Biancaneve

Biancaneve, la recensione

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I remake live action dei classici d’animazione Disney vengono realizzati da ormai più di un decennio, con intenti principalmente orientati al commercio ma non obbligatoriamente condannabili: l’operazione nostalgia alla base della maggioranza di questi titoli si interseca spesso con la necessità di attualizzare/modernizzare alcuni degli elementi narrativi e/o della messa in scena del lungometraggio animato.

La ricerca di un perfetto bilanciamento tra accontentare chi è cresciuto con questi classici e i nuovi spettatori, coinvolgendo così anche nuove generazioni e etnie che prima venivano meno rappresentate nei prodotti della casa di Topolino, è sicuramente il fine ultimo soprattutto dei main title di questo filone live action legato al canone disneyiano. Arrivare a questo risultato però è abbastanza complesso e infatti non stupisce che probabilmente siano proprio i titoli più liberi dal compromesso (come Crudelia e Alice in Wonderland) quelli che risultano tra i migliori (e difatti sono un prequel e un sequel che solo in parte hanno tenuto a mente il cartone animato di riferimento). A parere nostro anche Cenerentola e La Sirenetta hanno tutto sommato bilanciato in modo egregio i differenti elementi in gioco ma soprattutto il secondo è stato parecchio divisivo, sia per il pubblico che per la critica.

Rachel Zegler in una scena del film – fonte: Disney

Arriviamo a l’oggi però, ossia a Biancaneve, remake live action di Biancaneve e i sette nani, il primo classico Disney nonché quello che ha creato il modello base per i film d’animazione del cinema occidentale. In Biancaneve quel bilanciamento della premessa viene totalmente meno: con lo scopo di non “tradire” il classico del 1937 mantenendone i più importanti e iconici snodi narrativi e allo stesso tempo dare tridimensionalità e maggiore centralità alla sua protagonista e alla corrispettiva nemesi, il film crea delle contraddizioni interne a volte davvero imperdonabili e i cambiamenti apportati per attualizzare il racconto ripiegano su cliché narrativi visti e rivisti, anche i precedenti adattamenti di diverse fiabe, anche non Made in Disney. La mancanza di originalità sarebbe stata perdonabile se inserita in un racconto nel complesso fluido e coerente cosa che ahimè non possiamo dire di Biancaneve.

Una scena di Biancaneve assieme ai sette nani – fonte: Disney

Basti pensare al personaggio della Regina Cattiva, con potenzialità quasi machiavelliche o shakespeariane per quel che concerne la presa di potere ma che non riescono a convivere con la sua ossessione per gioventù e bellezza che mantengono la valenza superficiale e più che altro simbolica dell’originale senza reinventarsi. Dall’altra parte, avrebbe potuto salvare il titolo una messa in scena degna dei 250 milioni di dollari e più che è costato il film e invece no: la costumista premio Oscar Sandy Powell, la make up artist premio Oscar Nadia Stacey, la direttrice della fotografia nominata all’Oscar Mandy Walker coinvolte, e nonostante tutto il film sembra la parodia di un originale Disney, totalmente poco ispirato e coeso dal punto di vista estetico e con un eccesso di CGI abbastanza grezza ed il più delle volte evitabile (basti pensare all’estetica dei sette “nani”). Neanche il montatore premio Oscar Mark Sanger è riuscito a dare ritmo e musicalità a un film tanto insulso.

La protagonista in un momento del film – fonte: Disney

E le musiche? Purtroppo neanche quelle riescono a salvare questo remake poiché seppur piacevoli prese singolarmente mal si amalgamano con l’estetica del film e con le uniche due/tre canzoni sopravvissute del classico originale (arrangiate anche male); inoltre peccano di originalità richiamando in modo troppo esplicito a lavori precedenti del duo (da The Greatest Showman a La La Land passando per Aladdin); e tra l’altro, anche queste sono state date in mano a gente che ha a casa un Oscar…

Gal Gadot è la Regina Cattiva nel film – fonte: Disney

Ultima nota dolente le interpretazioni: passi il modo in cui sono stati penalizzati i personaggi in CGI, passi la pessima Gal Gadot la cui unica prova decente è stata in Batman vs Superman grazie al poco screen time e alle pochissime linee di dialogo, ma se anche Rachel Zegler nonostante le parti cantate (che comunque con il doppiaggio si perdono) si ritrova a essere totalmente fuori ruolo, nonché mortificata da dei look improponibili, allora veramente non c’è più nulla da salvare. La cosa più incredibile resta che questo film sia prodotto da Marc Platt che tra La La Land e il recente Wicked (nonché una carriera nel teatro) sa sicuramente cosa funziona e cosa no in un musical. Forse il problema allora è il regista Marc Webb, che non è decisamente né Jon M. Chu né soprattutto Damien Chazelle? In parte di sicuro, ma la responsabilità maggiore sta a monte e li c’è solo da incolpare la Disney.

Biancaneve arriva nelle sale italiane a partire da giovedì 20 marzo con Walt Disney Pictures.

VOTO: 1,5/5


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