I’m Your Man – La recensione della storia d’amore sci-fi premiata a Berlino

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Di Giuseppe Fadda

Le intelligenze artificiali sono sempre state oggetto di fascino e interesse da parte di artisti di ogni genere. È così da tempo immemore, ma nell’ultimo decennio, per ovvie ragioni, questo fenomeno si è intensificato: quanti registi, da Spike Jonze a Denis Villeneuve, da Alex Garland a Charlie Kaufman, passando per Michael Almereyda e il suo meraviglioso, sottovalutato Marjorie Prime, si sono interrogati sul ruolo che le AI potrebbero ricoprire all’interno della nostra società e sulle eventuali conseguenze sui rapporti umani?

Maria Schrader si inserisce proprio su questa scia e, a essere sinceri, le premesse del suo ultimo film I’m Your Man non sono particolarmente originali. Nella trama confluiscono suggestioni, dinamiche e motivi narrativi che possiamo già rilevare in Her, Blade Runner 2049, Ex Machina e Black Mirror (specialmente l’episodio “Hang the DJ”). A essere meravigliosamente originale è però l’esecuzione: la capacità della regista e co-sceneggiatrice di combinare registri diversi in una sceneggiatura tanto profonda quanto divertente rende I’m Your Man una commedia romantica unica, che lascia nello spettatore un’impressione in cui convivono una sottile angoscia e una straordinaria dolcezza. 

Protagonista del film è Alma (Maren Eggert), un’archeologa impegnata in una ricerca al Pergamon Museum volta a rintracciare segni di poesia e usi della metafora nelle più antiche tavole sumere. Soprattutto con l’obiettivo di ottenere ulteriori fondi dal suo capo, Alma accetta di valutare l’ultimissimo prodotto, ancora sperimentale, in fatto di robotica: un androide-partner costruito per soddisfare tutte le esigenze, i desideri e le preferenze dello specifico consumatore. Nel caso di Alma, questo androide è Tom (Dan Stevens): dovrà conviverci per tre settimane e riferire il suo parere sull’esperienza. Alma si accosta al progetto piena di scetticismo e sfiducia: Tom è lo stereotipo del perfetto gentiluomo – bello, raffinato, forbito, gentile – ma è anche troppo perfetto per essere umano. Sull’interpretazione di Stevens si gioca una buona parte del successo del film e, fortunatamente, si tratta di una prova impeccabile, in cui il naturale carisma dell’attore si fonde con un’artificialità sempre sottile e sempre solo accennata. L’attore è stato raramente così divertente: interpreta Tom con un candore e una volontà di piacere quasi infantili che si scontrano splendidamente con il distacco e il cinismo del personaggio di Alma. Dal canto suo, Eggert è altrettanto brava in un ruolo che poteva facilmente scadere nello stereotipo della donna sola, frustrata e assorbita dal lavoro che si ritrova così spesso nelle commedie romantiche. Invece l’attrice, giustamente premiata al Festival di Berlino, crea un personaggio complesso, sfaccettato, a volte contraddittorio e soprattutto vero; è  grazie alla sua interpretazione che il film rimane ancorato alla realtà e veicola il suo dilemma centrale: può davvero un androide sostituire un essere umano? Potrebbe esserci un sentimento simile all’amore tra umani e umanoidi? Questa domanda si legge sull’espressivo, combattuto volto della protagonista man mano che il suo rapporto con Tom si approfondisce, mentre dal canto suo Stevens è così bravo da farci desiderare di poter rispondere sì. 

A rendere così urgenti le questioni etiche e filosofiche poste dal film contribuisce sicuramente la scelta di ambientare la vicenda nella contemporaneità, e non in uno scenario futuristico, così come quella di rendere il partner un’entità tangibile e realistica in tutto e per tutto (a differenza della Samantha di Her o della Joi di Blade Runner 2049). Forse è proprio questa parvenza di normalità e quotidianità a far sì che lo spettatore abbassi la guardia e finisca per affezionarsi alla coppia di protagonisti, come in una qualsiasi commedia romantica. Ma le emozionanti sequenze finali, in cui Alma si trova a decidere se una confortevole illusione sia meglio della realtà, costringono lo spettatore a rimettere i piedi per terra e a interrogarsi su una società che dipende sempre più dalla tecnologia e che confonde troppo spesso evoluzione e progresso. Forse, soprattutto nell’ultima scena, il film diventa un po’ didascalico e le risposte conclusive non rispondono del tutto alla complessità delle domande sollevate. Ma I’m Your Man resta un film imperdibile proprio per le domande che pone – e per la maniera così brillante, empatica e, sì, umana con cui le pone.     

VOTO: ★★★★

I’m Your Man uscirà nelle sale italiane a partire da giovedì 14 ottobre