Tra i film più attesi dell’82esima edizione della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, la reinvenzione di Frankenstein targata Guillermo Del Toro segna il punto d’arrivo di un travagliato percorso produttivo lungo più di un decennio.
Il film, in arrivo su Netflix il 7 novembre dopo una breve finestra distributiva nelle sale cinematografiche, rappresenta una radicale reinvenzione del classico della letteratura nato dalla penna di Mary Shelley che senz’altro non mancherà di far storcere il naso ai puristi più intransigenti: a differenza della trasposizione diretta e interpretata da Kenneth Branagh nel 1994, il nuovo Frankenstein di Del Toro non esita a manipolare coraggiosamente e persino stravolgere la propria fonte di partenza, pur nella piena padronanza del capolavoro letterario da cui il lungometraggio prende le mosse.

La trama viene drasticamente decostruita e rivisitata in ogni suo tratto, pur mantenendo intatti i lineamenti essenziali del romanzo: il prologo al Polo Nord, il resoconto di Victor sulle vicende che hanno portato alla creazione del “mostro”, la versione dei fatti riferita dalla creatura, sola e abbandonata in un mondo ostile, la sua disperata ricerca di una compagna e la tragica resa dei conti finale. Tutto il resto, invece, viene ripensato con grande coerenza e lucidità: da vero autore, Del Toro rielabora la narrazione ottocentesca alla luce del proprio personale percorso artistico, e ci restituisce uno struggente incubo gotico che interroga lo spettatore sulle conseguenze delle sue scelte e sulla nozione stessa di umanità.
A ergersi al centro della scena c’è soprattutto il vero mostro della vicenda, ossia lo scienziato Victor Frankenstein. A interpretarlo è un magistrale Oscar Isaac, che torna a vestire i panni di un demiurgo creatore crudele e irresponsabile dopo l’ottimo “Ex Machina” di Alex Garland. Attraverso la lente deformante di Del Toro, l’archetipo romantico del “moderno Prometeo” – animato da buone intenzioni, ma destinato al fallimento a causa della sua hybris sfrenata – cede dapprima il passo a quello diabolico dell’angelo ribelle Lucifero, per poi assumere addirittura i lineamenti di un dio dell’Antico Testamento crudele, geloso e spregiudicato, del tutto incapace di comprendere l’anima e i sentimenti dell’uomo, e persino pronto a sterminare la propria creazione senza alcuna pietà.

La svolta è netta: a differenza della sua controparte letteraria, Victor non è uno studente alle prime armi che coltiva un sogno impossibile, salvo poi rimanere sgomento di fronte alla mostruosa bruttezza di quel che ha creato, bensì uno scienziato affermato e ben consapevole della portata delle sue azioni, che non esita a manipolare e ingannare tutti coloro che gli stanno intorno pur di raggiungere il suo diabolico obiettivo. È a partire dalla radicale condanna delle azioni di Victor Frankenstein che Del Toro sceglie di riscrivere l’opera di Shelley fin dalle sue prime origini: il padre di Victor, ad esempio, diventa qui una figura dispotica e autoritaria (interpretata, ovviamente, da Charles Dance!), dalla quale il protagonista eredita l’indole spietata e tirannica che lo accompagnerà durante l’intero corso della narrazione.
Quella del film diviene così una ciclica storia di creatori e creature, padri crudeli e figli privati dell’amore che ben ricorda il ciclo mitologico di Esiodo. Al tempo stesso, Del Toro ci propone una lucida esplorazione della genesi del male ripercorrendo le azioni sempre più disumane di Victor Frankenstein, un uomo sempre pronto ad autoassolversi e mai disposto a guardare dentro se stesso. Più che una parabola tragica, la sua è un’autentica caduta nell’abisso, che lo conduce via via a recidere ogni legame con la propria umanità.

Sul fronte opposto, la creatura – con il volto della giovane star Jacob Elordi – incarna invece la quintessenza dei mostri di Del Toro: creature pure, innocente e straniere in un mondo dominato dalla violenza. A differenza di quanto accade nel romanzo, non c’è alcun profilo di ambiguità nella condotta della creatura: tutte le sue azioni sono dettate esclusivamente dalla ricerca di un posto nel mondo, e non c’è alcuna sete di vendetta nel suo operato.
La figura più suggestiva e originale è però senza dubbio quella della Elizabeth di Mia Goth, che testimonia come soltanto la purezza dello sguardo femminile sia in grado di andare oltre la bruttezza esteriore dei lineamenti di un mostro e di scorgerne l’anima più profonda. Affascinata pure lei dai prodigi della scienza, ma assai più attenta “alle piccole cose” – come gli insetti – Elizabeth rappresenta la perfetta antitesi di Victor, il suo doppio luminoso, umano e compassionevole. Frankenstein, però, non è soltanto narrazione: come ormai di consueto, Del Toro comunica con lo spettatore anche e soprattutto mediante la potenza delle immagini, tra ambientazioni gotiche, atmosfere fiabesche e colori vividi, che conferiscono molteplici livelli di profondità all’opera del regista.

In linea con la cifra stilistica di Guillermo Del Toro, l’anima stessa del film nasce dall’accostamento di orrore e poesia, violenza brutale e delicatezza, morte e amore: una potenza – fortunatamente – non annacquata dalle politiche di Netflix, che in questa circostanza lascia carta bianca a Del Toro e gli consente di aggiungere un tassello decisivo alla sua ormai monumentale filmografia. Più in generale il comparto tecnico è eccellente, e riflette una cura minuziosa della luce, della fotografia, del montaggio e delle scelte registiche.
Del resto, è il film stesso a proporci una suggestiva riflessione sul potere del linguaggio, sui limiti della comunicazione verbale e sulla forza espressiva dell’emotività, che risulta decisamente più pura e incontaminata, proprio perché non razionale o, meglio, pre-razionale. L’unico, forse, che ancora può aiutarci a comprendere quale sia la vera essenza dell’essere umano.
In concorso a Venezia 82, Frankenstein arriverà nelle sale italiane dal 22 ottobre, e dal 7 novembre su Netflix per tutti gli abbonati.
VOTO: 4/5






