Il mio capolavoro – La recensione della commedia argentina presentata a Venezia

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Di Daniele Ambrosini
Arturo Silva (Guillermo Francella) è un gallerista di Buenos Aires legato da una decennale amicizia a Renzo Nervi (Luis Brandoni), pittore sopra le righe, scorbutico e intrattabile. A Renzo non interessano i soldi, perciò non è disposto a stare al passo con i tempi per assecondare i gusti del pubblico, come invece vorrebbe Arturo, che tenta disperatamente di rilanciarlo come artista, nella speranza di riportarlo ai fasti degli anni ’80.
Dopo un’accesa discussione, in seguito ad una grave inadempienza lavorativa di Renzo, Arturo decide di non voler più avere niente a che fare con l’artista. Ma proprio dopo quel diverbio, Renzo ha un grave incidente e perde la memoria, così Arturo decide di prendersi cura di lui e di aiutarlo economicamente. La loro amicizia prende una svolta inaspettata quando Renzo decide di non voler tornare alla sua vecchia vita di bisbetico fallito. 
L’artista deve domandare, deve scuotere. Per questo provo disagio per la mia canonizzazione finale come artista” ci diceva il fittizio premio Nobel Daniel Mantovani, interpretato da Oscar Martìnez, all’inizio de Il cittadino illustre. E in quella frase era contenuto lo spirito critico e disilluso del precedente di film della coppia di fratelli Gaston e Andrès Duprat, uno regista e l’altro sceneggiatore. L’analisi del ruolo dell’artista e della cultura all’interno della realtà odierna era il filo conduttore della loro opera precedente e la loro lucida, a tratti cinica, riflessione sembrava essere destinata a continuare anche nella loro opera successiva, intitolata Il mio capolavoro ed ambientata proprio nel mondo dell’arte. Ma Il mio capolavoro è qualcosa che era difficile preventivare sulla base della loro collaborazione precedente: pura commedia. Commedia d’intrattenimento, che di spazio alla riflessione ne lascia davvero poco, pur concedendosi una discreta dose di fascinazione nei confronti del mondo dell’arte ed un pizzichino di sana disillusione, che un po’ suona come una critica a quel mondo, ma non ha la forza dell’atteggiamento cinico e sprezzante de Il cittadino illustre. 
Una linea di trama semplice ed una concatenazione degli eventi limpida, puntuale e precisa sostengono egregiamente il film, dotato di un impianto narrativo molto chiaro e piuttosto solido, che ha solamente bisogno di essere rinforzato con la giusta dose di ironia. In questo caso l’ironia non scaturisce tanto dalle situazioni, poiché una storia non così originale e con una buona dose di elementi surreali, aveva bisogno di una struttura semplice per non rischiare di farsi poco credibile, ma allo stesso tempo ai Duprat manca quella freschezza, quell’acume in scrittura che possa rendere originali situazioni semplici e scambi di battute ordinari. Il mio capolavoro è una commedia nel senso che è un film leggero, in grado di intrattenere e lasciare il sorriso, più che far ridere, come evidentemente vorrebbe. Nella sua estrema linearità, il film è comunque in grado di reinventarsi completamente tre volte e di far sembrare questi cambiamenti consequenziali, ed è proprio per questo, per la sua impalcatura funzionale, che Il mio capolavoro si guarda volentieri e si segue con interesse. Basta stare al gioco, e dimenticare ciò che l’ha preceduto, per godere di questo prodotto pressoché innocuo. 
VOTO: 6,5/10



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