostanzialmente, non rientrano
solo i primi cinque, ma chiunque superi uno sbarramento, un numero minimo di
voti necessari. Negli ultimi anni il numero dei candidati si è assestato tra i
sei e i sette, con rarissime eccezioni. Questo ha portato a risultati notevoli
in termini di diversificazione dei candidati anche in senso puramente
cinematografico, infatti ogni anno ai Critics’ Choice Award i film degli studios
convivono insieme a film indipendenti, talvolta stranieri, e tra le performance
c’è stato maggiore spazio per le commedie, che solitamente non godono della
stessa reputazione dei film drammatici. Un problema che i Golden Globe hanno aggirato
dividendo ogni categoria in due, una dedicata ai drammi ed una alle commedie,
così ogni anno le performance e i film candidati sono, di fatto, raddoppiati.
Una strada simile l’hanno seguita i Satellite Awards, che, oltre a dividere le
categorie in base al genere come ai Globe, hanno adottato la strada del numero variabile di
candidati dei Critics’ Choice e quindi hanno mediamente sei candidati a
categoria.   
Guardando a premi al di fuori
dell’industria cinematografica, poi, ci sono almeno due ottimi esempi: i Grammy
e gli Emmy. I maggiori premi del mondo della musica hanno, dallo scorso anno,
aumentato i candidati nelle categorie generali da cinque a otto, un cambiamento
che ha portato alle candidature più eterogenee da oltre vent’anni. Non solo in
termini di inclusione di donne e artisti di colore, ma anche di generi musicali. Il
dominio del pop è stato intaccato dall’inclusione di musica hip-hop, rap,
R&B, americana, country e EDM. Un risultato che si è ripetuto anche quest’anno,
con musica rock, alternativa e trap inclusa nelle categorie generali. Inoltre, sono due anni che un cantante uomo solista non riceve una candidatura nella
categoria principale, quella al miglior album, che è diventata la più variegata
e diversa di tutta la cerimonia, rappresentativa di tanti generi, artisti e
culture, proprio come un premio simile dovrebbe essere. Per quanto riguarda gli
Emmy, invece, il numero di candidati è cresciuto a seguito della sempre
crescente offerta di serie televisive. I cinque candidati sono così diventati
un numero variabile tra sei e otto. Anche qui la divisione per tipologia di
prodotto offre la possibilità di candidare un numero superiore di performance e
di titoli. Sul fronte diversità, tuttavia, pure gli Emmy potrebbero fare
meglio, ma il maggiore spazio disponibile in ogni categoria permette già di
fare meglio degli Oscar.

Gli stessi Oscar hanno sperimentato la formula del voto a sbarramento adottata da tanti altri premi per la loro categoria principale, quella del miglior film, che ha abbandonato la formula della cinquina nel 2010. Per due anni il numero dei candidati è stato fissato a dieci, per poi arrivare nell’attuale versione a sbarramento con numero di candidati variabili tra cinque e dieci nel 2012. In quei due anni in cui i il numero di candidati è stato fisso, hanno ottenuto la nomination quattro film diretti da donne, quattro film di registi non americani, due film d’animazione (è successo solo tre volte nella storia del premio), e uno diretto da un regista afroamericano. Erano altri tempi e il corpo votante dell’Academy era molto diverso, ma un leggero cambiamento era evidente. Dal 2012 la formula a numero variabile di candidati ha lasciato fuori qualche film meritevole della candidatura, che non rispettava il paradigma “film drammatico – diretto da uomo bianco – prodotto da grande studios”, ma ne ha anche incluso qualcuno in più. Se si applicasse la stessa strategia per tutte le categorie del premio e si aumentasse il numero minimo di candidature, per esempio, a sei o sette, si potrebbe ovviare al pressante problema della diversità e della sua rappresentanza, placare le polemiche e soprattutto mettere in mostra anche prodotti e performance più piccole, svantaggiate sulla carta, ma estremamente meritevoli. 
La cinquina è uno spazio ordinato, cinque candidati sono un numero più elegante di sette, non c’è dubbio. Cinque è un numero volutamente ristretto che ha anche, indirettamente, la funzione di rimarcare l’esclusività di una nomination all’Oscar. Ma siamo davvero sicuri che un numero maggiore di candidati porterebbe a una svalutazione del premio? Molte performance e molti film meritevoli non rientrano agli Oscar semplicemente perché non c’è spazio, poiché questo è fagocitato da pochi grandi nomi, insormontabili, il più delle volte, anche da chi ha fatto un lavoro meritevole della candidatura. E se lo spazio non c’è quale potrebbe essere la soluzione? Crearne di nuovo.  

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