Gli anni più belli – La recensione del film di Gabriele Muccino con Pierfrancesco Favino e Micaela Ramazzotti

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Di Daniele Ambrosini

A distanza di due anni dal successo del campione d’incassi A casa tutti bene, Gabriele Muccino, ormai apparentemente tornato in pianta stabile a fare cinema in Italia, torna in sala con un altro film dalla forte carica drammatica ed emotiva, pronto a sbaragliare la concorrenza nella settimana di San Valentino. Gli anni più belli racconta la travagliata storia di Giulio, Gemma, Paolo e Riccardo, quattro amici, che si dipana nel corso di quattro decenni, dagli anni ’80 fino ai giorni nostri. 

Kim Rossi Stuart interpreta Paolo, professore precario di lettere innamorato di Giulia fin da ragazzino, donna che amerà sempre e comunque nonostante il travagliato percorso. Lei, con il volto di Micaela Ramazzotti nella sua versione adulta, è una donna fragile, costantemente sull’orlo di una crisi, una donna provata dalla vita e da un passato difficile, che l’ha portata lontano da Roma e dal suo amore, Paolo. Pierfrancesco Favino, poi, interpreta Giulio, un uomo cresciuto con un padre prepotente nella povertà, che sognava di diventare la voce degli ultimi, ma invece è diventato un avvocato di grido, interessato solo ai soldi. A completare il gruppo c’è Claudio Santamaria nei panni di Riccardo, detto Sopravvissuto – perché sopravvissuto, grazie al tempestivo aiuto dei suoi amici, che all’epoca non conosceva ancora, ad un colpo di pistola -, un uomo buono e sognatore, un giornalista promettente che però fatica ad arrivare a fine mese e per questo ha una situazione familiare estremamente travagliata. Amici inseparabili negli anni ’80, i quattro si sono separati, ritrovati, addirittura amati e traditi, in diversi periodi della loro vita, ma non hanno mai dimenticato i ragazzi che erano e quanto si sono voluti bene, le estati passate al lago e il sogno di partire tutti insieme alla volta di Barcellona. 
Gli anni più belli è un film di Gabriele Muccino sotto ogni suo aspetto, nel bene o nel male. È un film che trasuda l’energia, lo stile, e le manie del suo autore, un film strabordante e rumoroso che vive di eccessi ed emozioni forti, fortissime. Che piaccia o meno, a Muccino va riconosciuto il merito di aver costruito un modo di fare cinema che è tutto suo, che lo distingue da qualunque altro autore nel panorama cinematografico italiano e che, soprattutto, riesce a parlare ad una fetta molto ampia di pubblico, che non è poco, anzi, è sicuramente un grande merito. E Gli anni più belli è un film profondamente mucciniano, dove tutto sembra sempre essere un po’ troppo, dove la felicità e la tristezza non conoscono moderazione, è tutto o gioia incontenibile o tragedia, dove i personaggi non discutono, gridano fino a perdere la voce perché “hanno una tempesta dentro“. Un film simile, palesemente privo di moderazione, volutamente eccessivo nella forma e nei contenuti, figlio di un approccio alla narrazione istintivo e fortemente emotivo, è, per sua stessa natura, un film divisivo. O lo si ama o lo si odia. 
Il film si apre nel passato e poi procede, in modo lineare, fino ai giorni nostri. I primi venti, trenta minuti sono dedicati agli anni del liceo e al posto del cast stellare messo su da Muccino troviamo le loro controparti più giovani, un gruppo di attori emergenti composto da Francesco Centorame, Andrea Pittorino, Matteo De Buono e Alma Noce, tutti incredibilmente somiglianti agli interpreti adulti con cui condividono il personaggio, non solo fisicamente ma anche nelle movenze e nella recitazione. In questa prima parte Muccino dà il meglio di sé, forse perché nel racconto dell’adolescenza questo suo modo di fare, questa sua sovraesposizione delle emozioni ha un senso, rappresenta un linguaggio fortemente funzionale al contesto. Tuttavia, questa prima parte vola via velocissima, e d’un colpo i personaggi hanno vent’anni e le fattezze di Favino, Stuart, Ramazzotti e Santamaria, che proprio ventenni non sembrano, anzi, sono particolarmente poco credibili.
La necessità di comprimere una storia fitta di sottotrame e dal tempo del racconto molto ampio all’interno di due ore di film fa sì che il film sembri scorrere velocemente, alle volte anche troppo velocemente. Gli anni più belli procede per accumulo, accatastando una dietro l’altra scene brevi ma con un ritmo interno sostenuto, che dipingono il quadro complessivo di un film dove tutto sembra essere solamente di passaggio, anche grazie ad un montaggio serratissimo. Sono davvero pochi i momenti in cui Muccino rallenta, dona al pubblico un attimo di respiro e alle sue scene lo spazio di cui hanno bisogno per funzionare al meglio, per non perdersi nel flusso del racconto, ma assumere una centralità che possa effettivamente aiutare il racconto a procedere in modo più spigliato, più incisivo. Anche qui, il problema vero e proprio, se di problema si può parlare, trattandosi di un cinema estremamente personale, è il gusto per l’eccesso di Muccino, che lo porta ad accumulare sottotrame, a mettere tanta, tantissima carne al fuoco e ad aggiungerne sempre di più. 
Ciò che oggettivamente funziona poco sono i riferimenti alla storia e alla politica, soprattutto quando questi cercano di dire qualcosa sulla contemporaneità. Non perché Muccino non scelga momenti o accadimenti interessanti o con implicazioni potenzialmente intriganti per la narrazione, ma semplicemente perché non hanno mai un reale riscontro su di essa, non diventano mai parte integrante del racconto. Sopravvissuto, ad esempio, nella seconda parte del film diventa il leader di un movimento politico, di fatto assimilabile al Movimento 5 Stelle, ma questo elemento resta parte della sua storyline per sole due, brevissime scene, e non scopriamo mai davvero che effetti abbia su di lui, sulla sua situazione economica, né ha delle reali conseguenze sul suo idealismo. Peccato. 
Chi scrive, poi, non gradisce particolarmente neanche la recitazione del film, non perché gli attori non siano all’altezza, ma semplicemente perché Muccino indirizza i suoi interpreti verso un territorio che vorrebbe sembrare realistico, ma finisce per essere semplicemente espressione delle sue manie, delle sue ossessioni. Una finta naturalezza che in realtà è costantemente sopra le righe, una recitazione impostata, poco precisa alla volte (molte battute si perdono, letteralmente). Ciò non toglie, però, che nonostante questo “limite”, nonostante questa sovraesposizione delle nevrosi, molti di loro fanno davvero bene. Ma la vera sorpresa di questo film è Emma Marrone. La cantante romana alla sua prima prova d’attrice è candida, priva di sovrastrutture, crea empatia con una facilità disarmante,  e tutto ciò concorre a far risultare la sua come la performance più naturale, efficace e genuinamente interessante di tutto il film. Speriamo di ritrovarla sul grande schermo in futuro.
Gli anni più belli è un film che dividerà nettamente gli animi, un film che la gente amerà o odierà, che amerà odiare e odierà amare, un film per il quale si scomoderanno tanti superlativi, in una direzione o nell’altra. Gabriele Muccino è coerente, e chi andrà in sala per vedere il suo film troverà esattamente ciò per cui avrà pagato, un prodotto che tiene fede sotto tutti i punti di vista a quel patto che l’autore ha stretto molto tempo fa con il suo pubblico, il grande pubblico. Muccino fa film per le masse, è innegabile, ma, al di là di qualunque opinione sul prodotto finito, nel farlo ci mette il cuore, cosa che non si può dire di tanto cinema di consumo del nostro paese. Il risultato finale continua a non convincerci del tutto, per via del suo incedere troppo veloce, del suo gusto per l’eccesso, per l’esagerazione, ma nella disputa dei gusti, che si giocherà anch’essa tra gli eccessi, ci poniamo da qualche parte nel mezzo. 
VOTO: 5,5/10