C’era una volta a… Hollywood – La recensione del nono film scritto e diretto da Quentin Tarantino

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Di Simone Fabriziani

Rick Dalton, un attore televisivo, e Cliff Booth, la sua controfigura, intraprendono una personalissima odissea per affermarsi nell’industria cinematografica nella Los Angeles del 1969, segnata dagli omicidi di Charles Manson. Un incipit che dona come il migliore dei vestiti per il cinema di Quentin Tarantino, qui al suo nono film dietro la macchina da presa con l’atteso C’era una volta…a Hollywood.

In arrivo nelle sale italiane con Warner Bros. Pictures a partire da mercoledì 18 settembre, C’era una volta a Hollywood è stato presentato in anteprima mondiale, con grande successo di pubblico e di critica, all’ultimo festival di Cannes, approdo simbolico per il regista statunitense, che proprio qui nel 1994 aveva trovato il clamoroso successo internazionale (e una Palma d’Oro) con il celebrato film cult Pulp Fiction. Ed è proprio il paragone con quest’ultimo che meglio si sposa con le ambizioni del suo nono lungometraggio.

Coronato da un cast di voci e volti affiatatissimi (su tutti, ça va sans dire, il trittico di fuoriclasse formato da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie), C’era una volta a Hollywood sembra voler ritrovare la gioia e la spensieratezza narrativa del primo cinema di Quentin Tarantino, meno artificioso e più sperimentale, affiancandolo ad un ritratto intimo di fotografie, impressioni, ricordi personali e suggestioni erratiche dal chiaro sapore autobiografico. Non è quindi scorretto affermare che proprio quest’ultimo lungometraggio rappresenti un ideale punto di arrivo di una certa poetica del regista americano.

C’era una volta a Hollywood chiude difatti un discorso sulla Storia e sui suoi torti intrinseci iniziata felicemente nel 2009 con Bastardi senza gloria e poi proseguita nel 2012 con Django Unchained; ambientato nel 1969, il film ne trae l’essenza della grande rivoluzione in corso in molti dei suoi aspetti, sia metaforici che palesati: il 1969 è l’anno per antonomasia dell’inizio dell’ondata della New Hollywood che cambierà per sempre il cinema americano, lo stesso anno è frutto delle nuove teorie libertarie e anti-sistema degli hippies, ma il 1969 è anche l’anno in cui il passaggio da cinema a formato televisivo stava dando i suoi germogli più inaspettati, allargando così la forbice della carica di possibilità della produzione multimediale in modalità esponenziali. Proprio nel clima di rivoluzione si muovono Rick Dalton e Cliff Booth, star in declino in una Hollywood (e in una America) che non riescono più a cavalcare.
C’era una volta a Hollywood è anche un film di contrapposizioni: al declino del sanguigno Dalton, erede di un modo di fare show business appartenente al passato, fa da contrappunto l’animo vitale e naif di Sharon Tate (Margot Robbie), stella (e poi meteora sfiorata dalla virulenza dei dettami della Manson Family) in ascesa in una Los Angeles pronta ad accoglierla ai suoi piedi. Ma, come per Bastardi senza gloria e Django Unchained, a trionfare è il Cinema prima di tutto, non la Storia con la s maiuscola. Come nelle migliori fiabe che iniziano con un c’era una volta.
VOTO: 8/10