A Chiara – La recensione dell’ultimo film della trilogia di Gioia Tauro di Jonas Carpignano

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 Di Daniele Ambrosini 

A distanza di quattro anni dal trionfo di A Ciambra, che fu poi selezionato come candidato italiano agli Oscar, Jonas Carpignano ha vinto nuovamente il premio principale della Quinzaine des Rèalisateurs con A Chiara, un film altrettanto splendido che porta a conclusione, almeno idealmente, una trilogia incentrata su Gioia Tauro iniziata con il suo film d’esordio, Mediterranea, nel 2015. 

Dopo aver posato il suo sguardo sulla comunità dei profughi africani e su quella rom della cittadina calabrese, il regista italo-americano decide di rivolgersi verso una famiglia italiana. Protagonista del film è Chiara, una ragazza di 15 anni, come tante. Il suo mondo è composto da un ristretto gruppo di amicizie, la sua musica, e la sua grande famiglia. Questo mondo crollerà quando, in un’occasione di gioia come il diciottesimo di sua sorella qualcosa la metterà di fronte ad una dura realtà. Una soffiata, costringe suo padre a mettersi in fuga dalla polizia, solo allora Chiara capirà da dove deriva il loro benessere e sarà costretta a fare i conti con la propria coscienza. 

Carpignano stravolge il mafia movie, almeno così hanno titolato in tanti in questi giorni, ed in parte è così, perché pur trattando di una tematica ampiamente codificata in termini di racconto, riesce a non utilizzare nessuno degli espedienti ad esso collegati per portare avanti la sua narrazione, ma questo non per una qualche visione programmatica o per una effettiva intenzione di stravolgere un genere. Anzi, lo stesso Carpignano dichiara che non era questa la sua intenzione, ed appare piuttosto evidente guardando il film, perché A Chiara finisce in quel territorio soltanto tematicamente, ma è tutt’altro. 

Dopo A Ciambra, A Chiara è un altro racconto di formazione, inteso in senso ampio, non solo di crescita ma proprio interessato alla formazione dell’individualità. I suoi protagonisti sono chiamati a trovare sé stessi nel momento in cui si discostano dai propri ambienti, nel momento in cui la quotidianità diventa stretta o sbagliata. Così mentre il mondo intorno a loro non si muove di un passo, sono loro a cambiare e a volerlo rielaborare. Nei film di Carpignano (fatta eccezione per Mediterranea, che è un film sullo stravolgimento dei luoghi) si potrebbe dire che l’ordinario non si fa mai realmente extra-ordinario, la vera rottura non è esterna, ma interna. 

Ancorato ad un realismo dolce e sensibile, non spietato come lo propongono tanti altri, ma agrodolce, portatore di una sensibilità propria, A Chiara sfiora i generi, il mafia movie, il thriller, senza mai realmente dialogare con essi, rimanendo fedele alla sua protagonista che è e resta sempre il fulcro di tutto. La sua vitalità è magnetica e Carpignano lo sa, sono questi i personaggi, ma nel caso di un cinema ibrido come il suo bisognerebbe dire anche gli interpreti, che possono sorreggere film come A Ciambra, che alla fine sono non solo altro che bellissimi ritratti. 

Swamy Rotolo sostiene il film come un’attrice navigata, esattamente come Pio Amato fece prima di lei. Jonas Carpignano guarda a loro con tenerezza, c’è un affetto che traspare dalla pellicola, ed è qualcosa di inusuale e bellissimo. Basterebbe questo a renderlo uno dei registi più bravi del nostro paese. Sicuramente lo rende il più sensibile, forse il più appassionato. 

Pur non arrivando mai a giudicare realmente nessuno, a puntare il dito, c’è da dire che A Chiara riprende alcuni dinamiche introdotte in A Ciambra e fa un discorso piuttosto lucido sulle strutture di potere, arrivando a toccare, anche se di sfuggita, una dinamica sociale cara al cinema americano ma mai realmente affrontata in ambito contemporaneo in quello italiano, ovvero quella del privilegio. Un tema che già era presente nel lavoro precedente ma che qui, complice anche il fatto di avere più piani di lettura offerti dalle opere precedenti che si vanno a sommare a questa e che in questa reimmettono discorsi rimasti aperti laddove non anche personaggi, emerge con maggiore forza. 

A Chiara è un film raro nel panorama cinematografico italiano, fosse solo per il cuore che trasuda. E Jonas Carpignano è un autore che meriterebbe mille volte l’attenzione che riceve, non solo dal pubblico generalista, ma anche dagli appassionati e dall’industria stessa. 

VOTO: 8,5/10


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