El Angel – La recensione in anteprima del film argentino presentato a Cannes

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Di Giuseppe Fadda

Carlos Robledo Puch, serial killer argentino soprannominato “L’angelo della morte” o “L’angelo nero” per il suo bell’aspetto, sta scontando attualmente il suo 46esimo anno di detenzione: nessun uomo o donna ha mai passato così tanto tempo in carcere in Argentina. Condannato all’ergastolo nel 1973, Puch è colpevole di 11 omicidi, un tentato omicidio, 17 rapine, uno stupro, un tentato stupro, due abusi sessuali, due sottrazioni di minorenne e due furti. El Angel, thriller biografico diretto da Luis Ortega, non ripercorre in maniera del tutto fedele la sua storia che viene, in una certa misura, edulcorata.
La scelta di Ortega di non rappresentare né menzionare i suoi crimini di natura sessuale è, per esempio, discutibile, e forse disonesto nei confronti delle sue vittime. Ma si tratta di un discorso complicato in cui non è facile dare una risposta definitiva. Ad essere indubbia è, invece, la qualità dell’opera: malgrado le sue piccole incongruenze storiche, El Angel riesce a catturare lo spirito del suo indecifrabile protagonista e ci restituisce un’agghiacciante, enigmatica osservazione del male e della violenza.
Nella prima scena del film, un voice-over di Puch (interpretato da Lorenzo Ferro) ci dice: “Io sono nato ladro. Non credo in ‘questo è tuo, questo è mio’”. Non ci viene data altra spiegazione per le sue azioni. Non ruba per necessità: i suoi genitori (Luis Gnecco e Cecilia Roth) non sono benestanti, ma non sono neanche in condizioni economiche preoccupanti. Ruba perché sì: perché può, perché vuole e perché lo diverte. A scuola conosce Ramòn (Chino Darìn): i due diventano immediatamente amici e ben presto Carlos, Ramòn e il padre di quest’ultimo fondano una piccola società criminale. Ma la posta in gioco diventa sempre più alta: dopo che Carlos uccide un anziano signore mentre svaligia la sua casa, quella che era nata come una serie di furti diventa un terrificante bagno di sangue.
Nel raccontare la storia di Puch, Ortega si rifà evidentemente al capolavoro di Terrence Malick, La rabbia giovane, ma tra i due film c’è una differenza sostanziale. Nell’opera di Malick, il centro della storia era rappresentato dal personaggio di Sissy Spacek, spettatrice silenziosa e ambivalente fino alle scene finali in cui decide di abbandonare il protagonista per ripudiare la sua vita criminale e costituirsi. Un personaggio simile non è presente nel film di Ortega: non c’è nessuno che possa definirsi neanche lontanamente la coscienza del film, nessuna guida morale, nessun personaggio con cui lo spettatore si possa veramente identificare. Ortega ci mette di fronte alla cruda realtà dei fatti lasciando che essi parlino per sé stessi: El Angel è un film che apparentemente non vuole dire o suggerire nulla allo spettatore. Ma è proprio questo che lo rende così efficace: lo spettatore è lasciato completamente solo e disorientato di fronte ad un inspiegabile mare di violenza, sangue e disumanità, non può comprendere i motivi che portano Puch a commettere i suoi crimini in maniera così spietata eppure così noncurante. E quindi si ritrova a interrogarsi su come tutto questo male sia possibile. 
I motivi per cui El Angel funziona così bene sono due: il primo è la sua eleganza stilistica, garantita dalla visione unica e personale del regista. Questo va al di là della bellezza estetica di ogni inquadratura, che è comunque innegabile: è proprio la capacità di Ortega di utilizzare la cinepresa come uno strumento di ricerca curioso e indagatore, specialmente nei riguardi della sessualità e della sensualità del protagonista. Numerose sono le inquadrature che si soffermano sul suo viso angelico, sulle sue labbra, sul suo corpo: in un certo senso, Ortega utilizza la cinepresa in maniera volutamente provocatoria, quasi spingendo lo spettatore a riconoscere la bellezza e il magnetismo del personaggio malgrado la sua crudeltà. La sessualità in generale è uno degli elementi per cui il regista rivolge particolare attenzione: c’è un sottotesto erotico in quasi tutte le interazioni che Carlos ha con gli altri personaggi (Ramòn così come il padre e la madre di quest’ultimo) e Ortega si sofferma su quegli sguardi e quei piccoli gesti che tradiscono l’attrazione di essi per Carlos. Il secondo motivo è l’interpretazione del giovane Ferro in quello che è il suo esordio: l’attore domina ogni singola scena del film con il suo ritratto tanto carismatico e affascinante quanto ambivalente e indecifrabile. Il suo sguardo attento e malizioso si trasforma, nelle scene dei crimini, in uno sguardo freddo, impassibile e noncurante: la sua completa mancanza di rimorso è persino più agghiacciante della violenza dei suoi omicidi. Particolarmente memorabile è la scena in cui Carlos, in fuga dalle autorità, piange silenziosamente su un autobus: è un momento destabilizzante, perché è l’unico in cui vediamo un lato più vulnerabile del personaggio e siamo costretti a confrontarci con l’umanità di un mostro. Per cosa piange? Piange per il sangue che ha sparso inutilmente? Piange per l’innocenza che ha perduto per sempre? O è il pianto puramente egoistico di una persona che sa che non potrà più scappare dalle conseguenze delle sue azioni? Non lo sapremo mai.

El Angel è stato presentato in anteprima italiana in occasione del NoirFest.

Voto: 8/10


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