Captive State – La recensione in anteprima del thriller distopico con John Goodman

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Di Giuseppe Fadda

Il primo film di Ruper Wyatt, Prison Escape (2008), è stato ritenuto dalla critica un efficace film d’esordio. Il secondo, il reboot L’alba del pianeta delle scimmie (2011), è stato un successo di critica e botteghino. Il terzo, The Gambler (2014), è stato accolto tiepidamente salvo per l’interpretazione di Jessica Lange. Neanche la sua ultima opera, Captive State (2019), ha trovato un consenso unanime da parte della critica: ed è vero, di fatto Captive State è un film imperfetto che con alcuni accorgimenti avrebbe potuto essere migliore. Ma è anche un film da non sottovalutare: malgrado i suoi difetti, è un’opera sicura di sé, con un preciso progetto stilistico e tematico. E la vena ribelle, contestatrice e sottilmente polemica che la percorre nella sua interezza è semplicemente irresistibile.
Il travolgente, agghiacciante prologo del film è ambientato ai giorni nostri: in seguito ad un’invasione aliena, a Chicago vige la legge marziale. La famiglia Drummond (composta da padre, madre e due figli) tentano una fuga rocambolesca ma vengono intercettati dagli alieni: l’attacco lascia i due bambini orfani. Flashforward a 9 anni dopo: gli alieni, ora chiamati “I Legislatori”, hanno conquistato la Terra costringendo gli esseri umani ad uno stato di sudditanza. I Legislatori non si fanno mai vedere: abitano nelle “Closed Zone”, costruzioni sotterranee a cui hanno accesso solo i più alti funzionari. Gli umani vivono in superficie in uno stato di abbandono, povertà e terrore mentre i Legislatori affermano il loro potere su di essi tramite le forze di polizia e un invadente sistema di sorveglianza (come sensori sottocutanei che permettono ai Legislatori di tracciare gli abitanti). 
I protagonisti del film sono due: il primo è il capo di polizia William Mulligan (John Goodman), che cerca di mantenere l’ordine nel disagiato quartiere di Pilsen, con lo scopo di eliminare una volta per tutte la resistenza, che prende il nome di “Phoenix”; il secondo è Gabriel (Ashton Sanders), il figlio minore della famiglia Drummond nonché fratello di Rafe (Jonathan Majors), il capo, ritenuto morto, dei ribelli. Il film segue parallelamente le storie, che si incrociano a più riprese, di questi due personaggi: il primo, rappresentante dell’establishment e dell’oppressione; il secondo della working class, degli ultimi che continuano a combattere nonostante tutto. Ma la verità è più sfaccettata di quella che sembra.

Il mondo distopico presentato in Captive State è curato nei minimi dettagli: palazzi abbandonati, strutture decadenti e strade vuote sono i protagonisti di questo paesaggio apocalittico, che è quanto di più freddo e disumanizzante possa esistere. La fotografia di Alex Disenhof, in cui prevalgono colori freddi, scuri o sbiaditi, comunica il senso di desolazione di un mondo asettico che uccide ogni senso di empatia, comunità e fratellanza: ma ci sono anche singolari momenti di straordinaria bellezza visiva, qualche raro momento di calore e umanità che Disenhof sapientemente distingue dal resto della storia così cupa. E la colonna sonora, a cura di Rob Simonsen, contribuisce a dare allo spettatore un costante senso di angoscia, quasi di asfissia. A livello visivo e sensoriale, Captive State è semplicemente ineccepibile: Wyatt coordina magnificamente tutti gli elementi tecnici, visivi e sonori del film per creare un film stilisticamente omogeneo, coerente e mirato, la cui potenza comunicativa risiede proprio nella sua atmosfera così vivida e tangibile.
I problemi del film derivano principalmente dalla sceneggiatura. La narrazione stessa è in realtà coinvolgente e ben costruita, specialmente per quanto riguarda i colpi di scena dell’ultimo atto. Ma quello che manca è una caratterizzazione profonda e tridimensionale dei personaggi, che rimangono perlopiù tipizzati. Sono personificazioni di idee più che esseri umani in carne e ossa. Fortunatamente, gli attori sono tutti molto bravi e riescono in parte a riempire i buchi lasciati dalla sceneggiatura: il sempre bravo Goodman riesce a comunicare tutta l’amarezza di un uomo stanco e apparentemente disilluso ma non cattivo; il giovane Sanders (già eccezionale in Moonlight di Barry Jenkins) trasmette magnificamente la rabbia e il sincero idealismo di un ragazzo che non accetta di darsi per vinto di fronte alle ingiustizie; anche gli attori di contorno (come Ben Daniels e Caitlin Ewald) riescono a lasciare il segno anche in poco tempo sullo schermo. Ma non c’è dubbio sul fatto che alcuni attori avrebbero meritato molto spazio in più, come il pur bravo Majors e soprattutto Vera Farmiga, il cui personaggio finisce per rimanere terribilmente insipido. 
In definitiva, ciò che rende Captive State davvero memorabile è il suo spirito ribelle e combattivo: dietro questo thriller fantascientifico si nasconde un’ode a coloro che lottano per il diritto sacrosanto alla libertà contro qualsiasi tipo di oppressione e di violenza. E sebbene il ritratto presentato nel film sia prevalentemente desolante e degradante, il film di Wyatt non è affatto pessimistico: quello che resta  è un messaggio di fiducia nei confronti degli idealisti e dei liberi pensatori, che non potranno mai essere estirpati completamente. Captive State non raggiunge le vette di film come Blade Runner (o nemmeno del segmento “Neo Soul” di Cloud Atlas), ma è un’opera avvincente e più profonda di quello che sembra. 
Voto: 7,5/10

Captive State uscirà nelle sale il 28 marzo 2019.